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Road to nowhere

Anche la Tirrenica porta verso il nulla? Psicodramma maremmano con nobili, piddini e grillini. Gli hangar sull’Aurelia, il banco fantasma dei formaggi, i sindaci anti autostrada con gli intellò tra Capalbio e Livorno.

27 Luglio 2014 alle 06:24

Road to nowhere

Vincenzo Cabianca, “La passeggiata” (o “Il padre e la sorella del pittore”), 1867 (collezione privata)

La grande opera, Autostrada Tirrenica propriamente detta, esiste e non esiste, ma il suo fantasma aleggia per la Maremma nei giorni in cui, in Toscana, si attende lo sblocco governativo dei 270 milioni di euro che servono per finirla. Come in tutte le storie di fantasmi, ognuno ci mette del suo: qualcuno pensa di vederlo, lo spettro, ma forse è soltanto un’ombra; qualcuno vorrebbe trovarcisi faccia a faccia per capire l’effetto che fa; qualcuno si convince che, nel dubbio, è meglio comunque crederci, ché potrebbe pure trattarsi di un fantasma buono. Dici “Autostrada tirrenica”, in Maremma, ed è come scatenare gli elementi nell’alambicco. C’è il buonsenso (“la strada nuova serve, prova tu a dire a un inglese che tra Roma e Manciano ancora ci vogliono due ore e mezzo quando ci si potrebbe arrivare in cinquanta minuti”), c’è l’opposizione metafisica al largo scorrimento su multipla corsia (“non si può ferire così la valle che corre tra le colline e il mare”) e c’è lo spirito del luogo, diffidente ma sommessamente possibilista verso la mai completata autostrada che molti vorrebbero solamente “strada”: “Basterebbe ammodernare quella che c’è”, è la frase che toglie d’impaccio chi si trovi a dover rispondere alle domande del forestiero impiccione in un momento di rinnovata querelle cantieristica locale e parallelo giubilo nazionale per l’inaugurazione dell’autostrada “Brebemi” tra Milano e Brescia, con tanto di premier Matteo Renzi alla sfilata d’avvio tra macchine d’epoca (intanto giunge notizia di nuovi scontri “No Tav” in Val di Susa).

 

Non sapendo che pesci prendere (Tirrenica sì, Tirrenica no?), lo spirito del luogo va a nascondersi lungo il ciglio della vituperata e amata antica via Aurelia, negli hangar dove si comprano rotoloni da cucina e tovaglioli da picnic a prezzi da ingrosso, detersivi formato-gigante di marche fané e tovaglie a triplo fiore, festoni e candele di citronella, decorazioni di Natale fuori stagione e annaffiatoi, cestini per spazzatura bordati di pizzo e panchine di vimini da giardino inglese, incongrue ma vendutissime – così pare – nel sottobosco lagunare di Orbetello. Lo si immagina pronto a piantonare gli svincoli da roulette russa che forse presto diventeranno placide e più sicure rotonde, il genius loci che a disagio si aggira tra gli alti muri in ferro della nuova, avveniristica bretella che collega le terre di Albina con quelle di Porto Ercole (“muri antivento”, dice Mario, anziano avventore del bar alla stazione di Capalbio). Anche all’occhio romano pare roba da Francoforte anzichenò, la bretella, con quella carreggiata piana e larga come mai nessuna strada sotto all’Argentario; roba da futuro che è già qui, e che però mai farà dimenticare ai nostalgici (ce ne sono pure tra gli amici del progresso) la fascinazione per la strada che a Orbetello-Porto Ercole arriva per volute laterali e rettilinei improvvisi, passando per la cosiddetta “Polverosa”, un non luogo che si estende di qua e di là dagli alberi, verso gli “eucalipti africani” della fattoria “La Parrina”, così chiamati da quelli che in Africa sono stati davvero in qualche viaggio, e tra i casali e i cartelli stradali e attorno allo svincolo del “Garabombo”, saloon di zona al crocevia tra quattro strade (vi prendono l’aperitivo gitanti comuni e gitanti illustri, giornalisti e professori, nessuno dei quali sconvolto dal fatto di trovarsi nel mezzo del nulla; ci mangiano camionisti, agricoltori e nobili decaduti; ci giocano a biliardino ragazzi e nonni che colà evocano l’“on the road” di un’America del sogno, forse propiziato dai cocktail dell’ormai mitologico Luciano).

 

E’ successo che a Borgo Carige, agglomerato pre capalbiese, cinque primi cittadini, una settimana fa, capitanati non dal sindaco Pd di Capalbio Luigi Bellumori, pure presente al pari di Monica Paffetti, sindaco Pd di Orbetello, bensì dal neoeletto grillino livornese Filippo Nogarin, abbiano detto “no, no e poi no” (chi per la prima volta, chi per l’ennesima) alla futuribile promessa-minaccia dell’autostrada Tirrenica, dal 1968 appesa a tracciati, varianti, soldi privati o pubblici e a proteste orchestrate tra sentieri di polvere e campi di girasole da Nicola Caracciolo, principe ambientalista e anima onoraria di “Italia Nostra”: un punto fermo della lotta “No Sat”, dal nome della società concessionaria dell’autostrada, partecipata Autostrade-cooperative edilizie Holcoa-Vianini-Monte Paschi e presieduta dall’avvocato Antonio Bargone, ex sottosegretario ai Lavori pubblici nel governo Prodi (nel lontano 1996), ex deputato dell’ex Pci-Pds-Ds e dalemiano pugliese d’apparato, non conquistato dalle delizie della vita agreste come il D’Alema originale, attualmente tanto vignaiolo quanto Bargone è sentinella autostradale.

 

Ci fu un tempo in cui D’Alema cucinava risotti chez Bargone, ci fu un tempo in cui D’Alema e Bargone sfoggiavano baffi e capelli speculari mentre discutevano di candidature al Mugello, e c’è il tempo presente in cui Bargone, pur restando presidente Sat, si dimette dalla carica di commissario governativo per la Livorno-Civitavecchia (non c’è “chiara volontà” di finire l’opera, scriveva un mese fa al ministro dei Trasporti Maurizio Lupi lo stesso Bargone, nominato commissario dal governo Berlusconi, nel 2009, e contestato trasversalmente dall’Anticasta: “Ma come?, sei presidente della Sat e pure commissario per l’autostrada?”, gli dicevano gli oppositori. “Controllore e controllato, conflitto d’interessi!”, era l’accusa). E siccome le dimissioni di Bargone chiamano in causa i milioni di euro non ancora sbloccati dal governo, per la Tirrenica sorgono altri guai: ma come, non era tutto privato, tutto in “project financing?”, dicono i nemici della Sat, asserragliati a Borgo Carige con i suddetti sindaci di Capalbio, Orbetello, Suvereto, Civitavecchia e Livorno. E visto che la richiesta di “contributo” pubblico per completare l’opera era stata motivata anche con la crisi e il calo di traffico sulla direttrice Civitavecchia-Livorno, c’è chi ora si fa profeta di sventura (o di ventura, a seconda dei punti di vista e della posizione delle seconde case): “Della Tirrenica non importa più nulla a nessuno”, è il sospetto. Tutto il resto è sentimento, struggimento e percezione visiva dall’Aurelia con lavori, appena oltre Civitavecchia. Si procede lenti in macchina rimirando idrovore, trattori, balle di fieno e nuove spianate da sbancamento pre autostradale che fanno sparire da sotto il naso, dopo decenni, il finora immutabile “banchetto dei formaggi”, quello che non poteva sfuggire agli occhi degli automobilisti (a uno sguardo più attento ricompare, il banchetto, rinnovato da un tavolo per due che pare sospeso nell’aria, in controluce, surreale presenza nel nuovo rialzo di carreggiata: “L’hanno spostato, l’hanno spostato”, pensa per rassicurarsi l’habitué).

 

L’inquietudine si è sparsa (di nuovo, per la terza o quarta volta in vent’anni) oltre il lago di Burano, riserva Wwf con torre diroccata, e sotto Capalbio e verso Ansedonia e più su verso “l’Orbethèllo”, come la chiamano gli orbetellani, preoccupati più che mai, sindaco Monica Paffetti del Pd in testa, per l’ipotetica strada che, dice Paffetti al cronista, “correndo a bordo laguna spezzerebbe in due il territorio presso Orbetello-Scalo” e metterebbe gli orbetellani, “che non hanno alternative di strade complanari”, a rischio di “pagamento del pedaggio” se, putacaso, spiega il sindaco ricordando un precedente ricorso anti Tirrenica del 2008, “si trovassero nella necessità di andarea all’ospedale di Grosseto” (“l’esenzione coprirebbe soltanto 20 chilometri”). E al viandante lagunare viene in mente l’albergatore orbetellano che, mesi fa, confessava al Tirreno il suo piccolo paradosso privato: “Mi hanno fatto storie per il colore del telone della piscina, perché disturbava i fenicotteri rosa, e ora ci fanno l’autostrada”. L’ansia torna a salire nelle case per ora sfuggite ai minacciati espropri non proletari che fanno sobbalzare la sinistra de “L’èra del Cinghiale rosso”, dall’omonimo libro della capalbiese d’adozione Giovanna Nuvoletti (libro in cui, qualche anno fa, si scandagliavano con amore non sempre pietoso le abitudini, i tic e le debolezze dei personaggi e interpreti della saga maremmana). Poi ci sono le zone “dimenticate dal salottismo”, dice Pigi Battista: quelle a nord dell’Uccellina, dove l’autostrada “se arriva ben venga”.

 

Tra la ragione e il sentimento, tra chi spera nel progresso e chi per la Maremma “No Sat” inventerebbe una nuova “Via Gluck” (“Là dove c’era l’erba ora c’è / una città, / e quella casa / in mezzo al verde ormai / dove sarà…”), un’affezionata della tratta Roma-Capalbio come Barbara Palombelli si rassegna “a percorrere a cinquanta all’ora” la zona dei cantieri aperti e a rischio blocco sull’Aurelia, un po’ “per odio verso le multe”, un po’ per “fiduciosa attesa verso la grande opera”. Il frequentatore fisso Andrea Marcenaro tira invece un sospiro di sollievo: il tracciato della Tirrenica, ora come ora, non passa più per casa sua (“non dovrò più aprire un distributore al nuovo svincolo di Marcenaro Marittima”). L’ex presidente Rai Claudio Petruccioli, certezza del litorale e un tempo attivissimo sul tema della Tirrenica, preferisce non addentrarsi nell’argomento.

 

Ma, in zona, tutti gli oppositori della grande opera ricordano il famoso “giallo della variante della Torba”, tirato fuori proprio da Petruccioli durante una riunione “No Sat”, nel 2009: era accaduto che l’ex ministro dei Trasporti Pdl Altero Matteoli, considerato il deus ex machina del nuovo tratto autostradale presso la sua città natale (Cecina), avesse consegnato “per gentilezza” a Petruccioli, che gliel’aveva chiesto a titolo informativo, un incartamento riguardante i lotti autostradali della discordia (il 5a e il 5b). Con grande sorpresa degli astanti capalbiesi, fieri nemici della Tirrenica, la futura autostrada non solo non passava più nell’interno (come si pensava fino a quel momento), con probabile scorno di Manciano e Pitigliano, ma prevedeva sulla costa pure una misteriosa galleria invisa agli archeologi (“come buttare giù con i birilli un’intera città etrusca”, dirà in seguito il professor Andrea Carandini). E oggi Nicola Caracciolo rilancia l’allarme anti Tirrenica, scrivendo pubblicamente a Furio Colombo – giornalista, ex deputato e villeggiante storico con casa in zona – e Furio Colombo gli risponde dalle pagine del Fatto, denunciando preventivamente le possibili malefatte del “mostro inutile e costosissimo”, l’autostrada “che non s’ha da fare”, come dicono i No Sat, e che “annullerà migliaia di piccole aziende agricole”, stendendo le sue mani, è questo l’allarme lanciato da Colombo, pure sulle “falde acquifere” (tanto più che qui nessuno fa come Roosevelt ai tempi “del New Deal”, quando, invece delle autostrade, scrive il giornalista, comparivano nuove università). E mentre i Cinque stelle cercano di trasformare il prossimo annunciato presidio autunnale “No Sat” in un logo anti alta velocità per assonanza con la lotta “No Tav”, alcuni consiglieri regionali di Sel fanno arrabbiare il pro autostrada presidente della regione Toscana Enrico Rossi (dalemiano di vecchia data come Bargone), con dichiarazioni che adombrano, per la Tirrenica, un pasticciaccio modello Mose di Venezia. “Se avete elementi andate in procura”, risponde Rossi a Sel, convinto, come il predecessore Claudio Martini, che la Tirrenica si debba fare eccome. (“E se non avete elementi”, aggiunge, smettetela di dire parole “subdole”).

 

Come da sempre a ogni nuovo sussulto dell’autostrada, e vista l’imminenza del decreto Sblocca Italia, che il viceministro ai Trasporti Riccardo Nencini, interpellato, dà per “vicinissimo”, l’intellighenzia del “no” alla Tirrenica guarda di nuovo con speranza a Garavicchio, la tenuta Caracciolo adorata dall’entourage Agnelli, anche giardino-museo per turisti culturali ansiosi di capire che cosa mai avesse immaginato, a fine anni Settanta, l’artista amica dei Caracciolo Niki de Saint Phalle, la donna che riempì il parco di statue alla Gaudì: una manciata di giganti che alludono ai “Tarocchi”, colossi colorati fatti di acciaio, cemento, ceramica e specchi, marziani che si ergono sul colle visibile dalla strada, detti anche amabilmente “i mostri”.

 

Quando si parla di Tirrenica, né genio né sregolatezza emanano dal bancone del suddetto saloon “Garabombo”, bensì circospezione, tanto che Dedi, la moglie di Luciano, interpellata telefonicamente sull’annosa questione dell’autostrada, dice la cosa che lì per lì dicono quasi tutti i gestori di attività maremmani: “Preferirei la sistemazione dell’Aurelia”. Alla seconda domanda – “ma una strada nuova a largo scorrimento non servirebbe?”, si ottiene la risposta possibilista: “Certo viaggiare sarebbe più semplice”, ma “bisogna andarci piano”, dice Dedi: “Basta che non si sciupi il paesaggio, che non si distruggano le aziende biologiche, che si sappia che qui appena scavi tiri fuori una tomba etrusca” (monito contro il possibile percorso autostradale presso la collina di Giardino, quello che scontentava, oltre agli archeologi, anche Stefania Craxi: da frequentatrice abituale della zona, diceva che “l’Aurelia adeguata” poteva bastare). Anche Maurizio Rossi, storico proprietario del ristorante-galleria d’arte “Il Frantoio” di Capalbio, all’unisono con Ado, pilastro del “Frantoio” stesso, dice che preferirebbe “l’ammodernamento dell’Aurelia” e che “un’altra strada sarebbe troppo”, ma dice pure che “i contrari a tutto son proprio bischeri” e che “tra Rosignano e Cecina è stato fatto un lavoro che funziona” (e allora “perché non fare così anche qui”, è il suggerimento). L’eccezione pragmatica arriva da Lorenza Caputi della “Locanda Rossa”, hotel de charme alle pendici di Capalbio, inserito dal quotidiano Guardian tra le mète imperdibili del 2014. Caputi dice che il “buon senso” dovrebbe consigliare di “non litigare su questioni vitali come questa” e che “la Tirrenica farebbe bene a località come Saturnia, gioiello che soffre la difficoltà di collegamento”. “Tutto può essere vissuto come uno choc”, dice: “Anche ai tempi del passaggio dalla carrozza trainata dai cavalli alle automobili lo choc c’è stato”, ma “se una cosa va fatta va fatta, purché sia fatta bene”.

 

Fatto sta che sulla Livorno-Civitavecchia, al momento, non pende soltanto l’alea dello “Sblocca Italia”, ma anche la procedura di infrazione che la Ue ha aperto nei confronti della Sat su ricorso dei costruttori romani e nazionali di Acer e Ance (che denunciavano presunte irregolarità nell’assegnazione dei lavori). Bargone si appellava alla legge italiana che permette di assegnare “in house”, cioè con una controllata, il 60 per cento dei lavori; l’Acer, come spiega il dirigente per le opere pubbliche Luca Celata, interpreta la norma italiana come “in contrasto” con le norme europee che prevedono l’assegnazione con gara del 100 per cento dei lavori. La Ue, a fine aprile, ha inviato una lettera di messa in mora dell’Italia, primo passaggio formale della procedura di infrazione. Per evitare sanzioni pecuniarie, il governo dovrà rispondere a breve. Tutte cose, queste, che arrivano attutite a Borgo Carige, dove, tra famiglie d’antico lignaggio e verbosi ingegneri grillini, spunta un nuovo nemico retrospettivo, inaffrontabile per motivi politici legati all’oggi: Vannino Chiti, nel 2007 ministro delle Riforme del governo Prodi e convinto sostenitore della Tirrenica (al punto da affermare che “il riformismo” non potesse “fermarsi a Capalbio”), e oggi, ironia della sorte, paladino dei Cinque stelle per ragioni antirenziane (riforma del Senato).

 

Non siamo votati alla religione del “nimby” (dal detto inglese “not in my back yard”, non nel mio cortile), dicono intanto i tenutari della zona, accusati dai pro Tirrenica di sacrificare le ragioni della grande viabilità sull’altare delle dimore estive e non. Non siamo assassini di paesaggi, dicono i pro Tirrenica. “Ma è meglio adeguare l’Aurelia”, è sempre e comunque la sentenza dell’uomo di mondo. E anche se c’è sempre un “ma” sospeso, nei pensieri che corrono tra Ansedonia e Pescia Romana, si capisce che questa storia della Tirrenica – mai completata, sempre da completare – non scompagina più di tanto il cipiglio dei maremmani nella mezza estate non confortata dalla luce d’estate (“altro che autostrada, qui sono solo nuvoloni, ecche luglio è questo?”, dice borbottando il benzinaio).

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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