Silvia Toffanin (Ansa) 

magazine

Le donne della domenica che animano il fine settimana televisivo

Salvatore Rizzo

Lacrime, svenevolezze e nostalgia. Da Silvia Toffanin a Francesca Fialdini a Mara, l’eterna zia degli italiani. Ritratti sovrapponibili delle sacerdotesse con le loro omelie laiche

Lontana dal cinismo impavido di una Monica Setta, che ospita Paola Caruso, una ormai lunga carriera tv ma sempre di piccolo cabotaggio e un privato che è un carnet de malheurs, accogliendola con “io voglio farti sorridere per quanto possibile perché tu hai perso la mamma” – è un un pezzo forte del web, un cult tra i reperti del disgraziografo della giornalista – Silvia Toffanin accoglie la stessa Caruso già tra le sue braccia e in un profluvio di lacrime, spesso condivise. Su 27 minuti di intervista ce ne saranno almeno tre quarti di pianto, anche incontenibile, a dirotto, su Canale 5, antro del vero più vero del fine settimana, ovvero “Verissimo”.  Nero fasciate entrambe, padrona di casa e ospite, le luci basse che si schiariscono su toni che non vanno mai oltre un indaco che vira su un funereo viola, sembra quasi una camera ardente più che uno studio tv, ma la confidenza è diversa e si capisce che non è solo consonanza generazionale, tra le due, altro che l’antinomia emotiva della Setta. Toffanin è “da cameretta”, abbraccia Caruso – alzandosi più volte –  quando il tracollo emotivo s’affaccia, ogni tanto pare che quel piccolo mondo televisivo assuma altre forme, altri connotati, sembra quasi che l’una stia sulla poltroncina della scrivania a ginocchia strette, silente, aspettando il trac dell’interlocutrice e l’altra ad ascoltarla a gambe rannicchiate sull’angolo del letto. Anzi, sembrerebbe. Perché alla fine l’argomento è così tetro e doloroso, intimo quasi fino al particolare morboso (l’hospice e la telefonata fatale, il nipotino e la malattia, la morte e l’infanzia) che fa quasi dimenticare ogni melensaggine da carissimo diario del ginnasio. Se il Toffanin-style doveva essere il contravveleno al D’Urso-style, di effetti, in questo caso, non se ne vedono nemmeno all’orizzonte.     

 

 


A distanza di 600 chilometri e di quattro tasti di telecomando, Mara Venier, inossidabile “zia della domenica”, sta intanto chiedendo ad Al Bano, su Rai1, di mamma Iolanda senza bisogno di scomodare il mito della Grande Madre Mediterranea ché tanto, basta la parola e il mito ci si squaderna in tutte le sue nuances, e lui a raccontare dell’“addio alla madre” senza cruenti epiloghi alla Mascagni, al paesello natio, alla zappa e ai campi (“ciao, ulivi, che restate qui”, cit.) e a stupirsi ancora, come fosse ieri, di quanto gli sembrò immensa la stazione di Milano e sarà la milionesima volta che negli occhi dell’ottantaduenne ugola d’acciaio, cara anche a Grande Madre Russia, appare l’immensità della tettoia in ferro e vetro che sovrasta i binari e la raccontasse anche domani, per la milionesima più una, sarebbe uguale, sempre la stessa immensità, sempre la stessa tettoia in ferro e vetro, sempre gli stessi binari nonostante qualche restyling se lo sia fatto, la Centrale, negli ultimi decenni. E’ il tono però che è diverso, dalla Venier, c’è un’aria da amicizia caciarona, la confidenza è più sbracata, ci si conosce tutti da una vita, si condividono col telespettatore non solo i Sanremo e quei momenti lì, insomma, il matrimonio, i figli, e la tragedia sempre un po’ sottaciuta, e lo strappo coniugale che è parte della memoria collettiva, lo si mette da parte, il teleutente, anche dei pranzi, delle orecchiette e delle braciole, delle cene post-trasmissione, quelle dove l’insalata è condita con l’olio “bbbono” che per i convitati arriva direttamente da Cellino e siccome stavolta c’è anche la Lecciso rediviva sul teleschermo parte la Al Bano Story Part II (come i capitoli del “Padrino”, una saga infinita), il primo atto ce lo siamo sbolognati in fretta con il giovane emigrato e il flashback Fs-“Treno del Sole”. 

 

 


Per non apparire troppo arditi cronologicamente, o magari al passo coi tempi, si resta su quegli anni lì, da Francesca Fialdini, stesso giorno che Dio si riposò ma subito dopo il tg, stessa rete, quando il pomeriggio s’è fatto già buio. Anche qui, è la solita storia ma il tono e la mission sono piuttosto allegrotti, nonostante una scenografia sempre così iconograficamente anonima (potrebbe indistintamente contenere la tv dei ragazzi o un gioco a quiz), una conduttrice imperturbabilmente fresh and clean and smiling (un cheese quasi freezato dall’inizio alla fine) e un pubblico che uno sciagurato assistente di studio spinge all’applauso a ogni sospiro. I sospiri sono quelli di Orietta Berti, personaggio da sviscerare come se non lo si fosse già sviscerato abbastanza, da Suor Sorriso (gelo tra gli astanti, nessuno conosce chi fosse, vedi un po’ i grandi autori dei talk) a oggi. E così, tanto per imbastire una conversazione che esuli dalle solite collezioni di bambole e acquasantiere, c’è Barbara Alberti, nel suo imperituro modello di maggior successo ovvero la simpatica mattocchia controcorrente, a farci tardivamente rinsavire illuminandoci di quanto Orietta, negli anni in cui cantava “tipitipitipitì dove vai, tipitipitipitì con chi sei” fosse all’avanguardia e noi non l’avevamo capito correndo dietro i quattro di Liverpool e il quasi satanico Mick Jagger, di quanto fosse avanti, quasi trasportato da un incontrollato flusso dadaista, il verso “finché la barca va lasciala andare” e soprattutto quanto fosse rivoluzionario, sì, rivoluzionario il suo essersi concessa a un sol uomo, l’amatissimo Osvaldo, in tempi di amore libero e altre sporcaccionerie assortite. In questo quadro involontariamente lisergico si inseriva dalla platea, plaudente a molla, il figlio stesso della Orietta, cinquantenne musicista con cresta punk e plurianellato che aveva già causato sbandamenti nel pubblico infrasettimanale della Balivo. Nonostante ciò, il tono, l’andamento, lo svolgimento era sempre quello del “raccontaci di quando…”. 

 

 


Le donne della domenica, d’altronde, sono solo tutte orecchi per ascoltare il quasi sempre già ascoltato. Nessuna curiosità per il futuro, nessun brivido per il presente, la loro attenzione è rivolta soltanto al passato, da rimpiangere, da accarezzare, da custodire, da riesumare. Uno ieri perpetuo di cui perpetuamente replicare la narrazione. Stavamo meglio ieri, d’accordo, ma non c’è proprio nessuna opzione per l’oggi? Obbligate a confrontarsi con l’attualità solo se lo impone la cronaca, ma che noia, quello lo fanno già i talk di informazione e del day-time, che c’entriamo noi di “Domenica in”, “Da noi… a ruota libera” e “Verissimo”? Sacerdotesse di una televisione senza idee, figlia di un continuo “vestivamo alla marinara”, di un incessante chiacchiericcio, di un’instancabile confessione, di un continuo “a domanda risponde”, di “c’era una volta”, uno sbirciare continuo nella vita degli altri anche se, di tanto in tanto, magari con qualche velleità di contemporaneo, si divaga sul bullismo, sulla violenza contro le donne, sulle malattie rare ma è poca roba, la maggior parte del tempo è “e adesso i Ricchi e Poveri!” che entrano, cadono e si rialzano a ricordarci che, d’accordo, un tempo magari era più bello, ma chi l’ha detto che non sia bello anche oggi che siamo rimasti in due a ballare l’hully gully? Ognuna delle donne della domenica ha poi il suo registro, i suoi anni all’anagrafe, il suo background che ne condizionano le scelte e il mandato. Esempio: se Toffanin – nonostante più giovane anche se la sua sarta la veste quasi sempre come dovesse girare un “peplum” – sa più di famiglia, di tradizione, di valori (parola che ricorre spesso nel suo frasario), di brava ragazza di provincia che s’è impegnata negli studi e nel lavoro e che ha trovato un buon partito (che è pure, casualmente, il suo datore di lavoro), Venier è una che, sempre dalla provincia partendo, ha fatto la yé-yé e la femminista, la stracciarola di Campo de’ Fiori e la signora del generone romano, sa più di famiglie allargate e innocue trasgressioni e magari ancora di qualche colpo di testa nonostante abbia saggiamente già sistemato per bene, per il futuro, perfino i nipoti. 

 

 


Dalla Toffanin a settembre va Anna Tatangelo col pancione di mesi sei (da giorni è nuovamente mamma) avvolta in una nuvola bianca ed è tutto un susseguirsi di “oooh…”, “ma che bello…!, “che meraviglia…!” e siccome son tutte belle le mamme del mondo, specie quelle di cui rimpiangiamo la presenza, il mood fazzoletto è rispettato nel ricordo della mamma dell’ex ragazza di periferia che s’è vissuta la prima gravidanza della figlia ma non ha potuto godersi questa. E’ la padrona di casa che assesta l’uppercut: “Ci pensi tanto in questo momento alla tua mamma, vero?”. Pagato il dazio del dotto lacrimale e tornando al futuro fiocco neonatale, il colpo di scena è proprio il gender reveal in diretta: sarà maschio o sarà femmina? Proprio come nelle grafiche del televoto – che almeno in questa occasione non è contemplato – si alternano sullo schermo cuoricini rosa e celesti fino al trionfo esplosivo del rosa che inonda lo studio e allo svelamento del nome: si chiamerà (l’hanno chiamata) Beatrice. Nuovi occhi umidi, nuovi abbracci, nuovi “ooohhh”, tu chiamale se vuoi svenevolezze. Date tempo alla puerpera e… Nulla che possa scalfire il quadretto: l’attesa del fratello maggiore, l’attesa del papà, l’attesa dei fans con i quali la cantante ha condiviso quei nove mesi andando in tournée.
Tutta un’armonia, niente di dodecafonico. Se una nota dissonante entra in studio, Toffanin la sopprime con una foga che quasi contrasta coi suoi angelicati stupori, che stride con la sua stessa sororale adesione al cordoglio di chiunque. C’è Diego Dalla Palma che rivendica il diritto a morire come vuole, senza che alcun male sovrasti la sua capacità di sopportarlo, senza che la miseria del corpo e della mente spengano ogni residua dignità della persona? Toffanin gli si avventa contro come una leonessa: “Mia mamma è morta di tumore e io avrei pregato in ginocchio il Signore che me la facesse vivere un giorno in più, un’ora in più, un minuto in più!”. E il fine vita c’est fini, morto e sepolto. 

 

 


Non che la finestra di fronte, quella di Rai1, s’affacci su scorci di novità, già dal lontano 1993 da quando la spalanca Mara, “la zia degli italiani” accasata da 33 anni nella domenica con suffisso “in”. Ma lì, per esempio, c’è più spazio per la famiglia allargata, per le seconde e magari anche terze mogli (e mariti), per i figli-fratelli di primo, secondo e financo terzo letto, per Amanda Lear che allude a una quasi ritrovata castità confessando che ha ormai chiuso la boutique e sembra molto più disinibita di Asia Argento o di Ambra Angiolini che, placate le tempeste caratteriali, ambiscono ormai a fare le nonne e le ex con uso di pacca sulle spalle degli ex.
Quella delle donne della domenica – a parte i soliti noti già beneficiati da decenni con pensioni dell’Enpals – è sempre la stessa compagnia di giro, genere aziendalista-promozionale per fiction o show di imminente debutto: chi va da Mara te lo ritrovi da “Uno Mattina” alla Balivo, da Matano a Marzullo nell’arco della stessa settimana, saranno praticamente contratti 24h, dalle sei alla mezzanotte, con qualche colpo d’ala più  gossipparo (vedi rotocalco rosa) per la Toffanin, dove pare che gli ospiti siano più lautamente retribuiti ma anche qui, per la maggior parte, con agganci diretti alle varie parrocchie della diocesi Mediaset, dagli scappati di casa del “Grande Fratello” agli ex cornuti di “Temptation Island”, da altri “amici di Maria” presenti in tutte le salse alle storie popolari, siano esse italiche o turche, stesse faccette sempre uguali, come nelle foto segnaletiche delle bacheche della polizia nei film americani d’un tempo. Sono talmente circolari, questi personaggi a lucette rosse, che non solo si rivedono impunemente con le padrone di casa dopo due o tre mesi dall’ultima volta, ma vengono anche citati con reperti delle interviste delle stagioni precedenti (la Venier, ormai assisa sul pulpito festivo dal neolitico, annuncia trionfalmente “riascoltiamo cosa mi hai detto nel ‘93”). 

 

 


Nonostante abbia la stessa frequenza dell’incontro col dirimpettaio o del garzone del salumiere, quella dell’ospite delle signore della domenica è poi sempre annunciata, salutata, rivelata come un’apparizione mariana, un’epifania mistica, un evento che “tenetevi forte”. E per corroborarne un’eccezionalità che, a causa dell’usura, non salta più agli occhi, eccola preceduta o supportata da filmati che sono quasi sempre panegirici, digest di parole e opere che hanno lasciato un segno nella Storia, con una prosa tra il feuilleton, i telefoni bianchi e la Settimana Incom. Lì da Mara la fanno magari più spiccia, anche se fidanzamenti-matrimoni-nascite sono evocati con apparato iconografico-sonoro degno di più ben titolate biografie. A “Verissimo” invece raggiungono un’iperbole che quasi offusca i sensi, una grandeur lessicale grazie alla quale il personaggio mitizzato inalbera pennacchi che mai si sognerebbe. Ecco che cosa sono stati capaci di sbolognarci per la Tatangelo, allora premaman affidando alla voce maschia, stentorea e irresistibile di Gigi D’Ambrosio (quella che doppia i “promo” di Canale 5) le parole per disegnare il profilo dell’ex quindicenne vincitrice di Sanremo che la vita se l’è  mangiata di corsa: “Il tempo a volte ci costringe a crescere in fretta, ma ci sono doni capaci di riavvolgerlo magicamente e nella maternità Anna ha ritrovato la leggerezza dei suoi giorni da bambina. Mescolare con dolcezza gli imprevisti e le sfide della vita è l’atto coraggioso di chi custodisce i valori del passato”. L’omelia laica – ma non troppo – per gli uomini e le donne della domenica.