terrazzo

Architettura empatica a colori

Giulio Silvano 

"Draw love build", la mostra controcorrente all’M9 di Mestre sul lavoro del duo archistar Sauerbruch & Hutton. Città, sensualità e architettura

"Le mostre di architettura sono spesso noiose” dice Luca Molinari. Lo sono spesso anche i cataloghi delle mostre di architettura. E poi sono pesanti, voluminosi, cari. Quello della mostra draw love build, all’M9 di Mestre diretto da Molinari, sul lavoro del duo archistar Sauerbruch & Hutton, va controcorrente, presentandosi come agile e utile contributo al dibattito su città, sensualità e architettura. Copertina morbida nera con font bianco, edito da Marsilio come molte delle cose veneziane, è più un libro-dialogo da sottolineare sulla scrivania co-working in uno studio hip di Isola che da lasciare intonso su un coffe table di vetro in un salotto di corso Magenta.

  

Sauerbruch & Hutton, attivi dall’89, sono forse famosi per quel gioco di curve e colori, un soft-pop pastellato, che attira l’attenzione senza sconvolgere, a differenza di un Libeskind (forme) o di un Will Alsop (colori). L’inizio degli esperimenti cromatici del duo nasce dalla lettura di Joseph Albers. C’è qualcosa di morbido, di pittorico. C’è un coraggio cromatico – come nel caso del GSW di Kreuzberg a Berlino per cui molti storsero il naso – e allo stesso tempo la paura di creare inquinamento estetico. Il colore “diventa un elemento di sottile educazione all’uso dello spazio”, scrive Molinari. Il lavoro del duo viene fatto sulle sue qualità visive e su come reagisce alla luce naturale.

   

“Uno spazio è come un’immagine o un dipinto in cui si entra”, dice Sauerbruch, “e di cui si scoprono le caratteristiche fisiche a mano a mano che si procede al suo interno”. Così una costruzione non può essere concepita se non si pensa al luogo in cui verrà eretta. “Il colore aiuta a sezionare l’edificio, a spezzarne la scala e quindi può essere un mezzo per integrare la struttura nel suo ambiente”, aggiunge Juan Lucas Young, partner dello studio dal ’99. Genius loci, lo definisce Louisa Hutton, spirito del luogo, invitando ad accogliere sempre l’esistente “come struttura sia fisica che mentale, all’opposto di come si procede secondo la mentalità della tabula rasa”.

  

Bisognerebbe ricordarlo a chi sta trasformando Milano in una Manhattan-wanna-be, dimenticandosi del Liberty e del razionalismo e del pensiero da cui sono scaturiti. Si può continuare a ridefinire lo skyline senza ignorare gli appelli della storia o dei cittadini “autoctoni” di un quartiere; una torre, anche se gigantesca, monumentale, può incastrarsi con l’anima del luogo che la accoglie. Per un po’ di architettura empatica.