Una Fogliata di libri

Gli indegni

Giacomo Giossi

La recensione del libro Francesco Abate edito da Einaudi, 384 pp., 20 euro 

La gioventù è un impasto di disobbedienza, ignoranza, confusione, paura, scoperta e inseguimento. Si corre molto da giovani, si cerca e si sbaglia, si cade e ci s’incanta. Ed è una scoperta piacevole ritrovare nella lingua affilata e colorata di Francesco Abate il sapore genuino di una giovinezza raccontata con grande gusto, poca nostalgia e molta affabilità. Con "Gli indegni" porta infatti i suoi lettori fin dentro le trame emotive di una Cagliari punk e anni Ottanta. Il racconto di una provincia quando anche la provincia viveva una tale libertà di pensiero, giovane e ingenuo, da permettersi di essere un potenziale centro del mondo. Bastava esserci con una forza desiderante che Abate riesce a trasmettere con vivo entusiasmo e anche con il segno indelebile di una nostalgia che trasmette guardando al passato non come a un’epoca che fu migliore (anzi, per molti versi fu tragica e sbandata), ma come a un tempo che fu denso di novità e in alcuni casi di spazi ancora non occupati e liberi da regole e prescrizioni (e anche da rassicurazioni accomodanti). Il movimento narrativo è volutamente semplice: tutto parte da un tentativo di fuga, da un desiderio che vuole portare il giovane protagonista, Livio, lontano da Cagliari e dalla sua opprimente famiglia. La direzione è Firenze, l’obiettivo è il grande concerto di Patti Smith, colonna sonora delle quasi quattrocento pagine di un romanzo che sì parla di anni punk, ma con la forma densa ed epica del grande romanzo storico, una specie di Vent’anni dopo postmoderno alla Dumas. E sarà a Firenze, tra le canzoni di Patty Smith che Livio incontra la giovane Anaïs. Ed è con Anaïs che per Livio prende avvio il suo percorso di formazione, una formazione a due come spesso succede nelle storie d’amore. Là dove lei trascina lui tra feste, discoteche e club e là dove la pigrizia e la  goffaggine di lui rivelano una sensibilità per lei inedita. Abate dà forma a una  storicizzazione degli anni Ottanta al di là delle banali retoriche e del sempre più insopportabile refrain della Milano da bere che nulla rappresenta di quegli anni e che è diventato più famoso negli anni Duemila di quanto lo fu al tempo della sua diffusione.  Quegli anni infatti non furono di disimpegno o di banale fuga, ma di liberazione da vecchie e ottuse ideologie che stavano ormai strette a giovani che vivevano oltre le vecchie regole. E anche per questo gli Ottanta furono i primi anni in cui proprio i giovani vennero costretti da nuove paure: dall’eroina all’Aids a un imbrigliamento che li avrebbe etichettati in una ridotta di disimpegnati e debosciati. Indegni dunque lo sono in ogni senso Livio e Anaïs, ma lo sono splendidamente in quell’età  mai più recuperabile che Francesco Abate ritrae con dolcezza e misura. 

  

Francesco Abate
Gli indegni
Einaudi, 384 pp., 20 euro 

Di più su questi argomenti: