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Noi, vittime del pensiero debole

Dialogo su La Croix fra il protestante Olivier Abel e il cattolico Rémi Brague: “Non ci si può appropriare della verità”. La crisi della cultura contemporanea

10 Febbraio 2020 alle 11:42

Noi, vittime del pensiero debole

Lo scrittore francese Michel Houellebecq, citato da Rémy Brague (foto LaPresse)

Il filosofo protestante Olivier Abel e il filosofo cattolico Rémi Brague dialogano attorno al rapporto delle società moderne con la verità.

 

La Croix: Fake news, complottismo, contestazione delle verità scientifiche maggiormente riconosciute… L’importanza della verità sembra non essere più garantita. Qual è la vostra opinione sul nostro attuale rapporto con la verità?

Olivier Abel: La grande novità, probabilmente, è che abbiamo la pretesa di avere un accesso sempre più diretto alla verità. Con essa, non abbiamo più un rapporto differito, che lasciava il tempo per l’interpretazione e l’argomentazione. Siamo nell’epoca dell’informazione efficace. Siamo entrati in una competizione basata sulla performance. In questo contesto, lo spazio della verità si riduce, come aveva già notato Nietzsche, a ciò che è più efficace, a ciò che è più potente. Con internet, assistiamo anche allo sviluppo di verità che si auto-immunizzano contro le contraddizioni. I social network favoriscono comunità virtuali dove vengono espresse le stesse opinioni, le stesse idee. Gli individui sono come incapsulati nella loro verità. E vediamo apparire un mercato delle verità, come se la verità potesse essere scelta. E’ inquietante.

Rémi Brague: Oliver Abel ha espresso molto bene ciò che provo anch’io. Prima di parlare del presente, farei un salto nel passato, andando indietro di quindici secoli. Nel libro Decimo delle “Confessioni”, Agostino si pone una domanda del tutto paradossale: perché, come dice la lettera di San Giovanni, esistono persone che odiano la verità? Perché la verità genera l’odio? Agostino distingue due aspetti della verità, che suscitano effetti opposti. C’è la verità che illumina il mondo, che permette di conoscerlo, e c’è la verità che accusa, che mostra all’uomo la sua finitudine, i suoi errori, la sua colpevolezza e in definitiva il suo peccato. Questa distinzione ci aiuta a leggere la situazione contemporanea. Dai tempi di Galileo, progrediamo grazie alla scienza: è una verità che ci piace, perché ci permette di conoscere il mondo e prendere il controllo delle cose. Ma l’altra verità, quella che ci riguarda, che ci interroga e può metterci in discussione, quella che non ci fa piacere sentire, è ridotta al lumicino.

Olivier Abel: Condivido la sua idea secondo cui la verità non è sempre piacevole da sentire. Lo scopo della verità non è far piacere. È ciò che interrompe l’autocompiacimento. Turba il compiacimento delle nostre tradizioni e delle nostre comunità che, se abbandonate a se stesse, si autocongratulano. La verità coincide, sostanzialmente, con ciò che resiste al conformismo, qualunque esso sia.

  

La parola “post-verità” è entrata nel dizionario per descrivere la situazione in cui si può prendere una menzogna comprovata come se fosse un’opinione senza essere disturbati, in cui i fatti non contano più. Qual è la novità di questo tipo di menzogna?

Olivier Abel: Per me, la post-verità è una fabbricazione della verità. E’ da associare a un mondo del fare, del fatto compiuto, che si accompagna a una grande brutalità. Le masse si lasciano convincere dalle contro-verità, perché è sempre più allettante cedere alla stupidità. Nel nostro mondo di scetticismo generalizzato, abbiamo bisogno, di tanto in tanto, di credere a qualcosa. E a quel punto poco importa se è qualcosa di stupido. Anzi, direi questo: più è grossa la stupidità e più ci si crede!

Rémi Brague: Questa idea di post-verità mi ricorda il profondo indebolimento del nostro pensiero: la post-verità è il non trovare più la verità, non credersi più capaci di trovarla. Ci accontentiamo allora dell’ideologia, che consiste nel fornire una spiegazione semplice. Secondo alcuni, tutto si spiegherebbe con una sola chiave di lettura!

 

Che spiegazione date al successo del complottismo secondo cui esistono delle verità nascoste, verità che sono ancor più vere proprio perché sono nascoste?

Olivier Abel: Lo scetticismo generalizzato conduce al complottismo. Si sostengono a vicenda. Il filosofo Paul Ricœur insisteva sul fatto che dopo un periodo di troppa credulità, eravamo ora consumati dalla “malattia dell’incredulità”. Siamo in un’epoca di insicurezza. Non abbiamo più fiducia in niente. E’ per questo motivo che abbiamo sempre più bisogno di esperti incontestabili o di testimoni sinceri “in diretta”. La sincerità, tuttavia, non basta, soprattutto se si dichiara esclusiva e non lascia spazio alla sincerità dell’altro. Una testimonianza che vuole imporsi da sola rovina il linguaggio.

Rémi Brague: Per quanto riguarda il complottismo, mi chiedo se le nostre società non debbano fare un mea culpa. Il complottismo ha una storia. Credo sia legato al lavaggio del cervello della guerra 1914-1918. Nei suoi Mémoires, Raymond Aron racconta che era a Londra quando è venuto a sapere che i nazisti massacravano gli ebrei, facevano lampade con la loro pelle e commettevano tante altre atrocità. In un primo momento, non ci voleva credere, si ricordava del lavaggio del cervello di cui erano stati oggetto i soldati del 1914 con enormi menzogne. La sua reazione era fondata su un “Non mi farò fregare una seconda volta”…

  

La verifica delle informazioni da parte dei media vi sembra sufficiente?

Olivier Abel: E’ essenziale per dare la caccia alle fake news. Il fact-checking è un modo per verificare l’informazione e per darle una tracciabilità, come si fa con l’alimentazione. Ma sarebbe necessario che i cittadini stessi si comportassero in questo modo: devono accettare che i loro discorsi siano oggetto di controlli incrociati. Devono accettare di essere “esaminati”. Dobbiamo tutti essere consapevoli dei nostri pregiudizi. Dobbiamo sempre esporre le nostre parti di verità alla verifica reciproca, a un credito che sia veramente reciproco.

Rémi Brague: Questa verifica è fondamentale. Tuttavia, bisogna essere vigili: mi opporrei a un’officina che avesse il monopolio nell’elargire etichette di verità…

 

Lo scetticismo è legato al discredito che oggi pesa su qualsiasi autorità?

Olivier Abel: Sicuramente la verità ha bisogno di voci credibili. E’ impressionante vedere che lo stesso discorso, pronunciato da due persone diverse, non avrà la stessa credibilità. Siamo degli esseri parlanti. Affinché la verità possa essere rintracciata, abbiamo bisogno di autorità che ci autorizzino a parlare. L’autorità non è la dominazione. E’ ciò che ci istituisce, che ci autorizza a parlare.

 

In che modo può riunirci la verità?

Olivier Abel: Socrate, ai sofisti che vendevano il loro sapere, disse: la verità non ci appartiene e non è in vendita. Se non ci appartiene, il dibattito può strutturare uno spazio – lo spazio democratico –, dove ognuno può prendere a turno la parola. Nello spazio democratico, i cittadini sono equidistanti da un centro vuoto e hanno il potere comune di avanzare i propri dubbi. Ciò non vuol dire semplicemente affermare le proprie opinioni, ma mettersi in cerchio e confrontarsi attorno a questo dibattito.

Rémi Brague: Devo ammettere che questa domanda mi sorprende. Quale verità ci riunisce? Tutto ciò che è vero riunisce, perché ci si mette d’accordo in merito. Sono gli errori che dividono e sono numerosi. Sì, l’errore è diabolico. Ma la peculiarità della verità è quella di riunire.

Olivier Abel: Mi permetto di fare un appunto e di evocare l’irriducibile pluralità dei campi e dei regimi di verità. Teniamo a mente che anche la verità può diventare diabolica quando le grandi istituzioni del sapere o del potere rivendicano il monopolio della verità. Una verità totalmente imposta significherebbe imporre il terrore. “La verità vi renderà liberi” (Giovanni 8,32), diceva Gesù. La verità deve sempre restare una speranza. Non abbiamo trovato il punto di fusione della verità, che non ci appartiene. E’ importante che la verità appartenga solo a Dio.

 

Dove vedete all’opera, nella nostra società, un desiderio di verità?

Rémi Brague: Lo vedo all’opera nella letteratura più che nella filosofia, fatto che a prima vista è un po’ sorprendente. Trovo, per esempio, che i romanzi di Houellebecq descrivano il nostro mondo in maniera certamente meno piacevole, ma mettendo il dito lì dove fa male. Non è bello, ma c’è una certa giustezza. Mi chiedo allora se la rabbia che sento crescere nella nostra società non abbia a che fare con il desiderio di verità. Il movimento dei gilet gialli era sicuramente motivato dal limite di velocità sulle strade e l’aumento del prezzo del carburante, ma credo anche che volesse rappresentare il rifiuto di una menzogna, quella trasmessa dai discorsi dei politici che vogliono far credere che va tutto bene, che “è tutto rose e fiori” e tutto va nella direzione del progresso.

Olivier Abel: Apro qui una prospettiva teologica. Se Dio è la verità e Dio è vivente, allora la verità è sempre una “verità vivente”. Bisognerebbe cambiare la nostra maniera di vedere la verità, che è ancora piatta e positivista. Passa anche dalla finzione, dall’utopia, dallo sfasamento rispetto alla realtà. La peculiarità della verità non è solo quella di descrivere la realtà, ma anche quella di nutrirci, mentre la menzogna ci lascia affamati. Vedo pertanto esprimersi un desiderio di verità in ogni fame di verità.

 

Quale può essere l’apporto delle religioni, e in particolare del cristianesimo, alla nostra ricerca di verità?

Rémi Brague: Il Cristo ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita”. Se la verità è una persona, di conseguenza non è una cosa. Non possiamo appropriarcene. E se Dio è la verità, e Dio è Trinità, allora la verità non è un blocco senza crepe.

Olivier Abel: Penso che la Chiesa abbia un ruolo da svolgere nell’istituzione di uno spazio di fiducia. Ho una visione piuttosto politica della Chiesa. Le nostre comunità cristiane dovrebbero essere dei luoghi dove ognuno ha fiducia nel prendere la parola. L’idea non è di rinchiudersi, ma di intraprendere un tipo di relazioni che, come il lievito, possano in seguito far lievitare la pasta della società. Apportare a essa, insieme, una sorta di ospitalità narrativa, in cui ognuno si senta libero di raccontarsi le cose, facendo posto agli altri racconti, in modo che si incontrino, si rispondano e costituiscano un mondo comune.

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