cerca

Il ritorno di Dershowitz: “Soltanto la tortura può salvare vite umane”

o “sciacallo del foro” è tornato. Alan Dershowitz, la stella del caso Von Bülow, quello della donna uccisa piano piano dal marito diventato poi un film di successo, ha scritto un nuovo libro, “Terror Tunnels”.

24 Settembre 2014 alle 18:10

Il ritorno di Dershowitz: “Soltanto la tortura può salvare vite umane”

Strumenti di tortura esposti in museo danese (foto LaPresse)

Roma. Lo “sciacallo del foro” è tornato. Alan Dershowitz, la stella del caso Von Bülow, quello della donna uccisa piano piano dal marito diventato poi un film di successo, ha scritto un nuovo libro, “Terror Tunnels”. Terrore e democrazia, come coniugare diritti e minacce alla sicurezza e alla vita, l’esempio di Israele ma non solo. Tema non nuovo dopo l’11 settembre, ma che il penalista più vincente della storia, il giurista di Harvard, il paladino dei diritti civili radical e liberal, riattualizza per spiegare che molte delle tecniche sono le uniche valide. “Torture may be the only or best tactic for saving lives”, scrive Dershowitz. La tortura può essere il solo e migliore strumento per salvare delle vite umane. “Dershowitz sbaglia di nuovo sulla tortura”, accusano i liberal di Human Rights First.

 

Il saggio di Dershowitz parla della guerra giusta di Israele contro Hamas, degli scudi umani, della differenza fra i terroristi e le democrazie (“i terroristi agiscono senza coscienza, ma per noi non è una opzione”). Ma parla soprattutto di come rispondere alla guerra amorfa e asimmetrica. “Quando le democrazie cercano di proteggere i loro cittadini contro le nuove minacce poste da gruppi terroristici come al Qaida, Isis, Hamas, e Boko Haram, le vecchie regole – progettate per la guerra convenzionale tra le nazioni – diventano anacronistiche”. Gitmo non può essere liquidata come un accidente malevolo dell’Amministrazione Bush: “Se Guantanamo venisse chiusa, come dovrebbe, e i detenuti trasferiti in altre strutture, il problema rimarrebbe”, spiega Dershowitz. Che fare? Il giurista propone una soluzione: diritto a un legale, alla notifica dei reati e alla dimostrazione di colpevolezza. Ma niente confronto con i testimoni o svelare le fonti. Ne va in gioco la sicurezza nazionale. Quanto ai “targeted killings”, gli assassinii mirati ed extragiudiziali di terroristi, Dershowitz non vede dilemma.

 

[**Video_box_2**]Ma sono gli interrogatori il capitolo più duro. “La prevenzione del terrorismo richiede una scelta di mali. Sono emerse diverse posizioni. La prima è che, indipendentemente dal danno temuto, non dovrebbe mai essere usata la tortura. A sostegno di questa visione assolutista si sostiene che la tortura non funziona mai, perché una persona torturata dirà qualsiasi cosa al torturatore per fermare il dolore. Questa è una affermazione che è difficile da provare”. La tortura funziona, scrive Alan Dershowitz, ma nessuna dichiarazione resa sotto tortura dovrebbe mai essere presa per buona se non è corroborata da prove concrete. Per questo una certa “pressione fisica” andrebbe legalizzata, ovviamente in casi d’emergenza e ben circoscritti. In modo da sottrarre la tortura all’arbitrio. Dershowitz dice di far sua l’opinione del filosofo inglese Jeremy Bentham che si dichiarò favorevole all’uso della tortura “in un numero ristretto di casi”.

 

“Come questione morale, io sono categoricamente contrario alla tortura, senza eccezioni”, conclude l’avvocato di O. J. Simpson. “Ma credo che ogni presidente dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di torturare se si trova di fronte a una bomba a orologeria”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi