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L'editoriale del direttore

Viva il Festival della noia

Claudio Cerasa

Destra senza egemonia, sinistra senza idee, pochi conflitti, inerzia per tutti. E Sanremo è lo specchio perfetto dell’Italia anche quando fa sbadigliare. Elogio di un festival straordinariamente normale

La regola non scritta del giornalismo politico è che quando succede qualcosa di interessante in Rai i cronisti devono fare di tutto per provare a capire come quel piccolo dettaglio che si è intravisto possa spiegare la politica italiana. La Rai, lo sappiamo, è uno specchio formidabile per comprendere al meglio gli equilibri tra i partiti, i rapporti di forza nelle opposizioni, le tensioni latenti nella maggioranza ed è compito di un buon cronista fare un esercizio di creatività per riempire quello spazio spesso imposto da direttori senza cuore: come la Rai spiega la politica, appunto. Quando arriva Sanremo, lo sappiamo, il processo che generalmente riguarda la Rai si ritrova all’interno di un moltiplicatore impazzito che costringe gli osservatori, anche quelli snob che ci tengono a farti sapere che loro Sanremo non lo vedono salvo poi aver passato mezzo pomeriggio in bagno a rivedere i reel della serata prima, a porsi una domanda ancora più ambiziosa: come Sanremo spiega l’Italia. Lo facciamo tutti, lo facciamo anche noi, e generalmente la declinazione di questo concetto, come Sanremo spiega l’Italia, non è altro che lo specchio di quello che ogni osservatore vuole dimostrare: io penso che in Italia stia succedendo questo e a prescindere da quello che succede a Sanremo proverò a dimostrarvi che Sanremo non fa altro che confermare le nostre idee. Naturalmente, per non essere da meno, non ci sottrarremo a questo esercizio e proveremo a dimostrarvi che Sanremo, anche quando va male, anche quando gli ascolti crollano, quando gli sbadigli si sprecano, è uno specchio perfetto per capire l’Italia in cui viviamo. A sinistra, tanto per trovare un modo per dimostrare ossessivamente le proprie tesi, si sostiene e si sosterrà che il calo di ascolti è figlio di un disastro chiamato TeleMeloni. A destra, tanto per trovare un modo per dimostrare ossessivamente le proprie tesi, si sostiene e si sosterrà che il calo di ascolti è figlio di un’egemonia di sinistra tra gli artisti che finalmente ha fatto il suo tempo. Più modestamente, noi, proveremo a dimostrarvi che la noia di Sanremo è il riflesso perfetto di un’Italia, formidabile, che non vogliamo vedere. 

Un’Italia che Sanremo riesce a rappresentare anche quando Sanremo è vittima della decrescita felice, come ha scritto magnificamente ieri Giuliano Ferrara. La noia di Sanremo, in fondo, è la noia dell’Italia. Un’Italia in cui, referendum a parte, gli scontri politici avvengono spesso sul nulla. Un’Italia in cui sui grandi temi centrodestra e centrosinistra sono spesso d’accordo, basti pensare che al Parlamento europeo Meloni e Schlein sono alleate e sostengono la stessa presidente della Commissione europea. Un’Italia in cui, ogni tanto, bisogna alzare la tensione anche per evitare di ricordare che sui temi importanti centrodestra e centrosinistra si dividono fino a un certo punto. Un’Italia in cui persino sulla legge elettorale, che piace a tutti, ma proprio a tutti, tranne forse a qualche partito di maggioranza che l’ha proposta, occorre mettere in campo la pantomima del litigio telecomandato, per dimostrare che no, le cose non vanno, che l’aggressione alle istituzioni è evidente e che destra e sinistra, anche quando la destra fa le cose che avrebbe fatto la sinistra, non vanno d’accordo come qualcuno potrebbe credere, e si capisce che spesso i più critici contro Meloni debbano essere i Cinque stelle: visto mai qualcuno si ricordasse che in Rai, ops, il M5s ha un accordo con la maggioranza di governo? La noia di Sanremo, in fondo, è la noia dell’Italia. Un’Italia stabile che appare come un’oasi di prevedibilità, come Sanremo, se la si mette al confronto con tutto ciò che si trova attorno in Europa e nel mondo. Pensate all’America delle pazzie quotidiane di Trump, pensate agli Epstein Files che stanno mettendo in ginocchio la Gran Bretagna e la Norvegia, pensate agli scandali sessuali nella Spagna di Sánchez, pensate ai primi ministri e ai ministri che saltano come birilli a Parigi. Sanremo non fa notizia anche perché in Italia oggi riuscire a far notizia non è semplice, se non per qualche ora, e la ragione per cui a Sanremo nulla faccia così scandalo, nulla sia così notiziabile, nulla sia così divisivo, è perché Sanremo, nella sua decrescita felice, incarna il perfetto spirito del tempo del paese: la noia come lusso delle società stabili.

La noia, naturalmente, può portare anche a disaffezione, che in politica spesso si traduce con astensione, ma quando si parla di disaffezione, anche qui, si sottovaluta un fatto importante: i paesi dove si vota di più, dove gli elettori vanno in massa alle urne, sono paesi vivaci dal punto di vista democratico, ma quando non c’è molta astensione, quando cioè la democrazia non è annoiata, di solito è perché in democrazia vi è qualcuno che la democrazia la minaccia, come è stato nel 2024 con Trump, come è stato nel 2024 con Le Pen, come è stato nel 2025 con l’AfD in Germania. La vera notizia di Sanremo dunque non riguarda qualche dettaglio, qualche sbandata putiniana, qualche cedimento alla demagogia referendaria, qualche gaffe della stampa. Sanremo, se vogliamo, è lo specchio dell’Italia, anche di quella politica, perché i conduttori governano Sanremo senza idee, come Meloni, per inerzia, come la destra, e senza avere una sola egemonia da esibire, se non quelle lasciate a casa (Pucci). Se vogliamo, poi, Sanremo è lo specchio di un pezzo di sinistra che si aggrappa a ogni simbolo (la meravigliosa signora di 105 anni che votò al referendum sulla Repupplica, con doppia p) per cercare di spiegare quello che vuole e che non ha altro simbolo forte da rivendicare se non qualche parola su Gaza. Destra senza egemonia, sinistra senza idee e grande Festival dell’inerzia. La vera notizia di Sanremo però è un’altra. Ed è la prevedibilità come specchio perfetto di un’Italia con molti litigi di superficie che mascherano convergenze strutturali, più di facciata che reali, che ci ricorda quanto lo sbadiglio, pericoloso in tv, sia lo specchio di un’Italia che non vogliamo vedere: quello della noiosa e stabile normalità democratica.

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.