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La fine dell’intellighenzia

“Un uragano d’isteria. Cerca di diffondere il conformismo, non sa pensare né fare distinzioni storiche. Ortega aveva capito che era la barbarie”, scrive George Will

13 Luglio 2020 alle 12:00

La fine dell’intellighenzia

(foto LaPresse)

I problemi più gravi per un paese sono quelli di cui non si può discutere”, scrive George F. Will sul Washington Post: “Il problema principale di questo paese, che rende tutti gli altri problemi seri intrattabili, è che l’intellighenzia non è intelligente. Un altro problema serio è la disintegrazione delle famiglie – il 40 per cento delle nascite, e il 69 per cento delle nascite degli afroamericani, avviene al di fuori del matrimonio. Le famiglie hanno il compito di trasmettere il capitale sociale: le abitudini, inclinazioni e norme che consentono di avere successo. Tuttavia, lo sfaldamento delle famiglie non è stato affrontato nell’ambito del dibattito di questi giorni su povertà, razza e altri temi correlati. Il problema più serio al giorno d’oggi – che non consente di avere un dibattito civile su tutto il resto – è che gran parte dell’intellighenzia (la lumpen intellighenzia) non sa pensare. Emette un torrente di parole che rispecchia un uragano di isteria riguardo alla malattia endemica del nostro paese fin dalla sua fondazione nel 1619 (non chiedete quale), e l’ingiustizia di personaggi storici che vengono ammirati erroneamente.

 

Una intellighenzia degna di questo nome, e in grado di resistere alle mode passeggere, sarebbe in grado di fare delle distinzione storiche. Sarebbe contraria alle inclinazioni della folla. Invece, gran parte dell’intellighenzia è diventata la folla. L’intellighenzia cerca di diffondere nella società il conformismo che impone tra le sue fila, ed è composta da persone felici di avere una conoscenza superficiale dei fatti. Loro si considerano istruiti perché hanno ricevuto il timbro di approvazione di università che gli hanno dato tre cose: un’infarinatura di informazioni storiche appena sufficienti per demonizzare il passato; grande indignazione per i fallimenti di personaggi storici, da Washington a Lincoln a Churchill, colpevoli di non possedere le virtù della lumpen intellighenzia; e l’idea che la più grande ingiustizia sia l’insufficiente devozione della società verso questa intellighenzia.

 

L’espansione di questa classe coincide con l’espansione delle università che non fanno altro che diffondere il pensiero di gruppo. I docenti vengono mesi in minoranza dai funzionari, molti dei quali hanno il compito di amministrare l’uniformità riguardo alla ‘sostenibilità’, ‘diversità’, ‘mascolinità tossica’ e il modo in cui la libertà di espressione minaccia la serenità di alcuni gruppi prescelti. La cultura della cancellazione – eliminare la storia, terminare le carriere – viene inflitta da persone che provano un’orgia di sentimenti positivi verso loro stessi ma grande disprezzo verso tutti gli altri. Questa cultura culmina nell’auto compiacimento: ‘Io, professore aggiunto di studi di genere, sono superiore a U.S. Grant (ex presidente statunitense), quindi eccomi qui’. Grant ha prontamente liberato gli schiavi ricevuti dal suo genero, e ha successivamente abolito la schiavocrazia. Tuttavia…

 

I censori avrebbero bisogno di qualche lezione per apprendere, seppur vagamente, che un tempo esisteva un certo Lincoln che viveva quando gli americani, immersi nel loro primitivismo, credevano di trovarsi di fronte a vincoli costituzionali opprimenti e ambiguità morali. La cultura della cancellazione si basa sul fatto che, non avendo grandi conoscenze, i suoi esecutori credono che la distruzione delle statue sia divertente: troppe conoscenze potrebbero paralizzare i distruttori facendo sorgere dei dubbi su come si sarebbero comportati loro stessi nel contesto in cui le statue sono state erette. Invece i censori riducono dei problemi che meriterebbero di essere affrontati con idee complesse e giudizi misurati a semplici slogan. Qualcuno aveva anticipato questa deriva. La macabra ironia del giorno d’oggi: gran parte dell’intellighenzia non possiede gli strumenti intellettuali che potrebbero spingerli a dubitare di loro stessi. Invece queste persone provengono dai campus, e crescono nella compiacenza. Anziché elevarli, la loro istruzione produce una versione sofisticata e istruita di ciò che José Ortega y Gasset chiamava ‘l’uomo di massa’.

 

Nel suo libro ‘La rivolta delle masse’ del 1932, il filosofo spagnolo sosteneva che ‘questa creatura non si rivolge a nessuna autorità al di fuori di se stesso. Lui è soddisfatto con se stesso… Tenderà a considerare come positivo tutto ciò vede in se stesso: le opinioni, appetiti, preferenze, gusti’. Gran parte dell’istruzione diffonde l’idea secondo cui la scuola dovrebbe trasmettere i principi che potrebbero spingere la nazione verso le sue nobili aspirazioni. Il risultato è il barbarismo che, secondo la definizione di Ortega, prevede ‘l’assenza di criteri a cui ci si può rivolgere’. Le idee del barbaro ‘non sono altro che appetiti espressi in parole’; lui esercita ‘il diritto a non essere ragionevole’ e ‘non vuole fornire ragioni’ ma semplicemente ‘imporre le sue opinioni’. I barbari non sono alle porte dell’America. Non ci sono più porte”. 

 

La traduzione è di Gregorio Sorgi

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