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cose dai nostri schermi
E se Apple avesse ragione?
Si fa presto a dire che Cupertino ha sbagliato strategia sull'intelligenza artificiale. E se l'enorme cautela di Tim Cook fosse parte di un piano lungimirante? Mentre la concorrenza investe centinaia di miliardi di dollari, l'azienda sogna un futuro "locale", e sa di poter giocare una carta unica: iPhone
Questa settimana OpenAI ha annunciato che si darà una calmata. O meglio, per parafrasare un comunicato interno di Fidji Simo, responsabile delle applicazioni per l’azienda, OpenAI si concentrerà di più sulle cose importanti, poche e fondamentali, limitando il numero di “side quest”, il genere di esperimenti laterali che al capo dell’azienda Sam Altman piacciono tanto.
A lungo, infatti, l’azienda ha annunciato novità come l’App Store, il browser ChatGPT Atlas e servizi come Operator (in grado di fungere da “agente”, compiendo azioni al posto dell’utente), suscitando reazioni entusiaste. Negli ultimi mesi, però, la posizione dell’azienda è cambiata: dopo aver sconvolto persino Google, alla fine del 2022, con il successo di ChatGPT, per la prima volta OpenAI si è ritrovata a inseguire. Sia la stessa Google, con Gemini, che soprattutto Anthropic con Claude, hanno dettato il passo al settore, spingendo OpenAI a rivedere le proprie priorità.
In tutto questo, c’è però un’azienda che è rimasta ferma in maniera sospetta: mentre tutti correvano a inseguire ChatGPT e poi a investire in data center, Apple non ha fatto molto. Nel 2024 ha presentato Apple Intelligence, una suite di prodotti di intelligenza artificiale, che non si è rivelata all’altezza delle aspettative, e a lungo ha promesso di rilanciare Siri, il suo assistente vocale, potenziandolo con i modelli linguistici. In generale, però, Apple è sembrata confusa e lenta, tanto da stringere recentemente un accordo con Google per utilizzare Gemini nei suoi servizi. Un fallimento, si direbbe, ma forse non così grande come sembra.
Nel corso di quest’anno, infatti, i cosiddetti hyperscaler, le aziende più grandi del settore, Amazon, Alphabet, Meta e Microsoft, spenderanno in tutto circa 660 miliardi di dollari in data center e altre spese legate alle AI. Una cifra che va messa in prospettiva con il Pnrr approvato dall’Unione europea per l’Italia, pari “solo” a 194 miliardi di dollari nell’arco di diversi anni.
Questo livello di investimenti senza precedenti crea anche rischi senza precedenti, dai quali Apple, volutamente o meno, si è tenuta alla larga. Da una parte è evidente che l’azienda non fosse pronta a un momento ChatGPT, dall’altra gioca in un campionato completamente diverso: con 2,5 miliardi di dispositivi di ogni tipo in circolazione, Apple può contare su un’utenza fedele e soddisfatta, ed è disposta ad aspettare ancora per arrivare alle AI a suo modo.
Da tempo, infatti, l’azienda ha fatto della privacy uno dei suoi punti di forza e il funzionamento dei chatbot prevede che i dati degli utenti vengano processati altrove, nel cloud. Un’alternativa ci sarebbe, e anzi c’è: si chiamano modelli linguistici locali, sono più piccoli e possono funzionare completamente all’interno di un dispositivo, come un computer. Servono chip potenti, che però Apple produce, come dimostrano i nuovi M5 che ha presentato da poco e che rendono i Mac in grado di gestire enormi carichi computazionali.
Eccolo, quindi, il sogno di Apple: immaginate un iPhone con un chip abbastanza potente da gestire un piccolo LLM locale in grado di soddisfare la maggior parte delle richieste dell’utente, dirottando al cloud quelle più complesse. Nell’attesa che lo scenario si realizzi, si limita a pagare Google un miliardo di dollari all’anno per usare Gemini, lasciando che sia quest’ultima a investire in ricerca e data center.
Come ha scritto il Wall Street Journal in un editoriale che notava la posizione di inaspettato (e relativo) vantaggio, “Apple non sta spendendo meno in IA per ignoranza. Sta spendendo meno per convinzione che i modelli di IA si mercificheranno e si ridurranno, che le linee di prodotto esistenti assorbiranno i carichi di lavoro per cui il cloud è stato costruito e che il franchising duraturo appartiene a chi possiede il cliente”.
E il punto è proprio questo: “nessuna azienda sulla terra possiede più clienti di Apple”, che può contare sui Mac e soprattutto l’ecosistema iPhone come base solida – e unica – per un futuro servizio AI locale. Vale la pena aspettare, quindi, mentre aziende come OpenAI hanno puntato tutto sul chatbot, e ora devono investire altri miliardi per sviluppare un proprio hardware (come sta facendo l’azienda con Jony Ive, storico ex designer di Apple). OpenAI quindi deve reinventare la ruota e trovare il dispositivo universale del futuro – Apple, invece, ce l’ha già: si chiama iPhone.