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il racconto

Quel che resta di Sanremo

Salvatore Merlo

 

Turbe di bagonghi urlanti intorno al teatro Ariston, feste fino al mattino, ipotesi di complotto, un paio di sneakers bianche e chissà cos’altro. Quel che ci ricorderemo dopo una settimana di Festival in otto pillole

Al Sanremo 1989, Raf cantava “cosa resterà di questi anni '80 / afferrati e già scivolati via / cosa resterà e la radio canta / una verità dentro una bugia”. E allora noi, seduti a un tavolino di Piazza Colombo, a Sanremo, osservando la folla che defluisce e abbandona una città che tra poche ore sarà deserta, ci chiediamo invece cosa resterà di questo Festival 2024. Turbe di bagonghi urlanti intorno al teatro Ariston, signore impellicciate e ingioiellate, paillettes, seni bradi, canzoni e canzonette, feste fino al mattino, ipotesi di complotto, un paio di sneakers bianche e chissà cos’altro. Le donne, i cavalier, le canzoni, le miserie, le cortesie, i giornalisti, i sottopancia ministeriali e l’auditel Rai io canto, che furon al tempo che passò Amadeus a Sanremo il diletto d’una settimana in riviera. Otto pillole. Otto flash. Otto cose viste o sentite. Quel che resta, all’incirca, almeno secondo noi. 
 
Gombloddo, gomblodddo. Eterno gombloddo.

A mezzanotte di sabato la sala stampa del teatro Ariston si anima, agitata da un passaparola che scivola veloce come nel telefono senza fili: “Stanno impedendo la vittoria di Geolier. La gente vota ma non riceve il messaggio di conferma. Se stanno a rubba’ o’ Festivàl! Vogliono fare vincere Angelina Mango”. Altra notizia inverificabile: accusano Geolier di brogli, il rapper non vuole salire sul palco. Effetti surreali del telefono senza fili. Intanto però la Rai salta su come un grillo. L’amministratore delegato telefona ai vertici Telecom. L’ufficio stampa cerca informazioni. Il direttore dell’Intrattenimento, Marcello “Ciannameaculpa”, suda più del solito. Mobilitazione generale, quell’aria da avamposto militare durante una grande offensiva (o disfatta). Gente che va e viene, chiamate intercontinentali, facce tese. Ordini, contrordini. Urla dietro le porte chiuse. Alla fine Telecom assicura: le telefonate sono milioni, il sistema è rallentato ma funziona, tutti i voti sono stati registrati. E infatti Geolier stravince al televoto. Ma poi il risultato viene ribaltato dalla sala stampa e dal voto delle radio. E allora? Domenica mattina si ricomincia: altro gombloddo. Alle 10 del mattino leggiamo il tweet di un bravissimo giornalista Rai, Enrico Varriale: “Quelli che dovrebbero essere gli esperti hanno boicottato l’interprete più contemporaneo e seguito. La domanda è: perché?”. 
 
Gli eroi della sinistra.

Venerdì, il talentuoso rapper milanese Ghali, di origine tunisine, si esibisce in una cover di “italiano vero” di Toto Cutugno. Sinistra in visibilio. Giornalisti di sinistra in visibilio. Intellettuali di sinistra in visibilio. All’eterna ricerca di un leader, di un segretario, di una bandiera, di un nome, insomma di chiunque purché non sia Elly Schlein, la notte di venerdì corrisponde a un’epifania per la sinistra italiana tutta: a un certo punto scoprono Ghali. Ecco chi! Ecco il nome!  Superata la fase Paola Cortellesi e quella, breve ma intensa, di Ilaria Salis. Trovato il nuovo leader. Ma per dodici ore. Fino al prossimo innamoramento. Ma niente di male, d’altra parte per tutti Sanremo è l’imbuto del luogo comune e ha successo, ci pare, perché nella trasmissione gli italiani (siano essi di destra, di sinistra o qualsiasi cosa siano) ritrovano le battute, i gesti, i modi di dire e i cliché della loro esistenza beata.
 
 
E’ qui la festa?

Sanremo è tutta un party dalle 22 alle 2 di notte, e ci vuole davvero un fisico bestiale per sopravvivere. Malgrado il governo Dio, Patria e Famiglia, alle feste tira un’aria molto gender fluid nella quale sembrano riconoscersi tutti, compresi gli uomini della destra di sottogoverno presenti in questo cittadone ligure che se non ci fosse il Festival non si sa bene che fine farebbe. Ballerini (maschi) mezzi nudi, statuari come un Ercole romano, più belli se possibile di Roberto Bolle, danzano sui cubi alla festa di Vanity Fair, martedì 6 febbraio a Villa Noseda. Emma si porta dietro una borsa a forma di piccione che per poco non le gettavamo le molliche di pane. Ghali cammina mano nella mano con la mamma e con un tizio travestito da ippopotamo o da tricheco (“no, è un alieno e si chiama Ricciolino”). Mahmood pare uscito da una sfilata di Versace, ma ha la stessa capacità espressiva di un manichino dell’Oviesse. Giuliano Sangiorgi è impellicciato (100 per cento acrilico). Aria molto milanese, crediamo noi, che però viviamo a Roma e quindi tutto ciò che è curioso, da veri provinciali, lo definiamo “milanese”. Sprazzi di conversazioni captate, in un’eterna deriva tra l’indiretto e il superficiale. Praticamente due soltanto sono infatti gli aggettivi di cui gli ospiti di questa festa sanremese, ma pure delle altre, dispongono per dire bello e brutto, e intercambiabili per sovrappiù, secondo il tono in cui vengono pronunciati. Sono “favoloso“ e “bestiale“. E se per “favoloso“ non c’è bisogno di spiegazioni, va detto invece che “bestiale“ è tanto la festa un po’ noiosa quanto la stupenda ragazza che alla festa ci è venuta meravigliosamente e semplicemente vestita (la cantante Clara). 
 
“Ti prego lasciaci in pace”.

Sabato alla trattoria “Birichini”, su piazza Bresca, in una saletta appartata stanno pranzando i The Kolors assieme ai loro manager e discografici. Gli autori della hit dell’estate “italo disco” vorrebbero starsene in pace dopo le prove, ma alcuni fan si avvicinano al tavolo, e chiedono autografi e fotografie. Che loro gentilmente, malgrado stiano mangiando, concedono. La saletta viene chiusa. Passa qualche minuto e spunta un giornalista del Tg Rai, con la troupe. Piccoletto, forfora sui capelli. Sorriso stolido. “Allora Stash, facciamo sta scena. E’ divertente. Io arrivo e vi chiamo ‘Italo kolors’. Eh? Che dici? Eh? E’ divertente”. Stash lo guarda come un piatto di minestra fredda. Però gli dice, con la stessa pazienza di Cristo verso Tommaso: “E facciamola”. Parte la scena. “Ecco gli ‘Italo kolors’ ehehehe. Sanremo è nazionale e voi siete ormai nazionali? Ehehe”. Stash sorride pietosamente. Poi inizia a parlare di “messaggio artistico”, si esprime con proprietà di linguaggio, ma al secondo congiuntivo utilizzato dal cantante il giornalista si accascia. Lo interrompe. Sorriso balengo: “No, no, così non va bene. Scherziamo su ‘sta cosa di italo kolors che è divertente. Ehehehe”. E Stash: “Vabbé, senti, facciamo che me lo dici tu allora cosa devo dire”. Rigirano la scena. Poi il giornalista si rivolge a tutto il tavolo del gruppo: “Eh, eh, eh, come va band? Siete contenti?”. E Alex, il batterista e cugino di Stash: “Siamo felici, soprattutto quando mangiamo, peccato che arrivano quelli come te che ci rompono i coglioni”. Tutti ridono. Pure gli altri clienti del ristorante.
 
Le mogli di Amadeus e Fiorello.

Presenti a Sanremo sono state protagoniste almeno quanto i mariti conduttori. Susanna Biondo, sposata con Fiorello, è anche la manager del mattatore e ha fama di essere una tosta, una che sa trattare i contratti, che strappa le migliori condizioni economiche e che lo ha anche più volte salvato da momenti di difficoltà professionale e personale. Viene paragonata infatti a Claudia Mori, la moglie-manager-complice di Adriano Celentano. A Sanremo tutti dicono che la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, ogni sera seduta in prima fila all’Ariston, si ispiri a Biondo. E che abbia per modello la coppia Fiorello. Anche lei infatti sta diventando sempre di più la manager del marito, e il telefono senza fili di Sanremo dice questo: è stata lei all’origine della rottura umana e professionale tra Amadeus e il supermanager Lucio Presta. Chissà.
 
L’epoca del dominio influencer.

Tiktoker e instagrammer spopolano e sono famosi persino più dei cantanti in gara. Girano per strada, firmano autografi, si fanno scattare selfie, e incarnano una parte del divismo all’amatriciana di Sanremo. Alcuni sono diventati così ricchi che quest’anno hanno addirittura sponsorizzato il Festival, cioè hanno pagato – non sappiamo bene quanto – e hanno organizzato eventi collaterali e commerciali di ogni tipo. Venerdì, a pranzo, incontriamo una delle più “grandi”, nel senso di cospicue, influncer d’Italia. Sta pranzano in uno dei ristoranti più cari della città con un sottosegretario e con i vertici della Rai. Segno dei tempi. La moglie di un gran boiardo di stato pare usi tutti i suoi prodotti cosmetici, e la adori particolarmente. Ragione per la quale, l’anno scorso, l’influencer, pur non essendo precisamente Bruno Zevi né Umberto Eco, è stata addirittura introdotta nel giro della biennale di Venezia. Ora è a Sanremo, e spalma ogni cosa. 
 
La coppia più bella del mondo.

Le quotidiane conferenze stampa delle 12 con Amadeus e i vertici della Rai hanno segnalato al pubblico più attento la coppia direttoriale Marcello Ciannamea e Federica Lentini, rispettivamente direttore e vicedirettore dell’Intrattenimento Rai. Il primo, quello che in teoria sarebbe il responsabile del Festival, di fronte a ogni situazione un po’ complessa (tipo le scarpe di John Travolta e l’accusa di pubblicità occulta) pareva avvolto in un lenzuolo bianco: la sua non era una presenza, era una apparizione. E insomma, ogni volta che il direttorissimo scompariva, si sottraeva o tentava di mimetizzarsi assumendo lo stesso colore del pannello video che gli stava alle spalle, ecco che la vicedirettrice, la dottoressa Lentini, malgrado non toccasse a lei, in un sussulto d’orgoglio professionale e aziendale tentava di spiegare e di dare la versione della Rai. L’abbiamo vista cercare Ciannamea persino sotto il tavolone della conferenza stampa. Non c’era. 
 
I regalucci alla sala stampa.

Sciarpe dei Ricchi e Poveri, audiocassette dei Negroamaro, gomitoli rossi, un finto cellulare Nokia che suona la canzone di Mahmood… Manager dei cantanti e discografici distribuiscono, con aria accorta, regalucci di poco conto, piccoli gadget in sala stampa. L’unica forma concessa, ci pare, di seduzione nei confronti dei giurati chiamati a votare le canzoni più belle e più brutte del Festival. Malgrado l’esiguità dei doni, spesso fantasiosi, e che non vengono concessi a tutti ma consegnati con circospezione che sott’intende “lo do a te perché sei importante”, questi cadeau sono lo status symbol del giornalista degli spettacoli.  E sono ambitissimi. Se te lo lasciano sul tavolo comune della sala stampa,  il regaluccio, capace che non lo ritrovi. Altra tecnica di seduzione è quella di offrire a tutti da bere o da mangiare. Geolier organizza una pizzata napoletana. BigMama prepara la frittata di pasta. E insomma dopo una settimana capiamo che a Sanremo è possibile bere e mangiare a sbafo per sei giorni consecutivi.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.