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Uffa!

Cusani , l'Italia delle tangenti e il lavoro in carcere per un euro al mese

Giampiero Mughini

Per come funzionava la politica dei partiti l’un contro l’altro armati, era impossibile che non ci fosse un traffico illecito di denari di quell’ammontare che permettesse loro di agire. Tra Gardini e Di Pietro, un’autobiografia giudiziaria

Pur dopo aver letto il bel libro di Sergio Cusani (Il colpevole, Rizzoli, 2026), in cui uno dei dannati di Tangentopoli racconta pianamente la sua vicenda giudiziaria, ho esitato a lungo se scriverne sulle colonne del Foglio, dove era già apparso un esauriente articolo di Maurizio Crippa. Solo che la figura di Cusani, consulente di vertice della Montedison al momento in cui vennero pagati ai partiti della Prima Repubblica tangenti per complessivi 150 miliardi di lire – la famigerata “tangente Enimont” da cui venne abbattuta la Prima Repubblica – è un personaggio talmente centrale di quella vicenda che vale la pena tornarci sopra. E questo anche per il tono del libro di Cusani, il quale non fa nomi né racconta particolari della vicenda, ma spiega quanto fosse del tutto inevitabile nel sistema politico di quel tempo. Per com’era e per come funzionava la politica dei partiti l’un contro l’altro armati, era impossibile che non ci fosse un traffico illecito di denari di quell’ammontare che permettesse loro di agire. Che permettesse loro di chiedere voti e consensi, di affrontare le campagne elettorali. Cusani scrive che al momento del suo famoso discorso alla Camera, quello in cui proclamò che tutti sapevano e profittavano di quel traffico Bettino Craxi, parlò da “statista”, non da malfattore. A lanciargli monetine dopo quel discorso, aggiunge Cusani, furono poche decine di persone e non le “migliaia” di cui scrisse qualcuno.

Che nella politica italiana non fosse tutto oro quel che luccicava, lo sapevano in tanti. L’osservatorio da cui parlava e giudicava Cusani era il migliore che ci fosse. Lui si era addestrato alla corte di uno dei migliori imprenditori italiani, Serafino Ferruzzi, quello che aveva creato il gruppo Montedison, uno che lui amava come fosse stato un padre. In una sera di nebbia e di maltempo, il suo aereo benché guidato da un pilota provetto, sbatté nell’atterrare. A quel punto il capintesta del gigantesco gruppo di Ferruzzi divenne il marito di una delle sue figlie, Raul Gardini. La cui ambizione personale era al di sopra della media e che a quell’ambizione sacrificò la sua vita tirandosi un colpo di pistola in testa quando capì che il gioco si era fatto giudiziariamente impervio persino per un dominatore come lui. Non c’era autostrada imprenditoriale su cui non volesse avventarsi, solo che ogni volta quella autostrada andava pavimentata di tangenti nell’ordine di miliardi. Per avere un’idea delle cifre che erano in campo, una volta che Cusani favorì (del tutto lecitamente) il rapporto tra due potenze industriali con cui aveva a che fare, ne ebbe una retribuzione di 700 milioni delle vecchie lire. Andava così e non poteva non andare così al tempo in cui l’economia italiana sembrava gonfiarsi a vista d’occhio. E difatti quando Cusani era in carcere, dopo essere stato condannato, e si vide affidare un lavoro entro al carcere volle che si scrivesse su un contratto ufficiale che la sua retribuzione per quel lavoro era di un euro al mese.

Quando venne arrestato, Cusani incontrò il pubblico ministero Antonio Di Pietro e gli chiese quanto presumibilmente sarebbe durato il suo processo. Tre mesi, rispose Di Pietro. Durò sei anni e si concluse con la condanna di Cusani a cinque anni e mezzo. L’importante per lui era che durante le udienze non avesse fatto un solo nome o raccontato un solo particolare che, pur di alleviare la sua condizione di imputato, danneggiasse la memoria di Raul Gardini. Il 9 luglio del 2009 il tribunale di Milano ha emanato una sentenza in cui Cusani veniva “riabilitato” e dunque escluso da qualsiasi conseguenza penale dovuta alla precedente condanna.

Ps. Dimenticavo. Nei suoi vent’anni Cusani era stato uno dei “sessantotini” nella Milano dei Settanta. Alcuni li conoscevo. Su tutti conoscevo e volevo bene a Turi Toscano, nato a Catania da una famiglia povera. Ne ricordo l’immagine di lui mentre conciona in un’aula dell’università innanzi ai rampolli e alle rampolle della borghesia milanese che lo stavano ascoltando a bocca aperta.