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tra etica e ipocrisia
Sì, l'infinite scroll è un problema, ma non è il mercato a dover pagare
In California una giuria ha condannato Meta e Google a risarcire una donna che aveva sviluppato una dipendenza dai social. L'accusa alle società è di non essersi preoccupate delle conseguenze psicologiche dei loro algoritmi. Ma una dipendenza patologica può svilupparsi per tutti i tipi di prodotti
In California, la patria delle start up tecnologiche, una giuria popolare ha condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva denunciato le due società per aver sviluppato una dipendenza dai social network a partire da quando era piccola. A causa di questa assuefazione ai video di YouTube e agli scroll di Instagram la donna ha sviluppato ansia, depressione e altri disturbi. Secondo l’accusa, le due società sono responsabili per aver architettato gli algoritmi dei social network specificamente al fine di creare dipendenza, senza preoccuparsi delle conseguenze psicologiche e sanitarie degli utenti. Le due società, dal canto loro, si sono difese dicendo che non c’era alcuna prova determinante e scientifica della dipendenza prodotta dai social network, ma evidentemente non hanno convinto la giuria popolare.
Al di là delle ragioni specifiche di questo giudizio, che comunque diventerà un precedente per altre migliaia di casi analoghi, c’è un problema di fondo in sentenze del genere. In generale le imprese in un sistema libero e capitalistico puntano ad avere clienti numerosi e affezionati che, in una certa misura, siano sempre “dipendenti” dai prodotti che offrono. Nel senso che i consumatori li ritengano necessari. Quanto questa dipendenza sia dannosa per la salute dipende in parte dalle caratteristiche del prodotto e in parte da quelle del consumatore. Ma la dipendenza patologica può svilupparsi per tutti i tipi di prodotti e industrie. Vale per gli zuccheri, per i carboidrati, per l’alcol, per i videogame, per il porno, per il cioccolato, per i grassi, per lo shopping, per le bibite gasate, per i libri.
In tutti i casi le persone possono sviluppare delle dipendenze, più o meno intense, capaci di produrre conseguenze negative sia economiche sia sanitarie. In molti casi, per le caratteristiche specifiche dei prodotti, queste conseguenze sono più pesanti o più frequenti. E per questo le autorità pubbliche, seguendo convinzioni etiche o evidenze scientifiche o entrambe, stabiliscono dei limiti a determinati consumi, che vanno dalla proibizione totale (si pensi alle droghe) ai divieti parziali (si pensi alle sigarette per i minori) ai suggerimenti (si pensi ai messaggi educativi per il consumo moderato di grassi o zuccheri).
E’ pertanto corretto discutere sulla dipendenza da social network e su quanto sia opportuno introdurre dei limiti all’utilizzo per i minorenni. Ed è corretto chiedersi se a intervenire debbano essere le famiglie con l’educazione o lo stato con delle leggi. Ma se i genitori non hanno tolto lo smartphone dalle mani della figlia e lo stato non ha imposto dei limiti o dei divieti per l’accesso dei minorenni ai social network, è giusto che a pagare per i danni siano le imprese? Non è un modo semplice e ipocrita per scaricare le proprie responsabilità, individuali e collettive?