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Come ti consegno l’Expo al santone

Governi deboli e compiacenti, università italiane credulone e progressisti allo sbando. Grazie a loro Vandana Shiva, guru anti Ogm che straparla contro scienza e dati di realtà, ha conquistato Milano.

10 Settembre 2014 alle 06:30

Come ti consegno l’Expo al santone

Vandana Shiva, guru anti Ogm (Foto Lapresse)

Roma. “Vandana Shiva collaborerà con la nostra università nell’ambito del cluster che all’interno dello spazio espositivo di Expo 2015 sarà dedicato al riso. L’impegno di Vandana Shiva per la salvaguardia dei semi testimonia l’importanza delle risorse alimentari, il pericolo dell’ingegneria genetica e il dovere di garantire una equa distribuzione delle risorse in base ai bisogni. E queste sono anche le grandi tematiche di Expo Milano 2015, l’importante sfida a cui Milano si sta preparando e alla cui realizzazione il nostro Ateneo ha attivamente collaborato”. Con queste parole, l’Università di Milano Bicocca ha salutato a maggio la collaborazione tra l’ateneo e la Shiva, eroina anti Ogm (organismi geneticamente modificati), oggi al centro di nuove polemiche dopo la lunga inchiesta che il New Yorker le ha dedicato. Un’inchiesta che mette in dubbio alcune delle uscite più roboanti della Shiva (fonte originaria della saga sui presunti suicidi di massa dei contadini indiani), i suoi titoli di studio e altro ancora. Fatto sta che, come dimostra il virgolettato di cui sopra, la Shiva è arrivata all’Expo attraverso la porta che meno ti aspetti, quella dell’università, e oggi che la sua credibilità – dal suo presunto curriculum scientifico ai contenuti della sua propaganda – è a pezzi, è inevitabile chiedersi come questo sia stato possibile. Quali sono i meriti scientifici che l’Università ha riconosciuto e certificato alla Shiva? E siamo sicuri che non si possa rimediare? Una Caporetto dell’università italiana, quindi, ma non solo.

 

L’Expo milanese – che ieri Matteo Renzi ha detto sarà “uno straordinario motivo di orgoglio” – ha come titolo “nutrire il pianeta”. Si parla di cibo, di agricoltura e quindi di povertà: come è possibile che le tecnologie più avanzate nell’ambito del miglioramento genetico delle piante agrarie, grazie a una scelta politica che ha visto concorde tutto l’arco costituzionale, siano state tenute lontane da un evento simile? Come è possibile che a un mondo che chiede pane, e competenze per produrlo, Expo risponda consigliando brioches? Difficile non ripensare al piccolo coltivatore indiano che, dalle pagine del New Yorker, difendeva con le unghie e con i denti dalla propaganda della Shiva proprio quegli Ogm che gli permettono di produrre di più, a minori costi, e ammalandosi di meno.

 

Secondo lo scrittore Antonio Pascale, che sul rapporto tra scienza e opinione pubblica ha spesso riflettuto, all’origine di questa inversione di valori che ha coinvolto principalmente l’universo progressista c’è quello che lui chiama “sapere nostalgico”, di cui Pier Paolo Pasolini è stato forse il campione incontrastato: un’estremizzazione ideologica di quel bias che addolcisce i ricordi e ci porta a temere qualsiasi cambiamento, come una forma di corruzione di una presunta età dell’oro che non esiste più, e soprattutto non è mai esistita: “Mio nonno coltivava biologico, ma non per scelta, per necessità – dice Pascale al Foglio – Era un uomo a chilometri zero: se non avesse fatto le due guerre non si sarebbe mai mosso da casa sua”. Chi sarebbe disposto oggi a tornare a fare quella vita? Perché dovremmo consigliarla o imporla nei paesi in via di sviluppo? “Quando studiavo agraria – dice Pascale – i professori di sinistra parlavano di progresso tecnologico e di miglioramento genetico. Erano quelli di destra che la menavano con le tradizioni”. Oggi invece si preferisce coltivare l’illusione, decisamente a buon mercato in una parte di mondo che non ha più problemi di malnutrizione, secondo la quale le buone intenzioni, da sole, sarebbero in grado di sfamare gli abitanti del pianeta: invece per garantire la produzione attuale di cibo con le tecniche di sessant’anni fa, la cosa più simile all’agricoltura biologica su vasta scala di cui abbiamo memoria, sarebbe necessario rendere coltivabile un’area vasta quanto la Russia, se non di più, secondo un interessante studio pubblicato nel 2010 dalla National Academy of Sciences statunitense.

 

[**Video_box_2**]Se è vero che tra il 1961 e il 2005, mentre la popolazione mondiale cresceva del 111 per cento, la produzione agricola è aumentata del 162 per cento, se è vero che nel 1950, sul pianeta Terra, un miliardo di persone su un totale di 2 miliardi e mezzo di abitanti soffriva la fame mentre oggi lo stesso pianeta fornisce cibo a sufficienza per più di 6 miliardi di persone, su un totale di 7 miliardi, se è vero che in circa sei decenni la percentuale di persone che soffrono la fame e la malnutrizione è passata dal 40 al 15 per cento, mentre, in termini assoluti, lo stesso pianeta le cui risorse erano a malapena sufficienti a nutrire 1,5 miliardi di individui oggi ne sfama quattro volte tanti, non lo dobbiamo alla propaganda della Shiva, che dal palco dell’ateneo milanese parlava di ritorno alla semplicità e alla “terra madre, organismo vivente che interconnette tutti noi”, ma al progresso tecnologico.

 

E poi, per finire, c’è il côté politico: un ministro dell’Agricoltura di sinistra, Maurizio Martina, ancora non ha risposto alle domande che gli ha rivolto pubblicamente, mesi fa, la senatrice a vita Elena Cattaneo, persona di sinistra, sul tema degli Ogm. Domande che riportano alla battaglia dei maiscoltori del nord della penisola, tra tutti quelli del Friuli e della Bassa mantovana, perché sia rimosso il paradossale divieto che impedisce loro di coltivare quel che invece è legittimo importare, e che li mette in una condizione di oggettivo svantaggio competitivo nei confronti degli agricoltori del resto del mondo. E che riportano anche alla questione del bando alla ricerca sugli Ogm deciso nel 2001 dal ministro Pecoraro Scanio (governo Amato) e rispetto al quale oggi, 6 ministri dell’Agricoltura dopo, siamo ancora fermi allo stesso punto. Unici in Europa, ma anche qui si preferisce glissare.

Giordano Masini

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