Illustrazione dal sito di "The European Review of Books"  

Terrazzo

La doppia lingua dei libri europei

Michele Masneri

Arriva dall'Olanda, The European Review of Books, una rivista letteraria nata con l'idea e l'ambizione di mettere in Rete, cioè in comune, una discussione letteraria ampia e non più relegata alle discussioni nazionali

L’Europa non avrà un numero di telefono (per citare la vecchia massima di Henry Kissinger) ma almeno avrà una buona rivista letteraria. Si chiama The European Review of Books, ed è un nuovo magazine online e un giorno anche cartaceo (tre numeri l’anno) che parte dall’Olanda, paese che non brilla certo nell’immaginario europeista, su iniziativa degli scrittori e docenti George Blaustein, americanista, e Sander Pleij, editor del Vrij Nederland magazine nonché biografo dell’archistar siderale Rem Koolhaas. L’idea è quella di mettere in Rete cioè in comune la discussione sui libri principali e non lasciarli alle discussioni nazionali.

 

Non è utile insomma che i libri di Michel Houellebecq o Peter Handke seguano logiche di discussione separate, serve un punto d’incontro comune, una piattaforma appunto, in inglese ma anche nella lingua d’origine. Blauestein lo definisce “bilinguismo strategico”. “È strategico in quanto non c’è altro modo per farlo. Ma segna anche un impegno più grande: dare alla buona scrittura quella doppia forma e farla risuonare dentro e al di là di luoghi particolari. L’inglese – continua Blauenstein – ha una strana ubiquità in Europa. Quell’ubiquità può dare l’impressione di una lingua franca inclusiva, che poi suscita una fantasia di traduzione efficiente, di un flusso senza attrito analogo ai flussi di beni e capitali. (Frictionless è una parola orribile.) Ma quell’impressione è un’illusione, e celebrarla sarebbe celebrare quello che, dopo tutto, è un superficiale internazionalismo".

 

 

L’ERB è una pubblicazione in lingua inglese che resiste o gioca anche con l’apparente egemonia dell’inglese. (Capisco e simpatizzo anche con le richieste di protezionismo linguistico, anche se, come accademico espatriato ad Amsterdam il cui olandese è goffo e stupido, io stesso ho seguito le rotte di quella pseudo-internazionalizzazione). Chiamalo una situazione, un’ironia, una contraddizione, paradosso, qualunque cosa: vogliamo usare l’ubiquità dell’inglese per animare il multilinguismo”. La rivista bilingue non tratterà solo di narrativa: i saggi sono benvenuti. E prestigiosi scrittori hanno già aderito entusiasticamente al vasto programma: Ali Smith dal Regno Unito – la Brexit non viene contemplata a livello culturale – mentre dall’Italia Sandro Veronesi e Paolo Giordano. L’ironia non manca ai fondatori: “Libri, rivista, ed Europa tutti nella stessa frase? Sembra una triplice maledizione”.

 

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. Ha  pubblicato con Adelphi “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla California, durante la prima elezione di Trump, mentre presto uscirà il suo saggio su Arbasino, “Stile Alberto” per Quodlibet.