Quelli che ci provano. Elogio di Matteo

Giulia Pompili

Perché lo Zuckerberg italiano non ha paura di fare soldi in Italia.

Ci sono quelli che si lagnano, quelli che criticano, e poi ci sono quelli come Matteo Achilli, ventiduenne romano, bocconiano, definito dai più autorevoli giornali di business internazionali come la risposta italiana a Mark Zuckerberg e che sarà l’unico italiano a essere inserito nel documentario “The next billionaires” della Bbc. Perché Matteo (nome fortunato, ma lui ride: “Bastasse solo il nome sarebbe troppo facile”) ha fondato nel 2012 Egomnia, un social network per trovare lavoro, un algoritmo che fa incontrare domanda e offerta. Un progetto nato con diecimila euro a fronte di un fatturato di quasi trecentomila euro nel 2013. Struttura snella, una ventina tra dipendenti e collaboratori fissi, una sede legale fieramente mantenuta a Formello, in provincia di Roma.

 

Nel maggio del 2012 Panorama economy gli ha dedicato la storia di copertina – come quella che il Time dedicò a Zuckerberg uomo dell’anno nel 2010 – con un’intervista firmata dal nostro Claudio Cerasa. Dopodiché il successo. “In Italia ci sono grandi imprenditori che si occupano di agroalimentare, di gelati, ma è la periferia del mondo in un campo come il mio”, spiega al Foglio lo stesso Matteo. “Il fatto che oggi i media internazionali parlino di Egomnia è importante per tutte le startup italiane, non solo per la mia”. Perché ovviamente il successo di un italiano coincide quasi in automatico con una valanga di critiche da parte degli stessi connazionali: “Succede spesso che la comunità italiana si senta frustrata, perché non esiste un ecosistema di startup. A volte veniamo attaccati da persone che devono giustificare il proprio fallimento. Io, per esempio, non mi sono mai permesso di criticare il sistema italiano, anche se oggi sto facendo i conti con la fortissima pressione fiscale”.

 

Ma non ha intenzione di lasciare l’Italia, Achilli: “So che il governo sta facendo qualcosa per agevolare l’avvio di imprese come la nostra. Parlarne serve anche a questo: la polemica se non è costruttiva è fine a se stessa”. Ma a parte i lagnosi, ci sono davvero delle buone idee che stentano a decollare per colpa del “sistema” italiano?: “Mi sento di rispondere di no. Di idee ce ne sono poche, e quelle buone scappano all’estero. Sai qual è uno dei problemi? Quelli che fanno startup in Italia pensano a un modello di business americano, che qui non può funzionare. Bisogna capire e conoscere il mercato e la cultura del posto in cui si vuole investire”. Fammi qualche esempio: “Ti dico quelli che mi vengono in mente ora: Fluentify e Barcheyacht.it”. La prima è una piattaforma online per imparare l’inglese, la seconda una startup per vacanze in barca a prezzi vantaggiosi: “Però, vedi: i ragazzi di Fluentify hanno avuto una grande idea che hanno realizzato a Londra. Apriranno un ufficio in Italia, ma se ne sono andati da qui. Quelli di Barcheyacht (Nicola Davanzo e Marco Vascotto, triestini, entrambi under 30, ndr) sono partiti con un investimento governativo da 70 mila euro, sono stati i primi a creare un sito di questo tipo e in meno di un anno contano almeno una quarantina di competitor”. Un’idea vincente che ora incassa il sostegno finanziario di Unicredit. Guarda un po’.
Twitter @giuliapompili

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.