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una fogliata di libri

Oggi, “Ferito a morte” di Raffaele La Capria parla nel deserto

Marco Archetti

Rileggere senza alcun entusiasmo questo romanzo dopo sessantacinque anni dalla sua uscita. Non per l'opera, cristallina, ma perché sta scomparendo il lettore capace di udire quella voce

Rileggere, dopo sessantacinque anni dalla sua uscita, “Ferito a morte” di Raffaele La Capria. E senza alcun entusiasmo. Capiamoci: non per il romanzo, opera cristallina e aerostatica, un miracolo di ariosità, di azzurra leggerezza che galleggia in una luce tersa, sospesa, fugace, inavvertita. Romanzo che tenta di risolvere, e in buona parte ci riesce, il problema dello scrittore che scrive, della sua mano che pesa sulla pagina, della sua forma che sforma e tradisce il flusso della vita costringendolo e intellettualizzandolo, e tenta semmai l’avventura del tratto impressionistico, del tutto che significa di più delle singole parti, della macchia di cose che non compongono un disegno ma vi alludono costantemente, i cui contorni sono più decisivi di ciò che sta al centro (ma cosa sta, al centro di questa storia? Bella domanda). Romanzo in cui i personaggi non riflettono e non si riflettono mai in sé stessi, compiendo l’auspicio dell’autore, che un giorno, pur convinto di non esserci granché riuscito, dichiarò: “Avrei preferito scrivere libri senza specchi, riflessioni davanti agli specchi, e riflessioni sulle riflessioni”. Possiamo stabilire, qui e ora, che questa sia la frase più giusta mai detta da uno scrittore? Stabiliamolo. Ma allora, a fronte di tanta légèreté savant, di tanta souplesse, cos’è che, pagina dopo pagina, fa calare l’entusiasmo fino a stingerlo in una malinconia a malapena curata da questa scrittura così intelligente perché attenta a non esserci?

A poche pagine dalla fine, la risposta: l’assenza di un lettore. La tragica assenza di un interlocutore. Oggi, “Ferito a morte”, parla nel deserto. Oggi, “Ferito a morte”, rischia di non si rivolgersi più a nessuno, perché sta scomparendo il lettore capace di udire quella voce. Un lettore che non abbia ancora ceduto alla riduzione della letteratura a notifica di attualità, a esecuzione di tematica, a problematizzazione narcisistica.

Infatti “Ferito a morte” sottrae al soggetto tutta la complessità e la trasferisce altrove, cioè dove non pesa, dove non lascia dietro di sé una scia di profumo pacchiano, dove non agisce come pachiderma e non appare come carne da analisi teorico-sociologica. E riesce ad andare al di là delle intenzioni dell’autore, servendosi di lui e sorvolandolo, accedendo a territori che esistono solo mentre li crea, territori non premeditati, la cui ragion d’essere non sembra quella di soggiacere a una strategia che chieda continuamente a chi legge di essere riverita, notata, ammirata – il tremendo scrivere che ammicca al lettore, per strappargli consenso, “emozioni” e sospiro devozionale.

“Ferito a morte” si sottrae al lettore munito di zanne sociologiche e di bisogni primari, consegnandosi come un refolo a un lettore capace di abbandono a una percezione sensibile alla luce e alla sensazione che leggere sia un atto di leggerezza, di superficie e di partecipazione a una coscienza in movimento che si muove non su pneumatici chiodati ma in base a variazioni barometriche quasi impercettibili, le quali, una dopo l’altra, ricostruiscono la mutevolezza dell’animo umano, i suoi soprassalti inconsistenti e le sue sciocchezze fondamentali. Un terreno in cui non ci sono il frivolo e il grave ma solo l’umano, un colore che attraversa tutti i colori, sostanza visibile solo ora, adesso, perché poi svanirà in un momento, e quando sarà svanita, a volerle ridare forma, non si potrà che ricadere nella fabbricazione.

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