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big tech come big tobacco
La dipendenza dai social, la responsabilità e le regole. Anatomia di una sentenza
iUna giuria californiania ha ritenuto colpevoli Meta e Youtube per aver causato danni alla salute mentale di una ragazza. Secondo i giurati, i giganti del tech sapevano della pericolosità delle loro piattaforme, ma non hanno fatto nulla e hanno evitato di dirlo
Come si dimostra che la cocaina crea dipendenza? Facile, si analizzano gli effetti sul sistema nervoso centrale. Come si dimostra per i social network? Un po’ più complesso, ma si può fare, almeno in tribunale. L’ha decretato una giuria californiana che ha ritenuto colpevoli Meta (Facebook e Instagram e WhatsApp) e YouTube di aver causato danni alla salute mentale di una ragazza, Kaley, ora ventenne, nella forma di pensieri suicidi, ansia e dismorfismo. Secondo i giurati i giganti del tech sapevano che le loro piattaforme sono pericolose, e hanno evitato di dirlo. La giuria ha riconosciuto la dipendenza di Kaley che ha iniziato a usare YouTube a 6 anni e Facebook a 9. Poche ore di sonno, insicurezza sulla propria estetica, voti sempre più bassi. A 10 anni, ha raccontato Kaley, ha iniziato a tagliarsi “come reazione alla mia depressione”, ma allo stesso tempo, quando provava a smettere di scrollare, dice, “non potevo, era troppo difficile stare senza”. Anche i commenti offensivi contro di lei sui social erano comunque più facili da digerire che l’astinenza. La giuria ha riconosciuto nella struttura, nel modo in cui sono costruite le piattaforme, un intento esplicito a “catturare” l’attenzione, soprattutto dei giovani, a tenerli lì incollati per più ore possibili al giorno. Per quanto potessero essere presenti cause esterne e disturbi mentali e comportamentali precedenti all’uso dei social, la giuria ha decretato che questi comportamenti sono stati esacerbati dallo scrolling. I giurati non hanno potuto vedere i post del feed di Kaley, per via di una legge del 1996 che protegge le aziende dalla responsabilità legale rispetto ai contenuti postati sui loro siti, e si sono limitati ad analizzare i meccanismi di dipendenza insiti nell’algoritmo e nel design dei social. Nello specifico: l’autoplay, le notifiche push e l’infinite scroll, cioè quelli strumenti che rendono gli utenti passivi e appiccati allo schermo e, allo stesso tempo, alimentano i cicli di “desiderio-azione-ricompensa” che portano all’assuefazione. In quest’aula di tribunale di Los Angeles è stato riconosciuto che le piattaforme sono state ideate come dei casinò digitali, che creano un comportamento compulsivo e massimizzano i profitti per le aziende, nascondendo però questa intenzione. Meta e YouTube dovranno pagare 3 milioni di dollari in danni. E per quanto abbiano negato la loro responsabilità – “la salute mentale dei teenager è troppo complessa per esser legata a una sola app”, dice Meta; “non siamo un social, ma una tv”, dice YouTube – e promesso di fare ricorso, il verdetto dopo le sette settimane di processo crea un precedente che spaventa la Silicon Valley. Anche perché di casi come quello di Kaley ce ne sono, già presentati davanti alle autorità, almeno millecinquecento.
Il precedente che spaventa Mark Zuckerberg e compagnia è quello di Big Tobacco. A un certo punto negli anni ’90 i consumatori hanno iniziato a fare causa ai produttori di sigarette, dimostrando piano piano che non solo facevano male al corpo, ma che creavano una forte dipendenza (fisica e mentale). E da lì in poi è stato difficile, per le aziende, difendere il loro prodotto. Gli effetti sono stati continui: restrizione delle pubblicità, sempre più rigide leggi anti-fumo, campagne di sensibilizzazione, aumento dei prezzi e “immagini choc” sui pacchetti (le foto di menomati e moribondi). Ma se la dipendenza è insito nel modello dei sociali, se gli effetti deleteri sono materia di studio e dibattito – basta leggere “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt – è più difficile dimostrare la relazione con la salute mentale degli utenti. C’è anche una questione di responsabilità – personale o, per i minorenni, familiare – e di regole che al momento non esistono. E’ necessario creare delle restrizioni per accedere alle piattaforme, così come esistono quelle per comprare un pacchetto di sigarette? Se le devono autoimporre le compagnie del Big Tech o deve farlo lo stato? Il dibattito è aperto, intanto iniziano i risarcimenti.
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