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Luce per chi non si sente degno

La poesia di Giovanna Sicari, voce di poetessa immortale

12 Maggio 2019 alle 06:11

Luce per chi non si sente degno

George Seurat, Studio per un "Una domenica pomeriggio sull'isola della Grande-Jatte" (1884)

“Perdonami Gesù per i miei pensieri mortali incisi nella roccia / scriverò puramente con stilo di ferro / scriverò di te e della realtà con quel grammo di forza in più / che fa barcollare”. In questo incipit bruciante continua a vivere la voce di Giovanna Sicari, voce di poetessa immortale, cometa che ha solcato il nostro cielo per sparire oltre l’orizzonte troppo presto. Nata a Taranto il 15 aprile del 1954, Giovanna si trasferisce a Roma che è ancora una bambina, insieme ai genitori e alle sorelle, nel quartiere Monteverde. Un poeta trasforma i luoghi in voce, trae parole dalla realtà che lo contiene. Così fa Giovanna: ogni luogo della vita diventa radice della sua poesia. E Monteverde, in questo impasto tra vita e parola, diviene in lei l’Eldorado dell’infanzia, del padre ferroviere, le sorelle bambine, la felicità di una famiglia semplice che ha tutto quello che si può amare. Giovanna, negli anni di tempesta e dolore, pronunciava quel nome di quartiere come una formula magica, “Monteverde” e i suoi occhi cambiavano di luce, e gioia.

   

Nel 1970 la famiglia Sicari si trasferisce, sempre a Roma, nel quartiere Spinaceto. Giovanna cresce, diventa una bellissima ragazza, nel 1978 si laurea in Lettere, alla Sapienza, con una tesi sulle riviste Officina e Politecnico. La poesia è già diventata la sua vita. Nel 1982 esordisce sulla rivista Le Porte, diretta da Roberto Roversi e Gianni Scalia, poi vengono Alfabeta, Linea d’Ombra, Nuovi Argomenti, in quegli stessi anni inizia l’insegnamento a Rebibbia. Del 1986 è la prima raccolta personale, Decisioni, cui ne seguiranno altre. Diventa redattrice della rivista Arsenale, verso la fine degli anni 80, conosce Milo De Angelis, che diventerà suo marito nel 1990. 

     

La coppia va a vivere a via Giolitti, altro topos della poesia della Sicari, a loro si aggiungerà presto Daniele, il loro unico figlio. La malattia esplode in quegli anni, il primo intervento, apparentemente riuscito, è del 1997, il male sembra sconfitto. Ma non è così. Si trasferisce con il marito e il figlio a Milano, in via Bovisasca, intanto le cure proseguono, le chemioterapie, le speranze intermittenti. Torna a Roma nel 2003, la malattia è oramai incontrollabile, il 12 ottobre viene ricoverata alla clinica del Sacro Cuore, a Monteverde, a pochissima distanza dalla casa d’infanzia. Il destino le riconosce l’onore delle armi: la porta nel suo amatissimo quartiere per congedarsi dal mondo. E’ il 31 dicembre del 2003.

     

Arriva a stringere, odorare, la raccolta cui aveva lavorato per anni: “Epoca Immobile”, che Roberto Mussapi e l’editore Jaca Book riescono a mandare in stampa anzitempo per permettere a lei di vederlo. “Epoca Immobile” raccoglie il fiore della produzione sicariana, un lascito poetico come pochi negli ultimi quarant’anni del nostro paese.

    

Dovrei tenere a bada l’aneddotica, vietare alla memoria vissuta di sovrapporsi all’analisi complessiva. Ma non ci riesco. Per chi è nato poeticamente negli anni 90, per un’intera generazione di poeti, oggi tra i quaranta e i cinquant’anni, quindi anche me, Giovanna Sicari è stata un esempio imprescindibile, una disciplina da osservare senza fiato, a occhi devoti. Perché Giovanna era vissuta dalla poesia, ne era la sua confidente più grande, e anche il dolore lancinante in mezzo al petto non le toglieva quell’adolescente disponibilità verso il prossimo, quella curiosità gentile e dolcissima. Giovanna aveva una parola per tutti, una disponibilità più forte di qualunque malattia.

   

Ma il vero dono era vederla scrivere. A me è capitato un paio di volte. Giovanna veniva inghiottita da divinità invisibili, scriveva come in trance, mossa da forze universali, da un amore che sa contenere tutto, scriveva come scrivono gli angeli che servono l’intera umanità. E quell’impasto di cosmo e Monteverde, di Via Giolitti e Gesù, di mercati rionali e Madri celesti, rivive per sempre nei suoi versi di pietra dura e cristallina, una poesia che vomita via tutta quella medietà che fa finta di proteggerci, perché lei era a mano armata o a mani giunte, perché in lei l’inferno della carne e il più alto segreto delle stelle riverberavano continuamente. Perché l’avevano scelta.

     

Il destino ha riconosciuto a Giovanna Sicari l’onore delle armi: le ha concesso di morire a Monteverde, il suo quartiere amatissimo. Ma l’onore delle armi non è sufficiente, inoltre il destino è una parola vuota, spesso utilizzata come alibi da uomini che non muovono le braccia per agire. Abbiamo altro stile e sufficiente determinazione.

    

All’Illustrissimo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti, questa mia è per sottoporLe come testo per le scuole superiori il libro summa di Giovanna Sicari, “Epoca immobile”, permetta ai nostri ragazzi di avvicinarsi a un libro vivo, contro tutte le antologie inutili che offrono salme rinsecchite di letteratura. E visto che c’è, gentilissimo ministro, legga qualche poesia di Giovanna Sicari anche Lei.

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