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Missouri burning

I nemici dell’America vedono a Ferguson la disgregazione obamiana

Le autopsie sul corpo di Brown non placano la rivolta. Iran e Russia non si lasciano scappare l’occasione.

18 Agosto 2014 alle 06:10

I nemici dell’America vedono a Ferguson la disgregazione obamiana

Foto LaPresse

New York. Una delle autopsie condotte sul corpo di Michael Brown, il diciottenne ucciso il 9 agosto a Ferguson, nel Missouri, dice che è stato colpito da sei proiettili. Due dei colpi esplosi dall’agente di polizia Darren Wilson lo hanno raggiunto alla testa; l’ultimo, probabilmente quello fatale, ha perforato la parte superiore del cranio, segno che “Big Mike” aveva il capo reclinato in avanti, circostanza che i parenti della vittima e i manifestanti usano per suffragare la tesi che il ragazzo ha affrontato l’agente con le mani alzate e forse persino inginocchiandosi in segno di resa. Tutti i colpi sono stati sparati di fronte, il che contraddice la testimonianza di Dorian Johnson, l’amico con cui Brown quel giorno passeggiava verso casa della nonna. Johnson sostiene che il poliziotto gli abbia sparato alla schiena.

 

Sul corpo non sono state trovate tracce di polvere da sparo, dunque non si tratta di spari ravvicinati, altro dettaglio che non collima perfettamente con le testimonianze (la polvere però potrebbe essere sui vestiti, il cui esame non è stato reso pubblico). Ad eseguire l’autopsia – parallela a quella ufficiale, dalla quale si evince che la vittima era sotto l’effetto di marijuana, stando alle fonti del Washington Post – e rivedere le carte dell’obitorio è stato Michael Baden, ex capo dei medici legali di New York e decano della disciplina con tanto di show televisivi all’attivo sull’onda della grande fascinazione americana per il legal drama.

 

L’avvocato della famiglia Brown – lo stesso cha ha rappresentato la famiglia del diciassettenne Trayvon Martin ucciso lo scorso anno in Florida in un caso che ricorda quello di Ferguson: la guardia che ha sparato è poi stata assolta – ha convocato il medico ottantenne nel Missouri per fare chiarezza almeno sulle perizie mediche, ma per il momento l’esame non conferma la tesi popolare dell’esecuzione a sangue freddo né quella della polizia, che parla di una colluttazione in cui il ragazzo avrebbe tentato di sfilare la pistola dalla fondina dell’agente. Su richiesta della famiglia, il dipartimento di Giustizia ha ordinato un’autopsia indipendente, viste le “circostanze straordinarie del caso”.

 

Nemmeno l’intervento del luminare che ha esaminato le autopsie di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King ha portato risposte certe nel sobborgo di St. Louis trasformato in teatro di guerriglia urbana verso cui sono rivolti tutti gli sguardi d’America e non solo. Ferguson, con le sue agitazioni a sfondo razziale, le cortine lacrimogene, i mezzi militari, gli arresti, il coprifuoco e le recrudescenze del male oscuro della segregazione, è salito al rango di simbolo di tutto ciò che non va in America, manifestazione domestica di un declino inesorabile. E gli avversari di Washington nel mondo prendono nota. Li Li, opinionista dell’agenzia cinese Xinhua – di proprietà del governo, come tutti gli organi d’informazione – scrive che “le divisioni razziali sono ancora una malattia radicata che distrugge la società americana”, e conclude: “Chiaramente gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla risoluzione dei loro problemi invece di dare lezioni agli altri”.

 

I reportage di Russia Today, canale in lingua inglese manovrato dal Cremlino, battono da giorni sullo stesso tasto per mostrare al pubblico l’ipocrisia dell’America che non riesce a venire a patti nemmeno con se stessa. L’ayatollah Ali Khamenei in versione troll da social network sostiene che “gli Stati Uniti sono il più grande distruttore di diritti umani del mondo”, potenza che oltre a commettere crimini internazionali opprime il proprio popolo con la discriminazione e la violenza. Agli occhi dei detrattori dell’America, Ferguson è il dolce spettacolo della disgregazione.

 

La percezione è rinfocolata dall’insistenza di Barack Obama sul fronte domestico, il “nation building at home” che avrebbe traghettato la potenza imperialista e impicciona di Bush sul litorale dell’autocritica e della ricomposizione. L’America di Obama si sarebbe richiusa dentro i propri confini per curare le ferite dell’avventurismo e consolidare le strutture economiche lacerate dalla crisi, ma quando si guarda dentro il paese incappa in circostanze che sembrano fatte apposta per fornire ai critici nuove prove dell’inadeguatezza morale del faro del mondo libero. A Ferguson l’elemento razziale – ancora tutto da dimostrare nelle indagini – è stato accompagnato da uno sfoggio di potenza militare più affine a un teatro di guerra che a un sobborgo urbano in rivolta. La gestione delle conseguenze di una tragedia ha finito per essere un’aggravante colta al volo da chi costantemente cerca appigli per fustigare le già incerte ambizioni dell’impero americano nella sua versione obamiana. Da Ferguson passa il declino dell’America, o almeno la sua percezione.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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