Come creatura televisiva, Sal Da Vinci scaturisce dalla micidiale combinazione di Sanremo e del “Castello delle cerimonie” (foto Ansa)
Il popolo neomelodico della tv
Solo la televisione può catapultare Sal Da Vinci nel dibattito sulla giustizia
Nel nuovo libro di Aldo Grasso, trentasei anni di critica televisiva diventano uno specchio impietoso del paese: dai talk show che hanno "mangiato la realtà" al Grande Fratello al cantante finito nel dibattito sulla riforma Nordio. Perché in Italia la separazione più difficile resta quella tra il cazzeggio e la tragedia
Sal Da Vinci e la riforma Nordio. Sal Da Vinci usato come “gong” nei comizi del Sì. Sal Da Vinci in bianco sposa o cameriere che invece vota No, come tutte le coscienze critiche e cinematografare del paese – notizia che ha girato, ha fatto discutere, finché Gratteri l’ha smentita: tanto coi neomelodici faremo i conti dopo il referendum.
Come si fa a raccontare un paese così? Come si fa a raccontare un’Italia allegra, incarognita, saldavincizzata, che balla, canta e sculetta tra le ragioni del Sì e del No? Si potrebbe, per esempio, partire dall’ultimo libro di Aldo Grasso. Si intitola “Cara Televisione”, lo pubblica Raffaello Cortina, è “una storia d’amore e altri sentimenti” che parla naturalmente di tv, ma che ha molto a che fare con tutto il resto. Solo chi non ha mai visto una puntata del “Castello delle cerimonie” può infatti stupirsi di questo gigantesco effetto “specchio del paese”, con una tammurriata-disco, un po’ Mario Merola un po’ Gloria Gaynor, che si infiltra nel dibattito sul sorteggio del Csm o la separazione delle carriere – così come solo chi non conosceva “The Apprentice” restò incredulo dopo l’elezione di Trump.
“Ogni volta che mi capita di guardare una puntata de ‘Il castello delle cerimonie’”, scrive Grasso, “mi chiedo perché qualche bravo studioso dei fenomeni antropologici non abbia ancora dedicato i suoi studi al programma” – programma che non è solo “un’invenzione televisiva”, ma “un’interpretazione della realtà, un modo di intendere la vita”. Eccoci. Un tempo si diceva che per capire un paese bisognerebbe guardare la sua televisione. Forse nell’epoca di Netflix non si dice più, ma in Italia è un adagio che volendo funziona ancora.
Come creatura televisiva, Sal Da Vinci scaturisce dalla micidiale combinazione di Sanremo e del “Castello delle cerimonie” – e davvero mi risulta difficile immaginare qualcosa di più arcitaliano. Il fatto che entri nella campagna referendaria ci ricorda che da noi la separazione più complicata è sempre quella tra il cazzeggio e la tragedia – come sapeva bene Flaiano. Ma anche che la televisione, nonostante tutto, non è poi così morta come ci raccontiamo da anni. Solo la tv è ancora capace di catapultare un neomelodico nel dibattito costituzionale. Solo la televisione è ancora capace di produrre il fatto comune, la cosa di cui tutti parlano, il personaggio che entra nella conversazione collettiva con la forza di una canzone che non riesci a toglierti dalla testa. Cose del resto che Aldo Grasso sa da sempre. “Nel momento in cui scrivo, sono trentasei anni che ogni sera guardo la televisione, che ogni mattina redigo una rubrica di critica, che ogni giorno mi confronto con Lei (le devo almeno la maiuscola). Una follia, forse, di cui però non mi pento”.
Grasso racconta la televisione che ha visto – quarant’anni di programmi, conduttori, talk show, telegiornali, reality, tutto. Ma mentre la racconta si guarda indietro e si guarda intorno. Cerca di capire quel che resta della tv, quel che diventerà, come siamo arrivati a Carlo Conti e perché moriremo di “crime”. Cerca di capire il grillismo del Var e perché le telecronache sportive sono diventate insopportabili (ormai bisognerebbe scrivere “state per vedere Juventus-Inter interpretata da Fabio Caressa e Beppe Bergomi”). Cerca di capire e anzi spiega meglio di chiunque altro i malintesi della “cultura in televisione”, il cui climax è la “messa cantata” al Ninfeo di Villa Giulia con il Premio Strega – forse la liturgia televisiva più micidiale di tutte. Cerca Grasso ancora oggi di capire le ragioni del successo della tv defilippica, quell’innegabile capacità di “defilippizzare” tutto, ormai glorificata anche dagli intellettuali più snob, quelli che un tempo non poi così lontano la mettevano un gradino sotto Satana. Ma qui Grasso si arrende: “Ho cercato diverse risposte senza ottenere risultati apprezzabili” – poi però, con molto understatement, butta lì la sindrome di un “bovarismo collettivo”, “sindrome di chi è frustrato dall’esistenza anonima, di chi desidera una vita di visibilità, cupidigie, brividi provinciali” – che spiega invece molte cose, defilippiche e non. Raccontando il meglio e il peggio della nostra televisione, Grasso cerca insomma di capire cosa ha fatto in tutti questi anni – di sicuro “non è andato a letto presto”, tanto più con la prima serata che inizia ormai alle 22.30, quando già cala la palpebra.
Cosa significa però occuparsi di un oggetto che la cultura ha sempre considerato minore, indegno, sospetto? Come si costruisce nel tempo qualcosa che assomigli a un metodo in un campo che di metodo non ha mai voluto sapere? Quando anni fa cominciai a scrivere su questo giornale mi venne assegnata d’ufficio la televisione. “Guardati un po’ di tv, poi scrivi qualcosa”. Va da sé che non me n’ero mai occupato, quindi presi la cosa molto sul serio, da secchione. Cominciai a prendere appunti. Segnavo i nomi degli ospiti di Floris e Gruber, cronometravo le domande, la lunghezza degli applausi, le volte che Giletti pronunciava la parola “vitalizi” nella stessa puntata. Prendevo nota di tutto: tipologie di poltrone, fondali, i colori, il “bianco D’Urso”, il blu elettrico di “Verissimo”, il finto cielo di “Domenica In”, la Broadway pecoreccia di “Ballando con le stelle” in un foxtrot con Antonio Caprarica. Una volta guardai una settimana intera di talk show – di seguito, senza pause, senza perdermene uno – per una specie di reportage televisivo che si rivelò invece un esperimento di privazione sensoriale: del sonno, di un senso stabile dell’Io e della capacità di sopportazione del fraseggio politico italiano. Mia moglie mi chiedeva se stavo bene. I colleghi invece dicevano sempre la stessa cosa: “Guardi ancora la televisione? Ma chi la guarda più” – ma la guardavano anche loro, altroché. In poco tempo, comunque, mi fu chiara una cosa: fare il critico televisivo sul serio, cioè parlare di televisione e non usare la televisione come pretesto per parlare d’altro, è una cosa difficile. “Scrivere di televisione per parlare di televisione, limitando all’essenziale le digressioni”, è invece il compito che si è dato Grasso. Non usarla come pretesto, ma come oggetto da smontare e rimontare – come si fa o si faceva coi libri, i film, la musica. Mica facile, appunto. Spesso additato come stroncatore implacabile, oggetto di immortali versi messi in musica da Malgioglio in “Grasso che cola” (“Arriva all’improvviso la stangata, c’è Aldo Grasso che ci fa il mazzo oh oh”), Grasso ricorda che la critica non serve mai a nulla se non “a tenere accesa la fiammella dell’esercizio critico”. Può o dovrebbe essere uno stimolo per il lettore ma ha ben poco da insegnare: “Non è normativa, non è orientativa, non è pedagogica”.
Quanto al critico, è sempre una figura destinata alla solitudine, ma quello televisivo un po’ di più, perché è “un apolide, un reietto, un intruso” (Grasso cita Anton Ego, l’arcigno critico enogastronomico di “Ratatouille” – ma ancora meglio è il ricordo di Beniamino Placido, suo mentore, che all’avviamento del mestiere gli dà un consiglio prezioso: “Se fai il critico, ‘sta lontano da Roma, qui ci conosciamo tutti: se li conosci, poi non ne puoi parlare, ti chiedono conto anche delle virgole”). Beniamino Placido però aveva la fortuna di potersi risparmiare quel flusso indigesto di talkshow che sciaborda da tutti i palinsesti. “Parlano a tutte le ore” si intitola il capitolo in cui Grasso ci trascina in questo multiverso della chiacchiera, “fatale iniezione di populismo, esplicito incitamento alla polarizzazione” – esperimento che va avanti ormai da trent’anni, cinquanta se si inizia a contare dalla rivoluzione di “Bontà loro” di Costanzo.
In tutto questo tempo, il talk show si è mangiato la realtà restituendocela in vaniloquio permanente, rissa diffusa, cazzeggio non di rado parasituazionista. Soprattutto, i talk show si sono trascinati dietro un esercito di ospiti in servizio permanente, carovane di esperti che entrano ed escono come dalle porte girevoli di un vecchio albergo. Grasso butta lì una piccola storia della tv a partire dalle categorie di esperti: il periodo degli scienziati della psiche (Crepet, Morelli, Recalcati), quello delle scuole filosofiche (Cacciari, Galimberti, il breve ma intenso exploit di Diego Fusaro), il periodo ancora molto in voga dei criminologi, prima che si svelasse tutta un’industria del “crime”; poi naturalmente il periodo dei virologi, infettivologi, epidemiologi che ben presto hanno lasciato il posto a esperti di guerra e tattiche militari, ma soprattutto a un’infornata senza precedenti di “esperti di geopolitica” – un coro di geomelodici, per tornare all’attualità – spesso assai improvvisati o direttamente pagati da Putin. “Ecco perché i talk show di approfondimento possono considerarsi a buon diritto dei piccoli varietà, la continuazione storica della commedia dell’arte”. E anche della commedia all’italiana, che al cinema non sappiamo più fare, ma nella telepolitica vive una sua seconda golden age. Una delizia allora le pagine di Grasso sui “sottopancia” che raccoglie nei suoi taccuini televisivi, sottopancia sempre più fantasiosi che provano a dar conto di questo diluvio di ospitate: “giornalista e scrittore”, “medico e scrittore”, “magistrato e scrittore”, “attore e regista”, “attore e autore”, “disegnatore e musicista”, “docente universitario e scrittore”, infine, “la perla delle perle: ministro e scrittore”. Grasso non ha mai pensato che la televisione instupidisca il pubblico – “per rispetto del pubblico, e anche un po’ di me stesso” – e questa cosa lo rende ancora oggi abbastanza unico. Sulla televisione infatti crollano sempre tutti – persino un liberale come Popper, quello della “società aperta”, sulla tv assume pose da questurino marxista. Certo poi si può sempre vacillare (“di fronte a certi programmi anche le certezze più consolidate rischiano di subire incrinature”). Chissà in questi trentasei anni quanti dibattiti e tavole rotonde sul senso e la missione del servizio pubblico si sarà dovuto sorbire. E qui per fortuna Grasso ricorda – e lo fanno sempre in pochi – che la tanto venerata idea di servizio pubblico “affonda le sue radici nei regimi totalitari”. Poi il servizio pubblico smette di essere totalitario, si fa “sogno umanistico, di educazione delle masse”, ma resta pur sempre sotto il controllo dello stato. Poi i soggetti si moltiplicano, le trame si complicano. L’idea di una televisione che eleverà il livello culturale dell’audience si perde per strada. Oggi, dice Grasso, “il servizio pubblico non esiste più” e “forse non è mai esistito”. Esiste invece una lottizzazione continua, canonizzata – è proprio il caso di dire – con la riforma del 1975. L’idea che la Rai, la più grande industria culturale italiana, sia sempre e comunque “il bottino di guerra di chi vince le elezioni”: “E’ difficile immaginare uno scenario futuro della Rai, ma se non diventa un ente indipendente, non più una diretta emanazione dei partiti, se non riesce ad affrancarsi da quella grottesca istituzione tardo-sovietica (al di là delle persone che la compongono) che è la commissione di vigilanza, è ancora più difficile prevederne la ragione di esistere”. Ecco, nel frattempo, telegiornali che hanno perso ogni reticenza e sfoggiano con orgoglio la loro missione filogovernativa. Ecco un Tg1 house-organ del partito di Palazzo Chigi, come è sempre stato, ma in modi oramai plateali – Grasso cita come climax e “svolta inusuale” l’intervista un po’ “Belve”, un po’ “Temptation Island” di Sangiuliano singhiozzante in prime-time. Ecco i servizi da Mosca del Tg2 che lisciano il pelo a Putin. Ecco “Report” che ripropone il metodo “Iene” in versione impegnata, apparentemente presentabile, promettendo scoop, soffiate, intercettazioni, coprendosi del manto del “giornalismo d’inchiesta”. Infine, i reality, l’ultima grande rivoluzione della Tv. Ora che sta per partire l’ennesimo Gf Vip conviene leggersi le pagine sulla realityzzazione del mondo avviata oltre vent’anni fa e ormai naturalizzata, resa senso comune (persino il macabro rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, persino quella fetida cerimonia sembrava allestita secondo le logiche del Gf, con gli ostaggi che uscivano dalla casa). Mai come durante il Covid – quando abbiamo sbirciato nelle case dei nostri colleghi in quelle micidiali e inutili riunioni su Zoom – ci è parso chiaro come quanto il simulacro del “Grande Fratello” fosse ormai diventato una lingua franca, un senso comune condiviso, normalizzato: “La Casa sono le case di tutti noi, il confessionale del Gf è il web, sono i social, è la grande audience della Rete”. Arrivati qui, ci si rende conto che Grasso non ha scritto solo un libro sulla televisione: ha scritto un libro sull’aria che respiriamo, su come siamo diventati quello che siamo senza quasi accorgercene – a forza di reality, talk show, tg di partito o neomelodici infilati nei dibattiti costituzionali. Non è un libro che si “legge come un romanzo”, formula-cliché di cui diffidare sempre quando si parla di saggistica. E’ piuttosto uno di quei libri da aprire a caso, quando vi va, perfetto per quella pratica sana di leggere per incursioni, lampi, frammenti (sono i saggi che preferisco, e da sempre rivendico l’abitudine di iniziare tre o quattro libri in parallelo saltando da uno all’altro, come si cambia canale, appunto). E’ questo esattamente il modo in cui guardiamo la televisione, anche oggi con le piattaforme: saltando, cambiando, cercando qualcosa senza sapere bene cosa. Grasso lo sa da trentasei anni. E forse è per questo che, alla fine, gli è ancora così cara.