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La patologia di un mondo che odia se stesso

“Più diventiamo oicofobici e più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura”, scrive Benedict Beckeld

14 Ottobre 2019 alle 10:45

La patologia di un mondo che odia se stesso

Acquedotto vicino a Roma, Thomas Cole, (1832), olio su tela

Durante una cena, in una sera d’estate passata a Roma, Benedict Beckeld ebbe un diverbio con una commensale. I due si trovavano davanti al Colosseo, il lascito millenario di un impero caduto in rovina. Ispirata dal panorama, una studentessa di storia fece un’osservazione. Disse che non avrebbe mai potuto parlare male di un’altra cultura. Non solo non ne era capace, disse, ma non ne aveva neanche il diritto. Eppure lei era austriaca, figlia della stessa nazione e della stessa cultura che aveva prodotto Adolf Hitler. Beckeld gli fece notare questo dato di fatto, e lei rispose che, in quanto europea e austriaca, poteva criticare la sua stessa cultura, e quindi anche il dittatore nazista, ma non le altre. Quella della studentessa era una posizione oicofobica, ovvero di chi manifesta disprezzo verso la propria cultura. In altre situazioni, con diversi interlocutori, Beckeld ricevette risposte simili. La oicofobia è sempre più diffusa nel mondo occidentale: è il sintomo di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa, che si odia e che non vuole difendere i suoi valori di libertà individuali e democrazia che la contraddistinguono fin dall’antichità. Sui giornali leggiamo esempi di oicofobia ogni giorno. Tra i recenti, uno dei più clamorosi è quello che riguarda la direzione di una scuola di San Francisco che ha votato per rimuovere un murales di George Washington perché accusato di razzismo.

   

Il termine oicofobia è stato coniato dal filosofo Roger Scruton nel 2004. In un suo libro definiva il termine come “l’esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. Scruton faceva riferimento all’Inghilterra del secondo dopoguerra. Ma se osserviamo la storia, l’odio per la propria cultura è un sentimento che ricorre nei secoli. Ne parlava già Platone nella sua Repubblica. L’oicofobia inglese è solo la più recente, ma non è per nulla nuova. E non è un caso se oggi negli Stati Uniti si è diffusa la stessa mentalità malata: l’America, come l’Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale, è una grande potenza in declino.

   

“Lo sviluppo storico dell’oicofobia ha indebolito diversi aspetti della nostra società, della nostra cultura, della politica e dell’esercito”, scrive Beckeld su Quillette. “E mentre l’occidente si crogiola nell’odio verso se stesso, abbraccia altre culture. Questo è un peccato perché è possibile imparare da altre tradizioni senza rinnegare il proprio patrimonio. Più diventiamo oicofobici e più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura. “Dato che non comprendiamo questa cultura, spesso ci imbattiamo in oicofobici occidentali che disprezzano i ‘valori occidentali’ e coloro che li professano. Ma in realtà questi detrattori adorano l’occidente. Semplicemente non lo sanno. Vale a dire, non sanno di essere occidentali”, conclude Beckeld. Quando ci renderemo conto che l’oicofobia è una sorta di patologia, simile a una reazione istintiva che si sviluppa in distinte circostanze storiche, saremo pronti ad affrontarla nella nostra vita quotidiana.

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