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sul palco

Più neo papà che patriarca. Il ritorno del padre a Sanremo

Nicola Mirenzi

Al Festival è il tempo delle canzoni dei padrI che non incarnano la legge, come i vecchi patriarchi, ma tremano di tenerezza per i figli nati da poco

L’anno scorso è stato Brunori Sas. Quest’anno è Tommaso Paradiso. A Sanremo è il tempo delle canzoni dei padri. Padri che non incarnano la legge, come i vecchi patriarchi, ma tremano di tenerezza per i figli nati da poco. Padri che si sentono un poco inadeguati, insicuri di riuscire, padri comunque risolti a stare lì, nel ruolo che hanno scelto. Padri diversi da quelli cantati da Achille Lauro, che non tornano a casa la sera, visti “solo di schiena”. Oppure come quello di Mahmood. “Ieri eri qua, oggi dove sei, papà?”.

Il brano di Brunori, L’albero delle noci, l’anno scorso si classificò terzo. I romantici di Tommaso Paradiso è ben posizionato in gara. Entrambi portano sulla scena della musica italiana l’avventura del divenire padri, in un tempo in cui gli psicoanalisti e i sociologi ne hanno decretato l’evaporazione, il tramonto, la fine.

Nel canone musicale occidentale, sono stati anni in cui è stato più spettacolare prenderli a calci, i padri, rivoltarglisi contro, rifiutarli. Jim Morrison gli urlava: “Ti voglio ammazzare”. Bruce Springsteen raccontava un padre di cui si sentiva ostaggio. Il rock ’n roll del resto è cresciuto calpestando i padri, reali e simbolici, respingendo – come facevano i Pink Floyd – l’educazione, l’autorità vissuta come un pernicioso strumento di controllo, fino a urlare: “Lasciate stare i ragazzi!”.

Cos’è cambiato, allora, se oggi a Sanremo i padri prendono la parola, si raccontano in prima persona, parlano di sé? Padri che sono uomini quarantenni, ironicamente maturi, cantautori della nuova scena indie italiana. Che, come Tommaso Paradiso, non si vergognano di avere “il cuore appeso sulla giacca, ogni volta che parlo di noi”, che non temono di perdere la propria virilità se si lasciano andare ai sentimenti, “romantici che guardano il cielo”.

Padri che sono stati a loro volta figli ma senza cadere nella retorica della protesta. Forse perché Tommaso Paradiso il padre non l’ha quasi mai visto. E’ cresciuto solo con la madre. E, per questo, promette alla figlia di essere diverso, che non sarà mai come lui, le darà “sempre un bacio prima di partire”. Mentre Dario Brunori il padre l’ha perso all’improvviso. Se n’è andato “senza neanche avvisare, senza fare rumore”, senza dargli nemmeno “un minuto per potergli dire che gli ha voluto bene”. Alla figlia racconta il sogno del Faraone, “le vacche grasse e le vacche magre”. L’avverte che si può “cadere da una distanza siderale”. Cadute dalle quali vorrebbe disperatamente proteggerla. Ma sa che è impossibile.

Sono due nuovi padri, Tommaso Paradiso e Brunori Sas, che non si propongono come modelli. Semplicemente, cantano quel che sentono, quel che che vivono. Ma scriveva Edmondo Berselli che il successo di una canzone, pur con tutta la sua leggerezza, indica che un cambiamento si è già realizzato nella società, o che attraverso di essa lo si può realizzare a breve. Del resto, sono passati più di venticinque anni da quando Luigi Zoja, psicoanalista junghiano, scrisse Il gesto di Ettore, un saggio nel quale sosteneva che liquidare furiosamente il vecchio padre-patriarca aveva buttato alle ortiche anche il padre necessario, il padre che consente ai figli di crescere, di incontrare il proprio desiderio. Sosteneva l’urgenza di ricostruire la figura paterna. Un padre nuovo. Un padre diverso da quello del passato. Ma, comunque, padre.

E qualcosa è sicuramente successo, se dei cantautori oggi avvertono l’esigenza di cantare l’incanto, la meraviglia, la grandezza della paternità, come mai avevano fatto prima. “Era la notizia che aspettavo da tutta la vita”, ha detto alla sua compagna Paradiso quando gli ha detto che era incinta. Mentre Brunori Sas ha confessato che la figlia “ha messo sottosopra la sua vita”, gli ha stravolto l’ordine delle priorità. Certo non sono i restauratori dell’ordine simbolico paterno, Brunori Sas e Tommaso Paradiso. Lungi da loro la posa dei padri simbolo, dei padri esemplari, dei padri della patria. Ma la novità è che non sono nemmeno genitore uno e genitore due. Pur avendo paura di sbagliare, ci tengono a essere padri.