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Terrazzo

C'era una volta Olivetti a New York. Una serie di saggi preziosi

Giacomo Giossi

Il volume ci ricorda chi erano gli italiani prima di farsi risucchiare dal concetto di "made in Italy": il piccolo ma bello, troppo esclusivo. Gli anni '50 e l'esperienza dell'imprenditore ci ricordano un moderno culturale allo stesso tempo egemonico ed eclettico

Spesso si associa il concetto di made in Italy a Olivetti e alla sua impresa, eppure se esiste una biforcazione nell’industria italiana è proprio quella che segna la fine della Olivetti come esperienza sociale e imprenditoriale e l’ascesa dell’espressione made in Italy. Quando il 26 maggio del 1954 veniva inaugurato a New York lo showroom Olivetti quello che i newyorkesi avevano davanti ai loro occhi era l’esempio virtuoso di una delle più grandi e formidabili industrie tecnologiche dell’epoca, figlia di una cultura italiana originale e per loro ancora tutta da conoscere e riconoscere, soprattutto nelle sue valenze contemporanee.

 

Nulla dunque di ascrivibile al paradigma principale del made in Italy oggi così in voga che si può semplificare in quella orrenda espressione di piccolo ma bello, ovvero un’insieme di esperienze imprenditoriali (molte, a dire il vero, certamente virtuose) che si contraddistinguono per originalità estetica, qualità e anche esclusività. Olivetti si proponeva infatti non come la punta elitaria di una nicchia, ma come un paradigma culturale egemonico, e per far questo, Camillo prima, Adriano poi avevano dato forma a quella che può definirsi come una vera e propria comunità che raccogliesse attorno a sé con non poco eclettismo, figure in grado di dare forma a un amalgama come più volte si è detto innovativo e culturalmente eccezionale, ma soprattutto competitivo ed efficace sui mercati.

 

Lo showroom Olivetti a New York (Edizioni di Comunità) a cura di Giuliana Altea e Antonella Camarda raccoglie una serie di saggi preziosi che definiscono da un lato la costruzione identitaria di Olivetti e dall’altro la ricezione del mondo americano. Centrale in questa definizione l’opera di Costantino Nivola, già direttore grafico della Olivetti e negli anni Cinquanta perfettamente integrato nella metropoli americana dove è dovuto fuggire dopo le leggi razziali fasciste. Nivola appronta per lo showroom Olivetti un rilievo che si integra perfettamente nello spazio modernista pensato dagli architetti dello studio milanese BBPR. Lo scultore sardo sintetizza con la sua opera un primitivismo ancestrale che dialoga perfettamente con la modernità, saltando a pie’ pari l’idea americana stereotipata della cultura italiana.

 

Negli anni Cinquanta l’Italia è tutta da ricostruire (si sa), ma esprime anche un’ambizione culturale e imprenditoriale concreta e virtuosa che i saggi del volume raccontano efficacemente. Una concretezza che si scioglierà in parte all’alba degli anni Sessanta con un boom economico che gioca la sua partita più sui costi che sulla modernizzazione e si arena in un velleitarismo alla commendatore Nardi (Il vedovo di Dino Risi) o nel cinismo dell’avvocato Ciocchetti che immerso nel modernismo di Los Angeles (nello straordinario film di Franco Rossi, Smog del 1962) riproduce dinamiche provinciali meschine. Lo showroom Olivetti a New York ricorda così chi eravamo prima di diventare lo stereotipo di noi stessi, da Olivetti al chilometro zero, da Ettore Scola a Gabriele Muccino.

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