musica in riviera

Fuori dall'Ariston c'è il nulla a Sanremo. Spostare il Festival altrove? Si può

Salvatore Merlo

Resta il successo di audience, il record di ascolti mai raggiunti da quando esistono le rilevazione auditel e i tanti milioni di euro che la kermesse porta in Riviera. Anche se non si capisce cosa ne facciano in città di tutto questo denaro vista l'aria di costa azzurra delabré

Stasera è l’ultima di Sanremo, sarà acclamato un vincitore – Geollier? Angelina Mango? Annalisa? – poi domenica il circo leverà le tende. La Rai smonterà le attrezzature, la carovana di genti e masserizie deportata in Liguria sarà caricata – in parte – sul treno speciale delle 14 sul quale saliranno quasi tutti, compreso il management della Rai. Malgrado le polemiche di Matteo Salvini. Destinazione Viale Mazzini. E sarà finita. Restano le battute di Fiorello, nella penultima conferenza stampa, quella pomeridiana si è rivolto così a Roberto Bolle co-conduttore con Amadeus dell’ultima serata, della finale: “Ehm, non è che per caso hai un paio di sneakers?”.

E resta il successo di audience, il record di ascolti mai raggiunti da quando esistono le rilevazione auditel, come dice la dottoressa Lucca, ovvero la direttrice del marketing Rai che per una settimana ha snocciolato slide e numeri agli oltre mille giornalisti accreditati a Sanremo.

La festa è finita, gli amici se ne vanno, in questo cittadone ligure rimarranno i (pochi) turisti e il tanto denaro che ogni anno qui si riversa come sul parabrezza di un automobile: pranzi, cene, camere di albergo, affitti di appartamenti… L’ufficio studi di Banca Ifis, l’anno scorso, calcolò che il Festival della Rai porta a Sanremo quarantunomila persone in sei giorni. Circa 18 milioni di euro: 8,8 per gli affitti (se paghi meno di duemila euro per una settimana sei fortunato), due milioni di euro per la ristorazione, due milioni di euro per lo shopping, oltre ai cinque milioni di euro netti che paga direttamente la Rai all’amministrazione comunale. In appena sei giorni. A guardare Sanremo, intesa come città, con la sua aria di costa azzurra delabré, con le strade qui e là sconnesse, la puzza di fogna davanti ai ristoranti sul porticciolo, con i ratti che corrono sul lungomare come sulle piste di Formula uno, c’è da chiedersi che ne facciano di tutto questo denaro. Chissà. Sembra davvero pioggia sui finestrini di un’automobile. Ovvero scivola via e non si sa dove finisca.

Anche il teatro Ariston, grossa costruzione Anni cinquanta in odore di abuso edilizio, tornerà alla sua dimensione di teatro di provincia e al suo cartellone di serie B, tra esibizioni di comici sconosciuti o in disarmo. Al Casinò, che è una magnifica villa Belle Époque che deve aver visto tempi migliori, scompariranno tutti quei signori che passavano le giornate ai tavoli con il pass con su scritto enorme “Rai”. Resteranno invece i pensionati di Sanremo che affollano il piano terra, spaventosa immagine di un degrado sociale e psicologico: pensionati che si giocano la pensione. La noia della provincia? La disperazione della terza età? E chi può dirlo. Sanremo è probabilmente l’unica città della Liguria in cui si mangia male, e nella quale, appena arrivi, gli habituè, milanesi e romani, ti avvertono con allarme: “Non mangiare il pesce che ti avvelenano”.

Ciclicamente torna una tentazione in alcuni ambienti residuali della Rai, quella di trasferire il Festival. In un teatro più grande, più adatto a uno spettacolo diventato ormai enorme. In una città più adatta e raggiungibile. Ma poi cosa resterebbe a Sanremo?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.