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Alleluia, è risorta la tv

Michele Masneri e Andrea Minuz

Politico, polemico, e pure erotico: trionfa il vecchio palinsesto. Dalla maratona quirinalizia al Festival di Sanremo di Amadeus, fino ad arrivare al Papa da Fazio. La vecchia televisione generalista affonda Netflix. E pure PornHub

Mentre Netflix crolla in Borsa, e calano pure le nascite e il desiderio sessuale, e s’agita lo spettro di un’Europa senza gas ma soprattutto senza Instagram e Facebook, qui celebriamo il gran ritorno della tv generalista con le sue antiche abitudini. Veniamo infatti da quindici giorni incollati alla televisione più boomer che ci sia, in un’escalation di audience e share: prima le maratone per la seconda stagione di Mattarella (anticipate dal messaggio di fine anno più visto di sempre), quindi una settimana di Sanremo, poi il Papa da Fazio. La morte, sempre annunciata, sempre rimandata, di quel vecchio modo di intendere la televisione (tutti insieme, davanti a uno schermo e a un palinsesto fisso) non arriverà mai. E’ la catarsi della diretta. Un bisogno e un desiderio di partecipazione collettiva profondi. Si sta sui social per vedere la tv, si vede la tv per stare sui social. Anche Ravasi twittava mentre Papa Francesco pontificava in prima serata su RaiTre.

 

Andrea Minuz: Mai come quest’anno, poi, è davvero molto complicato lasciarsi alle spalle Sanremo. Mai così tante trame, sottotrame, strascichi, prima, durante, dopo, come facendo tutti finta che non sia mai finito. Tutto un “Sanremo segreto” celebrato ancora nei rotocalchi: Sanremo che si allarga, si gonfia, straborda nei discorsi e nello spazio pubblico coi suoi detriti: il fuorionda della Ferilli, il “giallo della donna che ha fatto piangere Damiano dei Måneskin”, Zalone che spacca i social, Achille Lauro, L’Osservatore Romano, Blanco e la “new italian masculinity”, fino al body-shaming sulla “gamba importante” di Emma Marrone, imperdibile polemica scoppiata su Instagram, ormai sei giorni dopo la fine del Festival. Di Sanremo non si butta via niente. “E’ un nuovo modello di tv e Amadeus è la nostra Maria De Filippi”, come dice Stefano Coletta.
Michele Masneri: Ma ci saranno delle ragioni profonde alla base del 64 per cento di share di Sanremo? La voglia di chiudere questi due anni orrendi, poi certo il Fantasanremo: al suo inventore dovrebbero erigere un monumento a viale Mazzini (forse in groppa al cavallo della Rai). E’ infatti una delle ibridazioni più interessanti degli ultimi tempi, è l’interazione “buona”, sono i social virtuosi, dopo le accuse di brogli dell’anno scorso coi pacchetti di voti dei franchi tiratori dei Ferragnez, quando Fedez arrivò secondo, come si vede anche nella serie tv Amazon (e chissà se la mitica nonna avrà azzeccato i pronostici anche quest’anno). 

 

AM: Colpiva poi, guardando il Festival, l’enorme quantitativo di serie tv pubblicizzate negli spot, e solo a un occhio attento si notava che alcune erano Rai, dunque produzioni di casa, e altre Netflix, in un mischione sempre meno distinto che la dice lunga sulla tv di oggi (sarà forse anche l’effetto-Andreatta sulle serie Netflix ormai vialemazzinizzate?).

MM: O viceversa il “Santa Cruz touch”, dalla località dove abita il leggendario fondatore di Netflix, Reed Hastings, impatterà sul “Saxa Rubra mood”? E come distinguere il nuovo “medical”, con Giorgio Pasotti e Anna Valle, protagonisti di “Lea-Un nuovo giorno” (storia di un’infermiera di ritorno nel suo reparto di pediatria in stretto contatto con Marco-Giorgio Pasotti, il suo ex marito nonché primario) dall’“Alessandro Cattelan  - Una semplice domanda”, il docu-show dove il giovane Cattelan cerca sé stesso, se nel frattempo Cattelan sale sul palco dell’Ariston, insieme alla Pausini e a Mika, e annuncia che condurrà il prossimo Eurofestival (su Netflix? Sulla Rai? Sul Televideo? Da Torino o Tel Aviv? Boh. Mentre Anna Valle è lì pure lei, sul palco!). E insomma l’utente boomer che è in noi celebra questa unità monoscopica, ridateci solo tre reti, anche solo due, come nei gloriosi anni Settanta, ah, che meraviglia, che vita semplice

 

AM: Avrai notato, poi, che da un po’ di tempo ci si appassiona anche ai testi sanremesi. Non quelli delle canzoni, ma degli autori. Il pubblico vuole sapere chi scrive i monologhi di Sanremo, sempre presi molto sul serio, come testi fondamentali della nostra contemporaneità. Ci sono le classifiche con “i migliori monologhi della storia di Sanremo” (da Beppe Grillo che tornava all’Ariston, ricco e spietato come il conte di Montecristo, a Favino sui migranti). L’attenzione per la firma e la drammaturgia del monologo, trattato come testo da scomporre, analizzare e ricondurre a una poetica precisa, è cominciata forse con Rule Jebreal e il monologo scritto a quattro mani con Selvaggia Lucarelli. C’è sempre lei, poi, dietro quello più disinvolto e scherzoso di Sabrina Ferilli, il “non-monologo” sulla “leggerezza”.
MM: Lucarelli/Ferilli. E’ il canone alto-laziale, Lucarelli da Civitavecchia e Ferilli da Fiano Romano.
AM: Civitavecchia fondamentale anche per Scalfari e Stendhal.
MM: Certo, la cittadina di mare diede i natali al primo, mentre il povero Stendhal vi era lì come console di Francia presso lo Stato pontificio. Considerato un pericoloso sovversivo, una provocazione in quanto ateo, sorvegliatissimo dalle truppe del Papa, lo considerò il periodo più brutto della sua vita. 
AM: Oggi il Papa lo andrebbe subito a trovare, come con Edith Bruck, moltiplicando le vendite e le tirature dello scrittore.
MM: Sai quanto rosica Scalfari!

 

AM: Ma tornando alla Ferilli e alla Lucarelli, è piaciuta molto l’associazione  Sanremo-musica leggera-leggerezza calviniana, tanto più che il testo di Calvino, con dentro tutto quel Lucrezio, quell’Ovidio, non l’ha letto nessuno (Calvino poi era tutto fuorché “leggero”). E questa frase sanremese declamata dalla Ferilli (“come dice Calvino, in tempi così pesanti bisogna saper planare sulle cose con un cuore senza macigni, perché la leggerezza non è superficialità”) non è di Calvino ma, a quanto pare, è stata messa in giro da un’insegnante e blogger di Cuneo, quindi diventata di Calvino per acclamazione sui social. Qualche anno fa, su Twitter, la figlia dello scrittore provò a rimettere a posto le cose: “So che verificare le fonti è faticoso e che non importa a nessuno, ma questa frase non è di Italo Calvino. Mi dà fastidio perché nemmeno gli somiglia”. E’ in effetti abbastanza bruttina. Ma è anche il passaggio più citato delle “Lezioni Americane”, celebrato ora anche a Sanremo, in prima serata, quindi canone ormai inestirpabile: non c’è leggerezza senza Calvino “che plana sulle cose”.


MM: Peraltro si è persa l’occasione per ribadire in prime time che Calvino nacque proprio a Sanremo, o meglio ci crebbe, dall’età di anni due. E ne parla spesso, della sua città: “Sanremo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive, soprattutto vista dall’alto, ed è soprattutto presente in molte delle città invisibili”, scrive. Il padre, Mario, era agronomo. “Sono nato a Civitavecchia il 16 aprile del 1924 alle ore 10 e 30, all’ultimo piano di un palazzo costruito ai primi dell’Ottocento nella piazza centrale della città”, è invece Scalfari, “Racconto autobiografico”, Einaudi. 
AM: Vedrai che alla maturità, già contestatissima, uscirà il tema sulla “leggerezza”. Tutti citeranno la Ferilli e le “Lezioni Sanremesi”, pubblicate in edizioni di pregio, come i Meridiani Mondadori.  
MM: E nessuno la Lucarelli. Ma “musica leggerissima” poi era di Calvino o Scalfari? Insomma, questa cosa delle citazioni creative è tanto tanto libberatoria (a sua volta cit.), in linea con questo festival libero e ormonale, un po’ sessantottino, un po’ Summer of Love, tra scosciamenti soprattutto maschili e petti nudi come al Muccassassina, e rivendicazioni di erotismo anche nella terza età. Se Achille Lauro si tastava timidamente, se Blanco giocava sulle trasparenze, Orietta Berti e Iva Zanicchi puntavano più sul teatro di parola: la prima, segregata sulla Costa Toscana all’ancora nella baia, proponeva “Mezzaluna”, inno all’autoerotismo: “Non mi manchi di notte / io ballo quando è notte /  quando tutto si spegne e la musica mi consola / ed io mi sento forte / senza di te più forte  / quando tutto finisce io mi amo anche da sola / sola, sola, sola”. La Zanicchi invece non ci sta e vuole un uomo (“voglio amarti nei pensieri, nelle mani / Voglio amarti con l’anima e di più / Voglio amarti nelle braccia, nel calore / Della pelle, del tuo viso su di me / Voglio amarti e non solo per amore / Voglio amarti perché ho fame anch’io di te”). 
AM:  Insomma non trema solo Netflix, anche le piattaforme erotiche.
MM: Secondo le statistiche di PornHub, “L’incredibile dato dei 13 milioni di spettatori, con uno share del 64,9 per cento, si è riflettuto anche sulla nostra piattaforma, con una perdita di traffico del 26 per cento rispetto ai valori medi. A oggi, risulta il calo maggiore mai registrato in Italia durante un evento”. Guardando più da vicino l’andamento del traffico durante la serata: tra le 20 e le 22 il traffico sul sito registra oscillazioni che variano tra il -14 e -16 per cento, durante le esibizioni di: Matteo Romano, Giusy Ferreri, Rkomi, Iva Zanicchi, Aka 7even, Massimo Ranieri, Noemi e Fabrizio Moro; tra le 22 e mezzanotte, il traffico scende ulteriormente del 20 per cento, mentre si esibiscono: Dargen D’Amico, Elisa, Irama, Michele Bravi, La Rappresentante di Lista, Emma, Mahmood e Blanco, Highsnob e Hu, Sangiovanni, Gianni Morandi e Ditonellapiaga e Rettore; oltre la mezzanotte il traffico continua a calare durante le esibizioni di: Yuman, Achille Lauro, Ana Mena, Tananai, Giovanni Truppi, Le Vibrazioni, per toccare il picco in negativo del 26 per cento quando Amadeus dopo aver dato lo stop al televoto annuncia la classifica e i primi 3. Negli anni precedenti, l’erosione è stata solo del 6 per cento nel 2018 e dell’8 per cento, entrambe edizioni condotte da Baglioni. 
AM:  Sanremo come nuova categoria di YouPorn.
MM: Siamo tutti, è chiaro, sanremosessuali. La rivoluzione è compiuta.   
 

AM: Ci voleva un Ddl Amadeus, altro che Zan.
MM: Ripartire, comunque, dall’Auditel! Il 64 di Amadeus non è pazzesco in sé, ma è che dà sicurezza, come i 55 applausi a Mattarella. Rivogliamo questa trasparenza che paradossalmente la siliconvallica Netflix non dà, è tutto fumoso, e lo sanno tutti che i registi e gli sceneggiatori non ci dormono la notte, perché “quanto fanno”, di ascolto, i loro prodotti che girano sulla piattaforma, non glielo dicono nemmeno a loro. Altro che Manuela Orlandi, o l’Italicus il vero segreto italiano è quanto fanno i film e le serie su Netflix.
AM: Anche perché adottano l’astuto sistema amazoniano che inventano classifiche cucite addosso, per cui se il tuo protagonista fa l’apicoltore in tirolo, la tua serie sarà prima nella categoria “Apicultura tirolese”, nessuna serie è mai meno che seconda. 
MM: Io sono sinceramente ammirato perché ad Amadeus è riuscito quello che non è riuscito al Parlamento: mettere insieme tutto, tenere insieme tutte le forze, il vecchio e il nuovo, il presentabile e l’impresentabile, e trovarne una sintesi. Uno dei miei momenti preferiti è stato quando si sono collegati con il padiglione dell’Expo di Dubai: con un sacco di persone, funzionari, dirigenti, schierati, chissà quanto sarà costato il satellite. Amadeus ha detto: “volevamo salutare anche l’orgoglio del padiglione italiano”, e ci si aspettava che qualcuno prendesse la parola, invece zac, basta, torniamo in studio. Lì dove non è riuscita la mediazione è sulle commemorazioni: un po’ perché – non lo si dice per cinismo – è morta un sacco di gente, prima e durante il festival, dunque ecco la commemorazione per il fotografo Rino Petrosino, per Monica Vitti e per Tito Stagno, quella della Carrà e quella di Lucio Dalla, ma tutti non si poteva, veniva fuori una spoon river della canzone, ma altri si aspettavano altri necrologi: dunque protesta la figlia di Raul Casadei, “Ho seguito tutte le serate di Sanremo, come faccio ogni anno”, ha protestato Mirna Casadei, figlia del leggendario Raul ,“ma quest’anno aspettavo di sentire il suo nome, non dico una cover, non chiedo tanto, sarebbe bastato anche solo un applauso, un omaggio, una parola. Ad ogni puntata ero sempre più delusa, incredula e triste”. “Hanno pestato una cacca”. 
 

AM: Ah, che nostalgia. 
MM: Della cacca?
AM: Ma no, della tv generalista.
MM: E qui capita a fagiolo l’ultima delle crudeltà di Mark Zuckerberg, un sadico che gioca coi nostri sentimenti da sempre: però così in basso non era sceso mai, neanche quando fomentava i vichinghi alla Casa Bianca. Ma ti sembra il caso, proprio mentre siamo orfani di Sanremo, di annunciare che libererai dai social l’Europa? Il patron di Facebook ha infatti sostenuto, come minaccia, che se non gli avessero lasciato processare i dati di noi poveri utenti sui server americani, ci avrebbe spento Instagram e Facebook. Immediatamente in molti hanno cominciato a brindare, pensando a un mondo di prima, in cui i fenomeni da bar tornano al bar, i no vax vengono presi a scapaccioni dalle mamme, gli influencer devono trovarsi un lavoro vero, i giornali ricominciano a essere letti. Macché, è durato solo ventiquattr’ore questo sogno  (Zuckerberg, non ci illudere più, per favore, non farci più di questi scherzi). 

 

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