(foto Ansa)

riflessioni

L'antiSanremo. Distrazioni di un conservatore durante il Festival: letteratura e brani solo strumentali

Camillo Langone

Mentre le plebi pettegole si sciroppavano cantanti dalle facce imbrattate, io ascoltavo suoni pulitissimi. E portavo avanti il mio saggio sul conservatorismo. Molto meglio la letteratura del giornalismo 

Mentre le plebi pettegole guardavano Sanremo, io scrivevo un libro e ascoltavo musica bella. O almeno cercavo di scrivere, siccome il festival è un grande nemico della concentrazione e ogni sera mi arrivavano messaggi affinché seguissi l’esibizione di questo o di quella, e ogni mattina mi giungevano richieste di commento sulle domande miserabili fatte in conferenza stampa, i tentativi di mettere in difficoltà Carlo Conti e Irina Shayk. Mestiere ignobile, il giornalismo. Molto meglio la letteratura. Il libro che cercavo di portare avanti, per un editore che giustamente si lamenta della mia lentezza, ha come argomento il conservatorismo e tuttavia non è politico più di tanto. E’ un testo che ambisce a essere letterario quanto saggistico, a risultare non dico eterno (i conservatori detestano la hybris) ma perlomeno a scampare la cronaca, a sollevarsi sulla storia.

Nelle prime serate sanremesi dovevo venire a capo di un capitolo cruciale, quello sul fascismo. Un conservatore qual sono conosce l’importanza dei muri, sia fisici sia ideali: credo ad esempio che sia il momento di alzare una grande, impermeabile, insuperabile muraglia fra conservatorismo e fascismo. O di qua o di là, decidersi. Ti piacciono Marinetti e Farinacci? Vattene coi progressisti, pussa via! E dunque mentre nella Città dei Fiori cantavano, gridavano, starnazzavano, io meditavo sull’esergo del capitolo succitato, se mettere Gaetano Salvemini (“Non sono comunista per le stesse ragioni per cui non fui mai fascista”) o Alfredo Panzini (“Io non sono fascista, perché il fascismo è socialismo”) o Francesco Saverio Nitti (“Per certi aspetti, fascismo e bolscevismo sono la stessa cosa”) o Giuseppe Prezzolini (“Barbarie che sale, sia sotto forme comuniste che fasciste, negatrici del pensiero, dell’individuo, della libertà”). Alla fine ho messo Salvemini. Non Prezzolini perché dopo quel bel virgolettato, estratto dalla gobettiana “Rivoluzione Liberale” e risalente al dicembre del 1922, ebbe alcuni cedimenti, non pratici, ché quelli posso capirli e giustificarli (teniamo tutti famiglia), bensì sentimentali, nei confronti del mentecatto socialista Benito Mussolini. Tristi dettagli svelati dalla monumentale biografia prezzoliniana di Emilio Gentile.

Ma torno alla musica, ammesso che parlando di Sanremo di musica abbia senso parlare. Mentre le plebi pettegole si sciroppavano cantanti dalle facce imbrattate, io ascoltavo suoni pulitissimi. Brani tutti strumentali. Perché cantare quando si può suonare? Cos’è questo esibizionismo dell’ugola? Ascoltavo Flea (“Thinkin bout you”), Julian Lage (“Night shade”), Chloé Antoniotti (“Mana”). Una tromba, una chitarra, una tastiera. La Antoniotti in particolare è AntiSanremo puro. Savoiarda intimista, suona musica forse neoclassica, certo apolitica: non ha mai composto né cianciato per Gaza. Niente interviste, niente riviera, niente mare (piuttosto montagne), niente abiti attillati bensì vestiti tradizionali morigerati. Non somiglia a Serena Brancale.

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  • Camillo Langone
  • Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).