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Oltre la lagna scozzese

Una vignetta dell’epoca vittoriana mostrava il ministro della Chiesa di Scozia che incontrava un sagrestano scozzese mentre si prendeva cura del camposanto. “Mi fa piacere vedere che lavori nel Giardino del Signore, Jock”. “Grazie, reverendo, ma avreste dovuto vedere in che stato Lui lo avevano lasciato!”.

19 Settembre 2014 alle 06:30

Oltre la lagna scozzese

Un ponte sul fiume Tweed, che segna parte del confine tra Scozia e Inghilterra

Una vignetta dell’epoca vittoriana mostrava il ministro della Chiesa di Scozia che incontrava un sagrestano scozzese mentre si prendeva cura del camposanto. “Mi fa piacere vedere che lavori nel Giardino del Signore, Jock”. “Grazie, reverendo, ma avreste dovuto vedere in che stato Lui lo avevano lasciato!”. Vedete, gli scozzesi sono famosi perché non rispettano i ranghi o i rituali e la chiesa di Scozia, la chiesa ufficiale a nord del confine, non è anglicana – che Dio non voglia – ma presbiteriana. La regina aveva cappellani donna in Scozia ben prima di ammetterle come supremi governatori della chiesa d’Inghilterra. In effetti, molte confessioni cristiane hanno sempre fatto parte dell’espressione dell’identità nazionale in questo arcipelago in mezzo al mare. L’Irlanda ovviamente è caratterizzata da forti identità cattoliche e presbiteriane, mentre gli anglicani rappresentavano l’élite al comando nel periodo pre-indipendenza. Il Galles è fortemente non conformista – cioè protestante non anglicano – con metodisti, congregazionalisti e battisti, e poi c’è l’Inghilterra multifede, pluriconfessionale, ben radicata nella chiesa anglicana d’Inghilterra.

 

Eppure, come disse il grande senatore protestante nazionalista irlandese, nonché premio Nobel, W. B. Yeats: “Le cose cadono a pezzi: il centro non riesce a tenerle assieme!”. Mentre le identità irlandese, gallese e scozzese rimangono ferme nella loro opposizione contro “gli inglesi”, agli inglesi stessi, con quello che era una volta il potere centrale del Parlamento di Westminster (che ora perde peso in favore dell’Unione europea, dei Parlamenti dell’Irlanda del nord, del Galles e della Scozia) è stata cancellata la memoria da una “Trahison des Clercs”, un tradimento degli intellettuali, che consistono in amministratori e politici politically correct, benpensanti della Bbc e insegnanti, che paragonano l’insegnamento della storia nelle scuole a una storia nazionale disseminata di razzismo.

 

Quando l’assessore alla Cultura di Torino, nonché preside del liceo classico Alfieri, lo storico Gianni Oliva, mi ha chiesto come insegniamo la guerra civile in Inghilterra, il processo a Carlo I “per aver mosso guerra ai suoi sudditi” e il protettorato di Oliver Cromwell, che governò Inghilterra, Scozia e Irlanda con membri del Parlamento eletti in tutte e tre le regioni, ai sensi di una Costituzione che fu il prototipo di quella americana, e al contempo fondò l’impero britannico e l’esercito e la marina britannici, dovetti ammettere con malcelate rabbia e vergogna che – semplicemente – non insegniamo un tale retaggio. Per lo storico Benedict Anderson le nazioni sono semplicemente “comunità immaginate” e agli insegnanti viene detto che “non ci può essere alcun valore condiviso”, mentre per Linda Colley, le cui idee sono rese popolari dalla Bbc, “la Gran Bretagna fu ‘inventata’ nel 1707”. George Orwell, che per esperienza personale fu un esperto di come le nazioni possono subire il lavaggio del cervello, diceva: “Alcune idee sono così stupide che solo un intellettuale ci può credere!”. E ancora: “Chi controlla il presente, controlla il passato; chi controlla il passato, controlla il futuro”.

 

Recentemente mi sono recato in ospedale, e mi è stato chiesto di riempire un modulo, nel quale si chiedeva anche a quale gruppo etnico appartenevo. Potevo scegliere fra diverse opzioni – britannico bianco, britannico di colore, irlandese, britannico asiatico, britannico pachistano, britannico cinese, scozzese e così via con un’altra dozzina di alternative. Non c’era la categoria “inglese”. Posso essere “britannico” sul mio passaporto per ancora una o due settimane, ma empaticamente sono etnicamente “inglese”.

 

Ora Alex Salmond, non essendo in alcun modo politically correct, può vincere, o arrivarci molto vicino, grazie all’attivazione di un sentimento di identità scozzese, in particolare fra i giovani e la classe lavoratrice, e gli inglesi lo riconoscono – hanno iniziato a considerare che anch’essi potrebbero reagire in modo simile alle urne nel prossimo voto. Se lo Scottish National Party – altrimenti noto come il Real Scottish Labour Party – può aver successo nel fare appello all’identità nazionale, cosa rischiosa e motivo di orgoglio allo stesso tempo nel passato, allora ci possiamo aspettare che lo Ukip – altrimenti conosciuto come il Real English Conservative Party – attivi una reazione simile nelle identità politiche a sud del confine.

 

Non per niente Rupert Murdoch si è tenuto regolarmente in contatto con Nigel Farage, leader dell’Ukip, e Alex Salmond. Cruden Holdings, il trust della quota familiare Murdoch nell’impero media Murdoch, prende il nome da Cruden Bay, nella tetra costa orientale scozzese a nord di Aberdeen, da dove il nonno di Murdoch emigrò verso l’Australia, dove divenne moderatore della chiesa libera scozzese. Gli Wee Frees, nome con il quale sono conosciuti,  coloro che si separarono dalla chiesa di Scozia perché non abbastanza rigorosamente calvinista, si considerano i veri detentori della fede riformata. Sono anche famosi autodidatti, mentre approfittano dell’eccellente istruzione universale gratuita che la Scozia ha sempre fornito fin dalla riforma, perché tutti devono essere in grado di poter leggere la Bibbia.

 

L’emigrante scozzese Andrew Carnegie ha lasciato la sua fortuna, accumulata con la US Steel, affinché finanziasse molte migliaia di biblioteche pubbliche e organi in chiesa in tutto il mondo. David Livingstone fu un altro tipico uomo dalle molte virtù e ambizioni, che lavorò in fabbrica mentre studiava teologia, greco e medicina per diventare un ministro missionario, un dottore e un epico esploratore in Africa. A un altro livello, Jardine e Matheson formarono la compagnia commerciale che prese il loro nome e fondarono la “colonia scozzese” di Hong Kong, mentre il bisnonno di David Cameron fu un altro povero ragazzo scozzese che finì per diventare il presidente fondatore di HSBC – la Hong Kong Shanghai Banking Corporation. Il bisnonno del creatore di James Bond, Ian Fleming, fondò la Fleming Bank, che costruì una gran parte delle ferrovie americane. Il 33 per cento degli amministratori e dei governatori dell’impero britannico fra il 1850 e il 1939 era scozzese. Una enorme percentuale delle navi del mondo è stata costruita nella valle del Clyde, dove Marx pensava che sarebbe scoppiata la rivoluzione comunista mondiale. Nell’“Enrico V” di Shakespeare, prima della battaglia di Agincourt ci sono quattro soldati: un inglese, uno scozzese, un irlandese e un gallese, si prendono in giro sulle differenze nel parlare e nel vestirsi, e si vantano delle proprie abilità in battaglia prima di andare felicemente a combattere il nemico comune: la Francia. Salmond vince se continua a enfatizzare i rischi e sminuire le difficoltà. Tutti i britannici amano le buone battaglie. O, come dicono gli irlandesi: “E’ una battaglia privata, o può partecipare chiunque?”.

 

Per la maggior parte, gli scozzesi sono lowlander, abitanti della pianura, e solo 200 mila persone vivono nelle Highlands e nelle Islands. Eppure gli ultrapratici lowlander sognano ancora romanticamente di essere uomini di clan, che sguainano le spade e indossano il kilt, che combattono come quando venivano chiamati dai tedeschi “Diavoli con la gonna”.

 

Londra non solo non è più il centro del potere, non è nemmeno più britannica – e lo stesso vale per gli inglesi. Bruxelles è una collezione di guastafeste, di egocentrici maniaci del controllo. Il Parlamento europeo non sarebbe stato mai riconosciuto come Parlamento in nessuna delle British Isles in nessun momento degli ultimi cinquecento anni. “No taxation without representation” era lo slogan dei coloni inglesi e scozzesi che in America cercavano la parità con Westminster. Impari come rovinare un impero – e ricordatevi, con 27 stati l’Unione europea è un impero – quando per prima cosa lo conquisti, cosa che scozzesi, inglesi, irlandesi e gallesi hanno imparato grazie all’esperienza. Ciò è specialmente vero quando a quell’esperienza si aggiungono le menti migliori dell’Illuminismo scozzese: uomini come Macaulay, Adam Smith e Mill; per non parlare di Hume e Ferguson.
Si può descrivere il programma di Salmond come “wishful thinking” e come un appello alla storia, o come se parlasse dei genitori che se ne vanno per il weekend e lasciano ai figli adolescenti le chiavi della cantina per una festa. Oppure, si può dire che in un’Europa necrotica e in declino, che soffre di mancanza di ambizione e di “uomini dalle mille virtù e ambizioni”, questa “burla” dell’indipendenza scozzese sia parecchio divertente e possa essere un’avventura da sfruttare tanto quanto lo fu per i nostri avi. Dopo tutto, errare per mare fa parte del nostro Dna. Ed ecco dove la campagna “Better Together”, volta ad ottenere un “no” come voto, negativo e privo di rischi, ha sbagliato tutto. Tutti i partiti politici infatti, tranne Snp e Ukip, hanno sbagliato tutto. Le quattro nazioni dell’isola che combattono assieme – e non che combattono l’una contro l’altra – hanno conquistato un quarto del globo e l’area della sterlina è arrivata a coprire il Giappone, la Cina, e anche il Sudamerica. Metà dell’esercito in India era formato da irlandesi cattolici mentre 17 dei 25 British Field Marshal creati dopo l’irlandese Wellington erano protestanti irlandesi. Furono i South Wales Borderers – che erano davvero ad Agincourt – a sconfiggere gli altri invasori del Sud Africa, gli Zulu, nel XIX secolo.

 

Sono nato quando l’impero era ancora al suo massimo di estensione. Sia la Prima sia la Seconda guerra mondiale sono state vinte con truppe dell’impero. Eppure sono più orgoglioso del fatto che la decolonizzazione – che ebbe luogo nei miei anni universitari al ritmo di 14 nazioni l’anno – sia avvenuta senza causare alcuna grande guerra; qualcosa che sarebbe stato molto probabile al giorno d’oggi, con tutti questi brividi preventivi di correttezza politica.

 

Qualche giorno fa, un illustre diplomatico tedesco mi ha detto che non riusciva a capire come i britannici potessero voler lasciare l’Europa per l’oceano. “Dopotutto gli americani non vi vorranno”. Ma gli inglesi, i gallesi, gli scozzesi e gli irlandesi sono gente che commercia sul mare – e noi vagabondiamo per gli oceani come corsari/commercianti che cercano nuove, non vecchie, opportunità, anche se siamo tuttora il più grande investitore straniero negli Stati Uniti. Il mio argomento personale per “Better Together” sarebbe un’Unione o un Commonwealth (l’ultima grande innovazione politica di Cromwell in ordine di tempo), concepiti in modo nuovo, con l’Union Jack che sventola composta dalle croci sovrapposte di St George, St Andrew, St David e St Patrick, sotto le quali abbiamo dimostrato straordinarie prodezze militari, di invenzione, di esplorazione, tutte in modo collettivo. Aggiungerei che finché manteniamo le nostre identità, e le nostre rivalità, possiamo tutti beneficiare della stessa nave che punta i cannoni verso l’esterno.

 

Il mio primo patrigno è stato Lord Belhaven and Stenton, il primo e unico membro nazionalista scozzese della Camera dei Lord. E’ stato il suo omonimo avo a fare nel 1707 il discorso al Parlamento scozzese prima di votare per l’Unione nel quale egli si lamentò dicendo: “Questa è la fine di una lunga canzone”. L’Act of Union del 1707 ha creato il Parlamento unito della Gran Bretagna a Westminster, così come nel 1801 l’Unione del Parlamento di Dublino con il Parlamento di Westminster ha creato il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. In entrambi i casi è stata la minaccia di un impero francese nel continente, burocratico, assolutista e cattolico o rivoluzionario (non ha importanza) che ha spinto all’unione nella “barca” di Westminster. La differenza fra queste due Unioni è che quella scozzese non portò insediamenti inglesi in Scozia, né venne imposta una confessione religiosa, come invece avvenne in Irlanda; anzi creò un bastione commerciale imperiale, protestante e parlamentare, contro la Francia cattolica e assolutista, che con la revoca dell’editto di Nantes del 1685 aveva cancellato dal punto di vista religioso la popolazione protestante – con grande vantaggio economico e industriale per le isole britanniche. Il primo governatore della Banca d’Inghilterra era un rifugiato ugonotto.

 

Alla Coppa di Calcutta, la grande partita di rugby annuale fra Inghilterra e Scozia, i fan scozzesi fieramente partigiani ma ben educati cantano a gran voce il loro “inno nazionale”, “The Flower of Scotland”, che parla di una famosa sconfitta medievale inflitta all’Inghilterra. Eppure, il derby tutto scozzese fra i Glasgow Rangers (presbiteriani scozzesi) e i Glasgow Celtic (immigrati cattolici irlandesi) non può in alcun modo essere definito un match “amichevole” per giocatori e spettatori. Le rivalità esterne fra inglesi e scozzesi non sono nulla in confronto alle rivalità settarie fra scozzesi. Ma chi siano gli scozzesi (sono una tribù irlandese?) e dove sia la frontiera (una volta arrivava a sud fino al Lancashire e allo Yorkshire) sono ancora questioni oggetto di disputa – amichevole o no. Il mio ex patrigno, Robin Hamilton, ha un cognome anglo-normanno, così come suo cugino, il Duca di Hamilton. La regina, la cui madre era scozzese, è stata educata da una tata delle Highlands e da una governante di Edimburgo,   e si sente probabilmente più a casa a Balmoral Castle nelle Highlands o a Holyrood Palace a Edimburgo che nell’altro suo regno inglese. Fu lei, a quanto capiamo, che ammonì Tony Blair del rischio di dividere il Regno Unito con i piani per la devolution, che l’ex premier laburista invece vedeva come un contentino che avrebbe fatto felice lo Scottish Labour Party con più “lavori per i ragazzi”. Solo nel 1973 l’Snp, uno strano miscuglio di poeti comunisti e aristocratici feudali, ebbe il suo primo seggio a Westminster. In molti modi questo strano ibrido è un lamento molto recente, piuttosto che molto antico.

 

La “vecchia canzone” di Lord Belhaven è stata un matrimonio lungo, a volte litigioso, ma sorprendentemente di successo; specialmente per gli scozzesi. Non ultimo perché ha mascherato le loro considerevoli differenze interne delineate, nei romanzi di R. L. Stevenson “Il Ragazzo Rapito” e “Catriona,” nel corteggiamento fra Catriona, la figlia dell’impetuoso e romantico capo clan delle Highlands, e il severo, moralista e presbiteriano Alan Breck delle Lowlands. Una Scozia indipendente troverebbe difficile mantenere una propria unità interna, senza che ci fossero inglesi cui dare la colpa, specialmente con metà della popolazione che si oppone alla rottura dell’Unione che dura da 307 anni, e della monarchia duale in vigore dal 1601.
In effetti la relazione fra le due regine, Elisabetta I dell’Inghilterra protestante, e Maria regina di Scozia, la regina cattolica espulsa nel 1567 dalla Scozia presbiteriana, evidenzia similitudini così come differenze. Maria cercò rifugio presso la sua cugina inglese, Elisabetta, che poi ripagò  cercando di farla assassinare per diventare regina, cattolica, francese (era già benestante vedova regina di Francia) nonché candidata del Papa.

 

[**Video_box_2**]Dopo il terzo complotto nel quale, grazie a Giordano Bruno come spia, Maria fu catturata con le mani nel sacco, Elisabetta fu costretta ad acconsentire alle richieste del Parlamento di un’esecuzione come questione vitale di sicurezza nazionale, nonché per evitare una guerra di religione come quella che stava pervadendo la Francia. Maria negò il complotto, “parola di Regina”, mentre Elisabetta negò di aver firmato la sua condanna a morte, “parola di Regina”! Eppure il loro rapporto proseguì post mortem, dato che Elisabetta indicò Giacomo VI di Scozia, figlio di Maria cresciuto come presbiteriano, suo erede e successore.

 

Questo è indicativo delle similitudini e delle differenze fra entrambe le nazioni, anche se Giacomo I d’Inghilterra e VI di Scozia, creando una nuova bandiera e dichiarando il suo regno “Gran Bretagna” non riuscì a far votare né il Parlamento scozzese né quello inglese a favore dell’Unione, nonostante il suo desiderio di creare un impero protestante. Questa riluttanza non sorprende, dato che fra il 1040 e la battaglia di Culloden del 1746 tutti i re in Inghilterra tranne tre respinsero un’invasione scozzese, o scelsero di invadere la Scozia, o spesso fecero entrambe le cose. Ciò nonostante, linguisticamente parlando il confine fu permeabile, con l’inglese del 1500 – Broad Scots – come lingua dominante nella Lowland scozzese, anche se ancora nel 1750 circa il 2 per cento delle persone parlava gaelico, specialmente nelle Highlands. A guidare questa unione linguistica fu anche la versione di re Giacomo della Bibbia, del 1610, scritta in inglese e usata su entrambi i lati del confine.
Il formidabile esercito scozzese prima provocò la guerra civile inglese, poi sostenne in modo cruciale il Parlamento in cambio della promessa di un’Inghilterra presbiteriana, ma quando persuasero Carlo I a fare la stessa promessa dovettero combattere contro Cromwell, che vedeva il presbiterianesimo tanto prescrittivo quanto l’anglicanesimo, che il Parlamento aveva abolito, e gli scozzeri a Dunbar furono comprensibilmente sconfitti nella più grande vittoria di Cromwell. I primi Parlamenti del Commonwealth unito, con membri eletti da Inghilterra, Scozia e Irlanda, si riunirono sotto il protettorato di Oliver Cromwell, mentre il Lord Protector rifiutò la corona che il Parlamento gli offriva.

 

Fu la minaccia rappresentata da Luigi XIV a persuadere (con parecchi regali da parte del romanziere Daniel Defoe, capo dei servizi segreti inglesi) sia gli scozzesi sia gli inglesi, che non volevano che gli scozzesi entrassero nei loro mercati imperiali, a far approvare l’Act of Union nel 1707. Quando Defoe attraversò il confine con la Scozia notò che la prima città era “perfettamente scozzese, come se ci si trovasse un centinaio di miglia a nord di Edimburgo, né vi era la minima presenza di qualcosa di lontanamente inglese nel loro modo di vivere, mangiare, vestire o comportarsi”. Quando fece il giro delle Highlands del nord, Defoe pensò fosse più conveniente far finta di essere francese.

 

Eppure il fatto che questa fu un’unione flessibile, parziale sotto molti punti di vista, forse può spiegare perché è durata così a lungo. Ha dato agli scozzesi molto più potere politico con Westminster sulle questioni scozzesi. Il Barnett Agreement del 1973 dà a ogni scozzese più di 200 sterline l’anno come compensazione per la deindustrializzazione. Le ex aree industriali inglesi non hanno nessun tipo di sussidio del genere. E’ questo sussidio che permette alla Scozia di avere un’istruzione universitaria gratuita – per scozzesi e cittadini dell’Ue ma non per gli inglesi – e anche case di riposo gratuite – il tutto a spese inglesi.

 

L’unione è stata paradossalmente un mezzo per mantenere una “scozzesità” distintiva al nord del confine, e per esportarla in tutto il mondo, creando benessere diffuso, mentre l’impero ha fornito un numero sproporzionato di posti di lavoro nell’amministrazione e nelle Forze armate. Dal 1910 al 1990 tutti i cancellieri dello Scacchiere sono stati scozzesi, e così tutti i primi ministri del Regno Unito dal 1997 a ora. Una Scozia indipendente si troverebbe in seria difficoltà a replicare tali vantaggi.

 

Eppure in una vignetta del 1940 si vede un Highlander scozzese che riflette: “Se gli inglesi si arrenderanno, sarà una lunga guerra!”. Pur dando voce all’innata sfiducia scozzese nelle abilità inglesi, ciò esprime anche la fiducia nella resilienza scozzese nel difendere l’Unione, qualsiasi essa sia, contro un invasore dell’arcipelago, qualsiasi nome esso abbia.

 

(traduzione di Sarah Marion Tuggey)

 

Richard Newbury

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