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Transatlantico party

Il gran spettacolo della politica italiana nella nuova mostra di Francesco Vezzoli. Cornici dorate, foto giganti, e una sala tutta per Cicciolina

14 Aprile 2019 alle 06:00

Transatlantico party

Sandro Pertini e Sandro Milio (1984, copyright Angelo Palma/ A3/ contrasto)

Accoppiamenti goduriosi: inaugura lunedì a Roma, alla fondazione Giuliani, “Party politics”, la nuova mostra di Francesco Vezzoli, artista globale che da qualche tempo è passato dalle star hollywoodiane all’Italia più identitaria. Qui, foto giganti, tre metri per due, non di dive lacrimose, globali o local, bensì del Divo (e non solo) che ride: incorniciate con effetto barocchetto straniante, ecco mostri sacri della politica prima repubblica, insieme a omologhi dello spettacolo. Distici surreali: Antonioni e Gava, Pertini e Sandra Milo, Edwige Fenech e Suni Agnelli; Berlusconi e Eduardo (e una saletta tutta dedicata a Cicciolina). Con partecipazione del sommo Filippo Ceccarelli (e inopinato spiegone del sottoscritto). Dopo i remake americani kolossal, e gli spot elettorali da Casa Bianca trash pre-Trump (precoci e profetici), Vezzoli fa adesso l’italianista tra un’indagine sulla Tv con una mostra sulla Rai e una partecipazione alla tv entrando dentro un programma Rai (il recente Photoshow), mettendosi in ballo e in gioco con ironia non sempre compresa nel mondo delle arti.

 

Ma negli stessi anni in cui Vezzoli batteva l’America e i suoi unspoiled monsters, Filippo Ceccarelli catalogava con uguale precisione, tipo farfalle di Damien Hirst, i molto spoiled mostri del Transatlantico, censendo le tribù: ecco i democristiani romani, coi soprannomi animaleschi: la Volpe argentata (Clelio Darida), lo Squalo (Vittorio Sbardella), il Gattone (Amerigo Petrucci); c’erano poi il Cobra, Luparetta e Pennacchione (l’ex sindaco di Roma andreottiano Nicola Signorello). E poi la Dc napoletana dei Gava, padre e figlio, quest’ultimo dotato, nel palazzo di Posillipo, di un leggendario cubicolo in cui albergavano i notabili locali campani, per essere sempre a portata di mano, dietro una porta segreta (sta tutto nella Recherche ceccarelliana, “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”, Feltrinelli).

 

E la Dc avellinese, con De Mita infaticabile amante del tressette, che gioca per dieci ore consecutive sul volo di Stato che lo porta da Roma a Washington a Los Angeles per le celebrazioni del piano Marshall, portandosi incessantemente appresso come partner il presidente delle Case popolari di Avellino, Antonio “Totonno” Pagliuca, detto Sputazzella, e quando questi non è disponibile, il capo dei Vigili del Fuoco, Elveno Pastorelli. C’è la Dc veneta di Mariano Rumor, che a fine carriera, dimenticato da tutti nonostante le cinque volte da presidente del Consiglio, esce un giorno da un hotel e vedendo una berlina nera che si ferma, si infila dietro. “Questa non è la tua macchina, nonno!”, gli dice una voce non rispettosa di giovinastro. E lui: “mi dispiace molto, sono l’onorevole Rumor, ho sbagliato vettura, può capitare”.

 

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E poi c’erano i Dc bresciani, sornioni e aristocratici, penitenziali e fattivi: si ebbe una lunga amicizia con il concittadino Mino Martinazzoli, splendido esemplare di cattolico sinistro, uno che compulsava Gadda e Manzoni, odiava le inaugurazioni e i nastri coltivando una malmostosità tridentina e il vezzo del dialetto. Democristiano rabdomantico, era amico anche d’un altro gran bresciano, Aldo Busi (e la mamma dello scrittore, le prime volte: “ha chiamato una certa Martina Zoli, ma che voce da uomo che ha!”, in bresciano nel testo). Martinazzoli aveva le opere di Vezzoli in studio, accanto alle caricature che gli faceva Forattini.

 

Alcuni onorevoli però avevano lifestyle meno sofisticati e conducevano, davvero o di facciata, esistenze meste, e guardavano allo show business come alternativa esistenziale ed estetica alle loro vite sorde e grigie. C’era quell’idea di trasgressioni, di magiche fughe, da regimi e etichette morali rigidissime, soprattutto democristiane e comuniste. Negli anni, con l’avvento dei socialisti, il miraggio cresceva, le distanze si accorciavano (e intanto il cinema cercava e imitava la politica, con personaggi-cerniera tra i due mondi, tra cui i fenomenali Tognazzi con famiglie naturali e vacanze in caserme o conventi con inginocchiatoi).

 

Gore Vidal, sempre lui, e non a caso, sosteneva che “politics is show business for ugly people”, essendo forse l’unico autorizzato a dar definizioni di questa portata, avendo frequentato sia la Casa Bianca che Hollywood, al medesimo livello, cioè altissimo. E però adorava, in Italia, stare in mezzo a beghe, e parte del fascino della sua Rondinaia era il poter assistere, a Ravello, a tutte le dinamiche molto local tra il Pci, il prete, il farmacista, dando molti consigli, istigando fazioni, assistendo a un Grande fratello in visione privata: adorando quegli intrighi forse più di quelli “global” che si era lasciato alle spalle.

  

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L’Italia del resto è un paese che ha sempre e solo chiesto ai suoi politici d’essere bene intrattenuta: nazione di star system modesto - e in cui, per usare un’altra citazione estera, “tutti sanno recitare, tranne gli attori” (Orson Welles). Tra Montecitorio e Centro sperimentale per brillantezza non c’è mai stata gara. Il Transatlantico è il nostro kolossal, altro che Titanic. Con dinamiche però opposte: se negli Stati Uniti rinomati attori passavano con successo alla politica - Ronald Reagan, naturalmente, però dopo aver fatto il governatore del più ricco e popolato stato americano - da noi non si è mai veramente richiesto d’essere “presidential” a cineasti o impresari: semmai il simmetrico. Si pretendeva, dai politici che di certo non ci avrebbero portato i pil tedeschi o le serietà svizzere, d’essere almeno grandi intrattenitori.

 

La bocciatura e la damnatio memoriae di regimi, premier, correnti, arrivavano così non per riforme o finanziarie o disastri o crescite più o meno felici, ma per il carattere: quello era antipatico, quello era toscano, quell’altro aveva stufato. Con curve e gradimenti televisivi: grandi entusiasmi iniziali e poi fasi di stanca, come soap di infinite stagioni. E come hanno capito benissimo oggi i ministri che a differenza di allora non ricercano il contatto magico col mondo dello spettacolo perché naturalmente son loro che son diventati lo spettacolo. Brutti o belli sguazzano, smanicano, amano, slinguazzano, dichiarano: nell’erba o in piscina, in motonave o molto raramente dai loro ministeri: su Instagram o su classici rotocalchi. Sempre comunque attenti a cambiare registro, a non stufare un pubblico che è diventato molto volubile e viziato, e che potrebbe benissimo, da un giorno all’altro, voler cambiare registro. Disdici quando vuoi.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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