Oates e la tragedia che sempre ci apparterrà

Giulia Ciarapica

Un’indagine affilata, implacabile negli abissi dell’animo umano attraverso le forme del tragico a trecentosessanta gradi

“L’arte della tragedia scaturisce dalla crepa che divide l’io dalla comunità, da un senso di isolamento. Alla sua base c’è la paura”.

 

Nel 1972 l’allora trentaquattrenne Joyce Carol Oates pubblicava per la prima volta “The Edge of Impossibility: Tragic Forms in Literature” (apparso oggi per la prima volta in Italia grazie al Saggiatore con il titolo “Ai limiti dell’impossibile”) e cominciava la sua analisi – profonda e visionaria, lambendo le rive del trattato filosofico – sui testi di Shakespeare, Dostoevskij, Mann, Yeats, Čechov, Ionesco e Melville. La sua posizione è chiara fin da subito: caro George Steiner, cari critici, cari tutti, la tragedia non è morta. Quella della Oates è un’indagine affilata, implacabile negli abissi dell’animo umano attraverso le forme del tragico a trecentosessanta gradi, una ricerca minuziosa volta a sottolineare l’aspetto più importante della tragedia: la doppiezza, le contraddizioni, il lato oscuro e il lato luminoso, quello pericoloso e più prossimo al burrone in cui viaggiano gli eroi e gli antieroi dei grandi capolavori della letteratura.

 

Quando Nietzsche scrisse “La nascita della tragedia” delineò, alla base dell’evoluzione dello spirito greco, due istinti atavici, contrapposti e destinati a fondersi in una perfetta sintesi armonica: l’uno è lo spirito apollineo, quello razionale e ordinatore che impone le leggi sul mondo, l’altro è quello dionisiaco, lo spirito che accetta la vita nel suo disordine complessivo, l’ebbrezza contrapposta alla forma logica e razionale definita nell’identità di Apollo.

 

L’arte analizzata dalla Oates corrisponde ad una esatta prevalenza del secondo istinto, quello dionisiaco, che pure deve presupporre un ordine di partenza a cui viene contrapposta una contro-visione.

  

La “trasformazione dello scenario domestico in quello selvaggio” scrive Joyce Carol Oates, è “l’aspetto della tragedia che sempre ci sconvolge” e, aggiungo io, che sempre ci coinvolge: distruzione, rovesciamento delle parti, contraddizione intrinseca che diventa, inevitabilmente, un tentativo di percorrere la via che porta alla verità – si badi bene, un “tentativo” molto spesso vano; l’eroe che troviamo al centro della tragedia, come suo fulcro inestinguibile, esiste affinché noi possiamo testimoniare, nel suo annientamento, “il rovesciamento delle nostre vite private”.

 

Fra tutte le forme della tragedia tirate in ballo dalla Oates, due colpiscono in particolar modo, rispetto a quest’assunto generale di contraddizione e distruzione: Dostoevskij – di cui l’autrice analizza “I fratelli Karamazov” e il tema del “doppio” – e Čechov – a cui si ispira per parlare del teatro dell’assurdo. Proprio nel caso dei Karamazov, dice la Oates, il romanzo raggiunge una vitalità che “lacera le parti dal loro rapporto con il tutto” quando il narratore scompare e i personaggi si animano attraverso discorsi lunghi e in parte isterici, quasi sconclusionati, a riprova del fatto che è proprio quando ogni cosa viene lasciata andare a se stessa, quando cioè si lascia libero sfogo all’imprevedibilità dello scrittore – in questo caso Dostoevskij – che si raggiunge il culmine dionisiaco non della perfezione ma della tragedia.

 

“Lo scrittore non può lasciare che qualcosa venga taciuto” scrive l’autrice, perché ciò che rende Dostoevskij uno scrittore tanto stimato è la sua capacità di offrirci la più alta visione dell’insondabile processo di creazione, che trae origine dall’inconscio.

 

In Čechov, addirittura, ci si spinge oltre: come ne “Il giardino dei ciliegi”, ciò che si mette in scena è l’eternità dei conflitti, che vengono materializzati e condensati sul palcoscenico dinanzi allo spettatore. Proprio come fossero vita vera, vissuta in tempo reale, quelle di Čechov diventano “tragedie dell’impotenza della volontà”, sul punto di mutarsi in commedie amare, consumate da uomini sviliti e sfiduciati.

 

Con il drammaturgo russo la tragedia si spinge davvero oltre i limiti del possibile, poiché i personaggi non rinunciano al loro significato, alla loro essenza disastrata e ambigua, neanche quando cala il sipario. Una tragedia beffarda e beffata, che dura eternamente e che non si spegne neanche quando ogni cosa viene assorbita dall’oscurità pseudonichilista.

 

Qualsiasi forma di nichilismo, per Joyce Carol Oates, viene superata “dalla rottura degli argini che dividono gli esseri umani dall’effluire delle passioni”, per questo la tragedia, anche dopo la morte degli dèi, non morirà mai. Ci appartiene oltre la barriera dell’impossibile.

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