Terrazzo

Genova fuori sincrono

Enrico Ratto

Il capoluogo ligure ha un problema con il tempo. Nelle città minori le cose arrivano sempre un po’ prima o un po’ dopo. La mostra "Genova Sessanta" ne è la prova

Genova ha un problema con il tempo, altrimenti non si spiega. I progetti – tutti notevoli – esposti nella mostra “Genova Sessanta” (a Palazzo Reale fino al 31 luglio) sembrano essere arrivati sempre poco prima o poco dopo rispetto al loro momento ideale. Quando il boom economico degli anni Cinquanta inizia a disegnare il triangolo industriale del nord (Torino, Milano, Genova), la città sta pensando a come rimuovere le macerie dei bombardamenti della guerra, e a cosa costruire al loro posto. Sono anni in cui pressoché tutti gli architetti italiani in circolazione vengono interpellati e lasciano una traccia in città, alcuni la prendono come una città-laboratorio, altri arrivano e declinano qualche opera di successo. Se si sale lungo le Mura degli Angeli si trova un esempio di edilizia Ina-Casa (progetto Luigi Daneri): un parallelepipedo di cemento appoggiato su enormi piloni, chiara è l’ispirazione alle Unité d’Habitation di Le Corbusier, così come è chiaro che l’edificio genovese arriva con un po’ di ritardo, nel 1954, due anni dopo l’inaugurazione della Cité Radieuse di Marsiglia.
 

Facile commentare che è normale, che nelle città minori le cose arrivano un po’ dopo, ma non sempre è così, abbiamo le prove. Genova Sessanta ospita, per esempio, le immagini storiche della collina degli Erzelli, dove Renzo Piano (prima di Beaubourg, ma dopo i viaggi per studiare le architetture del mondo) sperimenta negli uffici dell’impresa di famiglia quegli innovativi soffitti ventilati che poi andrà a installare in molte altre costruzioni (anche nella sua Fondazione di Vesima, in memoria del primo progetto). E c’è anche molta grafica e pubblicità in questi anni Sessanta genovesi. Anche qui siamo in anticipo, visto che le grandi società del petrolifero e dell’acciaio hanno stabilimenti in città (nelle periferie a ponente, a levante restano i parchi e le scogliere) dove gli addetti alla comunicazione hanno budget e sono liberi di sperimentare. Così, in mostra, sono esposti i cartelli antinfortunistici di Eugenio Carmi per l’Italsider, esempi di come un messaggio di allerta possa diventare arte. Le idee sono arrivate con un certo anticipo anche con il Ponte Morandi, di cui ormai conosciamo tutti i pro e contro possibili, o per il Palasport con la sua spettacolare tensostruttura, spesso imitata. Bisogna dire che molti meriti sono attribuiti agli architetti, ma le strutture cittadine sono state per lo più frutto dei calcoli di grandi ingegneri (Riccardo Morandi con il ponte, Pier Luigi Nervi con i disegni che hanno ispirato il Palasport, Peter Rice con le strutture del Porto Antico negli anni Novanta). 


In questo percorso trovano spazio anche gli interventi di Franco Albini sui musei della città, nella maggior parte dei casi lo scoglio era riconvertire a luogo espositivo i palazzi storici nobiliari, portando acciaio, cemento e un po’ di luce tra gli affreschi, i velluti e le colonne. Qui, passato e presente sembrano avercela fatta a convivere, con risultati incredibili firmati Albini.

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