Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Lavoro a ritmi europei, pour cause

Marco Valerio Lo Prete

Superare l’Art.18, l’ultimo treno per scalfire la diffidenza di Berlino. Finanziaria e Jobs act ora devono andare in tandem per convicere Merkel.

Roma. “Entro il 15 ottobre dev’essere chiaro qual è l’iter normativo” della riforma del lavoro, ha detto ieri pomeriggio Matteo Renzi. Un riferimento temporale preciso, quello enunciato dal presidente del Consiglio dopo un incontro a Palazzo Chigi col ministro dell’Economia, Padoan. Un riferimento temporale nient’affatto casuale, conferma al Foglio una fonte della Commissione Ue: “Il 15 ottobre è il giorno in cui Roma dovrà inviare a Bruxelles il progetto della Legge di stabilità. Avere pronto, per quella stessa data, un testo legislativo che liberalizzi il mercato del lavoro, equivarrebbe a mandare un segnale all’Ue, a ottenere un approccio più elastico sul risanamento dei conti, e a scalfire la diffidenza che è tornata ad aleggiare a Berlino”.

 

“Tutta la crisi economica globale ha determinato una profonda crisi di fiducia. Sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, degli investitori verso i governi e le banche, delle banche tra di loro, degli imprenditori verso i mercati – dice al Foglio Enzo Moavero Milanesi, già ministro per gli Affari europei dei governi Monti e Letta – Poi, nello specifico, alcuni paesi, incluso il nostro, sono più spesso vittime di questo clima di sfiducia”. Figlio a volte di “stereotipi da tempo consolidati”, altre volte della “presa d’atto che alcuni paesi sono più indolenti di altri” nell’approvazione di riforme da tempo necessarie. “Molto dipenderà da come la riforma del lavoro finirà per configurarsi in concreto – conclude Moavero, gran conoscitore delle dinamiche brussellesi – Certo è che una pianificazione trasparente e dettagliata della sua approvazione e della sua applicazione potrà eliminare molti dei punti interrogativi che nelle ultime settimane sono tornati a caratterizzare l’atteggiamento delle leadership europee verso l’Italia”.

 

Soprattutto in Germania, alla fase della “curiosità” dell’establishment attraversata quando Renzi a febbraio scalzò più rapidamente del previsto Enrico Letta, è seguita una fase di “sollievo” dopo il risultato del Pd renziano alle elezioni europee di maggio e la marginalizzazione delle forze populistiche. Ora siamo però nella fase del “punto interrogativo”. Ottimi annunci e promesse, ma quando si passa all’azione? L’Italia sarà in recessione anche quest’anno, e il rischio è quello che Roma torni a fare storia a sé rispetto all’Eurozona (che comunque cresce in maniera stentata). Con l’avvicinarsi della Legge di stabilità in ottobre, gli appelli pubblici di Renzi alla “flessibilità” hanno aggiunto altri punti interrogativi. Il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, ha sì sorpreso i mercati con misure aggiuntive di politica monetaria per puntellare la ripresa dell’Eurozona il cui pil rimane 2,4 punti percentuali sotto i livelli pre crisi. Ma contemporaneamente, di fronte alle crescenti insofferenze della Bundesbank, ha pure rilasciato dichiarazioni sempre più stentoree sulla situazione dell’Italia che è ancora indietro di 9 punti percentali di pil rispetto al picco pre crisi. Non solo. Jyrki Katainen, commissario Ue ad interim per gli Affari economici e monetari, già designato vicepresidente della futura Commissione Juncker, da sempre vicino alle posizioni rigoriste di Berlino, negli ultimi giorni ha dato voce a quei punti interrogativi che albergano nella leadership tedesca: “Sulle riforme non bastano le promesse”.

 

[**Video_box_2**]Ieri mattina il governo, in commissione Lavoro al Senato, ha tentato di offrire una prima risposta, presentando il suo emendamento all’articolo 4 sul riordino dei contratti, quello dove si registrano le maggiori resistenze in seno al Pd, proponendo “per le nuove assunzioni” il “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”. Poi nel pomeriggio Renzi, che due giorni fa aveva minacciato di approvare la riforma per decreto in caso di mancato accordo parlamentare, è tornato a insistere sulla tempistica. Il 15 ottobre, da ieri, è ufficialmente la data limite per il Parlamento. La stessa data per cui sta lavorando, sul fronte dei conti pubblici, il ministero di Via XX Settembre. Pier Carlo Padoan, l’altra sera a “Porta a Porta”, nel tentativo di minimizzare l’enfasi su quello che è solo uno degli aspetti del Jobs act, ha detto che “molti all’estero non sanno nemmeno cos’è” l’articolo 18 che impone il reintegro dei lavoratori licenziati. Certo è che l’articolo 18 lo conoscono bene istituzioni come la Bce e la stessa Ocse (di cui Padoan è stato vicesegretario generale e capoeconomista) che da anni chiedono di superare questo unicum italiano, così da  aumentare la flessibilità in uscita e ridurre il dualismo tra insider garantiti e outsider precari.

 

L’emendamento governativo sul contratto a tutele crescenti ha permesso ieri sia a Maurizio Sacconi (Ncd) sia a Cesare Damiano (sinistra del Pd) di cantare vittoria. I decreti attuativi del governo dovranno scontentare qualcuno. Nel frattempo, però, un compromesso sul lavoro approvato dal Parlamento potrebbe rassicurare la cancelliera Merkel e concedere un po’ di respiro sui conti. E’ la scommessa di Renzi e Padoan.