“Incontrata la canonica strega, lui la intrappola con un’asta guidamolla, un blocconote Skizzen Brunnen e un portasapone Deis”

L'esilarante oscenità dello Sgargabonzi

Matteo Marchesini

Il diario di una “Anna Frank 2000” da reality apre “Jocelyn uccide ancora”, un’antologia di prose affidata a minimum fax

I nazisti irrompono in casa all’alba, e vogliono che la ragazzina scelga un familiare da mandare nei campi di lavoro. Lei indica suo padre: “Niente di personale”, spiega, “è solo che l’ho visto stanco di questa esperienza (…) volevo nominarmi io stessa ma mi hanno detto che non è possibile. (…) E poi papà è un guerriero nato e per affrontare Bergen-Belsen alla grandissima ci vuole un peso massimo come lui. Ciao papà, ti voglio un bene dell’anima”.

 

Questo diario di una “Anna Frank 2000” da reality apre “Jocelyn uccide ancora”, un’antologia di prose affidata a minimum fax dallo scrittore comico aretino che si firma con lo pseudonimo jacovittesco di Sgargabonzi. Più avanti, un racconto intitolato “Hans e Gretchen” inizia così: “C’era una volta un povero falegname dalla barba paonazza per il freddo. Viveva sul limitare del bosco ed era padre di due bambini, il piccolo Hans e la piccola Gretchen. La madre era morta qualche tempo prima per una malattia che ancora non s’è capito bene cos’era, ma non voglio fare polemica”. I bambini vengono abbandonati nel bosco, anche perché al posto degli occhi hanno due bocche da sfamare (e “al posto del cervello, il Belgio”). Incontrata la canonica strega, lui la intrappola “con un’asta guidamolla, un blocconote Skizzen Brunnen e un portasapone Deis”. Poi però la bambina infila il fratello in forno e si mette con la strega, che alla fine le dice “Ti lascio”. Ma “Gretchen non si fece sorprendere e rispose: ‘Ci siamo lasciate tanto tempo fa’. Le lesbiche fanno discorsi così”.

 

Approntare il pastiche e fingere che non lo sia: ecco l’arte di cui lo Sgargabonzi è un virtuoso. Tic da talk-show, invenzioni alla Campanile, rimandi alla cronaca, brutalità gratuite, surrealtà, goliardia giovanilistica: il cambio dei registri, con le loro virgolette subliminali, avviene sempre prima che si possa stabilizzare un senso, mentre i punti di sutura rimangono invisibili. L’effetto è di un’oscenità esilarante. Osceno, ce lo dimostra benissimo l’autore, è quel che la maggior parte dei letterati riterrebbe “bella scrittura” (“A testa bassa, fissando le fughe delle piastrelle, le lacrime più amare solcavano le mie guance pallide fino a morire sul colletto della mia camicetta”, arzigogola la pseudo Frank); e osceno, al tempo dell’intimità pubblicitaria, è il linguaggio di chi esprime gli istinti più grotteschi e infami con le parole del marketing sentimentale, le uniche che gli siano rimaste. “Ciao papà, ti voglio un bene dell’anima”: il saluto della ragazzina ricorda i “bacioni” dei politici. Lo Sgargabonzi ha intuito che alla comicità rimane ormai uno spazio minimo al di là della mimesi.

 

Additare la realtà, incorniciarla, toglierle e metterle le virgolette di continuo: questo processo novecentesco si è spinto così avanti che anche i comici, appena si staccano troppo dall’esistente per trasformare la parodia sottile in critica aperta, risultano goffi o tromboneschi. Non a caso, tra le vittime dello Sgargabonzi si contano diversi showman inclini ad autorappresentarsi nel gesto di chi vuole épater. Al contrario, la mano che lancia il sasso va nascosta con prontezza da Guinness. Bisogna che ogni riga riveli il massimo dell’autocoscienza, ma insieme conduca a una sorta di azzeramento tautologico.

 

Anche lo Sgargabonzi, insomma, manda bacioni: deve reprimere l’aggressività come una vergogna più vergognosa della dermatite di cui parla spesso. Si capisce quindi che sia a suo agio su Facebook, dove per mostrare l’assurdità dei tormentoni del momento gli basta ripeterli o giustapporli, contando solo sulla cornice. Così, qualunque pagina può essere letta come se fosse un parto di questo situazionista quarantenne. Di recente, un suo fan mi ha detto che rileggendo Benjamin rideva come un matto: gli sembrava lo Sgargabonzi. Qui però sta anche il problema. Oggi tutto è davvero sgargabonzesco. Chi distingue i tweet dei politici dai fake, i loro messaggi dai meme che li parassitano? Chi distingue Giuseppe Conte da Giuseppe Conte? Pare che a una presentazione di “M.”, il moderatore abbia visto nel pubblico lo Sgargabonzi e lo abbia chiamato sul palco, dove ha surclassato Antonio Scurati. La mimesi di Scurati, a differenza della sua, è fatale come un’identità: romanzando Mussolini può essere ancora più stentoreo del solito, dato che il linguaggio del rappresentato somiglia fin troppo a quello del rappresentante (“A chi lo Strega? A noi!”). Forse si può rivalutare “M.” solo se lo s’immagina come una performance del comico di Arezzo. Sarebbe allora, lo Sgargabonzi, un Pierre Menard destinato a riscrivere ben altro che il “Chisciotte”, in un’epoca in cui l’euforia fa corpo unico con la depressione.

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