Elaborazione grafica di Enrico Cicchetti 

Una fogliata di libri

Il cuore del “jacksonismo” è l'inesistenza della salvezza

Giulia Ciarapica

Ora più di ieri ci chiediamo di cosa è fatto l’essere umano, e la risposta che ci diamo è: della sua parte più buia. La "strega" di Jackson ci guida in un percorso a tappe verso questo buio

Penso che Shirley Jackson abbia inconsapevolmente creato un movimento letterario che per comodità definiremo “jacksonismo” e che più che essere frequentato dai suoi coevi (stiamo parlando di un’autrice nata nel 1916 e morta nel 1965) viene sposato dai contemporanei di oggi, sempre più spesso ossessionati da quell’elemento che è il carattere dominante del jacksonismo: l’Unheimlich, il Perturbante. Chiariamoci: non che dall’Ottocento in poi siano mancati illustri rappresentanti – anche italiani, con i limiti del caso – di questo sentimento oscuro e indefinibile, ma va detto che ora più di ieri ci chiediamo quasi compulsivamente di cos’è fatto l’essere umano, e la risposta che ci diamo è: della sua parte più buia. Vai a capire dove si trovi, tutto questo buio. Ecco, Jackson ci guida in un percorso a tappe e con “La strega”, raccolta di quattro racconti uscita da poco per Adelphi, sembra risalire a una qualche origine legata senza dubbio ai bambini, che diventano protagonisti indiscussi di questi testi.


Il territorio di Jackson è tanto stretto quanto sconfinato, ruota su sé stesso ma riesce sempre a trovare nuove e originali vie d’accesso (quasi mai d’uscita). Regina incontrastata del perturbante – che prende spunto da figure come E.T. Hoffmann (le cui opere influenzarono molto il Romanticismo europeo, ispirando anche le narrazioni di Poe e Dostoevskij) – la Shirley donna moglie e madre si fonde alla perfezione con l’autrice che sarà, dando forma a un’identità angosciante (un po’ fantastica e un po’ no) che non assomiglia a nessun’altra. Ecco il jacksonismo, appunto, una letteratura che approda alla certezza che il male è diffuso nelle nostre vite, alberga nelle case, nelle famiglie soprattutto e resta lì per sempre e da sempre. Il fatto che a questa condizione non vi sia scampo è la premessa fondante del jacksonismo, perché è così, attraverso una cospicua dose di ironia, che si arriva al convincimento che la salvezza non esiste: è un concetto inventato, una sovrastruttura, un’idea posticcia e borderline. Essere salvi vuol dire essere morti, e il jacksonismo non contempla mai la morte della preda, neanche quando diventa invisibile.


Ma torniamo a “La strega”. Se è vero che in questa raccolta la zona d’ombra più estesa, ai confini con la follia, ci viene mostrata dalla donna che si reca a New York per farsi estrarre un molare (un “mal di denti” così ricorrente che, dice il marito, “da quando ti conosco ne hai sofferto almeno sei o sette volte. Avevi mal di denti anche in luna di miele”, tanto farci intendere che è un dolore fisso, radicato, la donna stessa si sente “tutta un dente”, l’incarnazione della propria sofferenza), resta il fatto che l’autrice affida ai bambini l’elemento magico alla sua origine, definendo attraverso il loro sguardo il momento esatto in cui il mistero inquieto del mondo prende avvio (dopotutto non è un caso che Kafka, parlando di fiabe dell’infanzia, sostiene che ogni storia prende vita “dal sangue e dall’angoscia”). Il sapere apocalittico dell’adolescente senza futuro; l’ossessione per le streghe del bambino in treno; un alunno indisciplinato che ha già capito qual è l’unico modo per affrontare la vita, cioè sdoppiarsi. Tutto questo appartiene al jacksonismo, il più luciferino, un Unheimlich rapido e glaciale che implode – come sempre nei testi di Jackson – senza far rumore ma lasciando dietro di sé quintali di macerie.
 

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