da Barcellona
Al MWC 2026 la differenza tra innovazione e messinscena che si è fatta sempre più impercettibile
A Barcellona si svolge il Mobile World Congress. Quest’anno il tema scelto è quello della “IQ Era”, con un’attenzione particolare all’Ai applicata al mobile, alle reti avanzate e ai nuovi servizi digitali. Un’edizione celebrativa che guarda al futuro, ma è il presente il vero protagonista con i suoi silenzi su ciò che accade nel mondo
C’è una calma inedita nel cuore del Mobile World Congress. E non è una buona notizia. È un silenzio diffuso, come se la tecnologia avesse improvvisamente perso la voglia di gridare. Ancora nessuna cifra ufficiale sull’affluenza. Le aspettative parlano di oltre centomila presenze attese nei quattro giorni della kermesse, ma un dato lo si percepisce già nei primi due giorni tra i padiglioni: file meno serrate, corridoi vivibili, perfino la sala stampa è un luogo civile dove ci si può fermare senza occupare gli spazi dei colleghi. Non è la prima volta che la settimana della fiera di Barcellona si scontra con gli eventi: nel 2020 l’evento fu cancellato quando la città era già pronta per l’MWC, l’invasione russa del 2022 apparve improvvisa anche qui, e anche questa edizione del 2026 arriva nel pieno di un’altra stagione fragile: l’attacco all’Iran e la sensazione che in molti siano rimasti a casa. Non ci sono solo i voli cancellati che hanno sicuramente bloccato parte degli invitati, ma c’è anche il dubbio se non siamo davvero davanti alla fine di un certo immaginario tecnologico.
Crisi delle fiere o crisi delle illusioni?
Tra gli stand, l’ottimismo resta intatto. Perfino troppo. Il claim è “IQ Era”, ovvero l’intelligenza artificiale va oltre il software ed entra direttamente nel mondo fisico. Tra i vari slogan si legge “AI for Human Benefits, Reimagining Reality, Empowering Futures”. Ma l’effetto è quello di una scenografia che si ripete troppe volte. La tecnologia continua a vendersi come promessa, mentre la realtà fatta di limiti e conseguenze la osserva da fuori come un convitato di pietra. “Ask not what AI can do, but what AI should do”, recita uno dei manifesti più fotografati negli eventi che hanno preceduto l’apertura ufficiale. È una frase che invoca etica, e invece denuncia distanza: quella tra la retorica del possibile e il bisogno, quasi fisico, di pragmatismo.
L’intelligenza artificiale adesso scrive, modifica le foto e crea i video, addirittura pretende di prevedere la nostra giornata. La rincorsa alla “realtà aumentata”, con visori sempre più leggeri e ricordi sempre più falsi, è un diversivo rispetto a un’epoca che avrebbe bisogno esattamente dell’opposto, di “realtà ridotta”. Forse tutto questo perfezionismo digitale serve a rendere più bello in video quel tramonto che non abbiamo più tempo di guardare dal vivo. Effetto cinematografico, lo chiamano. Eppure somiglia molto a una nostalgia per ciò che non siamo diventati.
Nei padiglioni della fiera di Gran Via, si vive anche la differenza tra innovazione e messinscena che si è fatta sempre più impercettibile. Dai robot che ballano sul palco ai software che riscrivono le emozioni, tutto racconta una realtà alternativa e levigata, dove la parola umanità viene evocata come valore aggiunto più che come sostanza. Siamo onesti, non ci sono vere novità da raccontare. È tutto un deja vu tra chi presenta come novità mondiali comunicati stampa lanciati in Cina sei mesi fa e chi ripropone la guida autonoma come fosse già uno standard.
L’ombra della guerra
Ma il mondo esterno, con i suoi missili intelligenti e i sistemi militari “autonomi” (come il caso Anthropic, oggi simbolo dell’ambiguità etica dell’AI), resta sullo sfondo come un’ombra che nessuno vuole vedere. I discorsi ufficiali evitano la contemporaneità, preferendo le narrazioni zuccherate di un’AI dalle buone maniere. Spesso si fanno parlare le macchine con le voci di un bambino per dissimulare quel che viene temuto. L’assenza di novità forse è figlia anche di quell’hardware che soffre delle crisi internazionali e dei prezzi delle materie prime. Tutto parla di guerra senza però mai nominarla, come se fosse la nuova normalità del nostro tempo. Gran parte delle applicazioni costano energia, dai datacenter alle infrastrutture per le reti che devono reggere il nuovo traffico dati. Il punto è questo. Stiamo utilizzando la telefonia come il cordone ombelicale dell’intelligenza artificiale; quel che facciamo lo trasmettiamo in tempo reale alle applicazioni per migliorarle e per farle rispondere anche alla nostra più banale necessità.
Il 2026 non è un anno di entusiasmi, ma forse è per questo che racconta di più. L’epoca tecnologica, dopo aver promesso infinite connessioni, riscopre ora il vuoto tra una promessa e la realtà. Se la società si è messa in discussione con i social, ora la tecnologia rischia di vivere solo per i suoi effetti speciali. E la sera, quando i led del congresso si spengono uno a uno, resta l’impressione che la vera sfida non sia più vedere oltre, ma tornare a guardarsi dentro.