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Amore informatico

Così Joan Ball, la madre del “dating”, ha convinto i clienti a fidarsi della macchina

Mariarosa Mancuso

Classe 1934, una vita piena di debiti e l'inizio del business a ventotto anni: con il documentario “The Lady of Computer Dating” Valentina Peri racconta la storia dell'inventrice dell’algoritmo per coppie

Quando i computer erano grandi come armadi, quando funzionavano con le schede perforate, quando erano manovrati da scienziati in camice bianco – bisognava evitare il surriscaldamento, e del resto i primi portatili avevano la ventola che entrava in azione – Joan Ball domandò agli ingegneri se potevano aiutarla a gestire un certo numero di questionari. Farlo a mano richiedeva troppo tempo, e i clienti vanno serviti in fretta. Gli ingegneri si fecero una risata (per quanto consentito dall’elasticità della loro mente ingegneristica). E ancora non conoscevano il business della signora: mettere in contatto le persone. A scopo amicizia, diceva la ragione sociale del Friendship Bureau (c’era in origine la parola Eros, tolta per sembrare una ditta seria e poter mettere gli annunci sui giornali).

 

Joan Ball aveva letto di un programma elettronico che in Svizzera gestiva l’adozione dei bambini, capace di valutare centinaia di domande, ed era partita in missione. Di suo, aveva messo a punto un minuzioso questionario per accoppiare le anime gemelle. Ora serviva la macchina per leggerli e smistarli. Bisognava anche convincere i clienti che gli accoppiamenti fatti a macchina erano più giudiziosi di quelli fatti a mano. Perlomeno, tenevano conto di ogni variabile: età, peso, altezza, carnagione, studi, lavoro e hobby, dal nuoto alle scienze sociali al volontariato, passando per “giochi e scommesse” – ogni voce doveva avere da uno a cinque punti di gradimento. Alla fine, c’erano le “opinion”: “penso che il posto delle donne sia a casa”, “credo che i criminali debbano essere rieducati e non messi in galera”. Da nessuna parte c’era scritto che gli incontri erano “scopo matrimonio”, fa notare Joan Ball: “Io e il mio socio eravamo gli unici a organizzare incontri tra persone adulte”. Funzionava: i clienti ricevevano varie proposte. Per lettera, o forse fermo posta, o da ritirare all’agenzia, codificate con un numero: era il 1964, la privacy si proteggeva così. L’anno dopo due studenti dell’Università di Harvard inventarono Operation Match, altro modo per trovare l’anima gemella – si dice sempre così, anche se dura solo un pomeriggio – con l’aiuto del computer. A loro le storie ufficiali della materia attribuiscono la primogenitura, e la discendenza fino a Tinder. Che bello gli anglosassoni che possono dire “dating” e basta. Per esempio nella mostra “The Museum of Dating” (a Londra fino al 23 aprile).

 

Nel documentario “The Lady of Computer Dating”, la artist-writer-curator Valentina Peri, specializzata nella storia dei media e delle tecnologie nell’antropocene – adesso, quando senza smartphone ci perdiamo davanti al cinema – intervista Joan Ball. Aveva cominciato il suo business a 28 anni, prima si occupava di moda: voleva aiutare le persone a uscire dalla solitudine. Adesso di anni ne ha quasi 90 – è nata nel 1934 – e sembra felice che qualcuno si sia ricordato di lei per intervistarla. Da piccola ebbe una vita difficile. Quando sembrava andare tutto bene con il Cupido informatico in realtà era piena di debiti. Però aveva l’algoritmo – questo era il segreto, neanche tanto segreto: uno che esamina le possibilità e fa di conto molto più velocemente di te – e un archivio di 50 mila contatti. Li regalò al principale concorrente, volle soltanto che in cambio le pagasse tutti i debiti. Era il 1973. In preda alla disperazione, e per passare il tempo, si mise a scrivere l’autobiografia. Pur essendo dislessica, sui foglietti che trovava in giro (avanguardia pura, anche in questo caso). Joan Ball è fotografata in copertina, con una sedia da cabaret. O da domatore, sembra abbia in mano una frusta. Titolo: “Just Me”.

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