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un modello educativo
L'algoritmo del capro espiatorio: prendersela coi social non salverà i nostri figli
Dal tribunale di Los Angeles la giuria ha stabilito che i giganti del tech non sono semplici bacheche, ma architetti di una dipendenza programmata. Il sospetto è che si stia processando la tecnologia per non dover fare i conti con un esame critico di noi stessi. Punire il software non restituirà ai ragazzi la capacità di resistere a un like
Dall’aula di tribunale di Los Angeles arriva una sentenza che ha il sapore di un esorcismo collettivo: YouTube e Instagram condannate a risarcire Kaley G. M. per averne “ingegnerizzato” la depressione. La giuria ha stabilito che i giganti del tech non sono semplici bacheche, ma architetti di una dipendenza programmata. Eppure, grattando sotto la vernice della giustizia riparatrice, emerge il sospetto che si stia processando la tecnologia per non dover fare un esame critico di noi stessi. Dal punto di vista tecnico, l’accusa poggia su concetti che testate come Wired hanno analizzato per anni: il “rinforzo intermittente” (lo stesso principio delle slot machine), l’infinite scroll che elimina i segnali di stop cognitivo e quegli algoritmi che vengono definiti come una “black box” inaccessibile. Si parla di dopamina a basso costo e di cortocircuiti nel lobo frontale dei minori. Ma qui sta il punto: per quanto sofisticato sia l’amo, la prova empirica che esso sia la causa unica del malessere psichico resta labile, un’ipotesi statistica che fatica a diventare certezza scientifica in un’aula di tribunale. C’è un’aneddotica quasi letteraria in questa tecnofobia di ritorno.
Ai primi dell’Ottocento si temeva che la lettura solitaria della letteratura Sturm und Drang inducesse le giovani generazioni al “vizio” e alla malinconia, se non all’autolesionismo; oggi il demone ha la forma di un video in autoplay. Come ha osservato con scetticismo una parte della stampa specializzata internazionale, il rischio è di creare una “responsabilità da design” così ampia da rendere illegale qualsiasi prodotto che funzioni troppo bene. Se un’interfaccia è intuitiva e coinvolgente, è un successo di ingegneria o un crimine contro la salute mentale? Il paradosso è che, mentre ci concentriamo sui millisecondi di latenza di una notifica, ignoriamo l’elefante nella stanza: il modello educativo. Incolpare una piattaforma digitale per la solitudine dei nostri figli è la scorciatoia perfetta per una società che ha smesso di porre limiti e di offrire alternative al di fuori dello schermo. Se la libertà di scelta viene declassata a semplice risposta pavloviana a uno stimolo digitale, abbiamo già perso. Punire il software non restituirà ai ragazzi la capacità di annoiarsi o di resistere a un like: quel compito spetta ancora agli esseri umani, non ai giudici della California.