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problemi e soluzioni
Diavolo di social. Fanno male, ma far finta che non esistano non è la cura
Il giornalista Carlo Verdelli ha scritto un libro, "Il diavolo in tasca", dove mette insieme "i danni dell'iPhone spiegati bene". Ma la soluzione non può essere tornare indietro. E poi noi ci concentriamo sui giovani, ma siamo sicuri che invece ai boomer i social facciano bene?
"Gli smartphone sono peggio della cocaina”, ci diceva Brett Easton Ellis in un’intervista a Review. Il governo socialista di Sánchez si è accodato alla lista crescente di nazioni che vieta i social ai minorenni – tanto che Elon Musk, proprietario di X, lo ha chiamato “Dirty Sánchez”, un traditore e un tiranno. Aveva iniziato l’Australia l’anno scorso con un divieto totale per gli under 16. Ora ci stanno lavorando Atene, Parigi, Oslo, Copenaghen, Amsterdam e Londra. Una “coalizione dei volenterosi digitali”, l’ha chiamata il leader spagnolo. Ormai lo sappiamo che i social sono dannosi, come lo sappiamo del prosciutto, della grappa e della pipa, ma anche dello smog di Milano e di Taranto. A Los Angeles aprono le cliniche per disintossicazione da iPhone. La serie Adolescence viene fatta vedere a scuola.
Di recente Libération ha messo insieme testimonianze di genitori che hanno perso i figli per via di istigazioni ai suicidi sui social. I bar e le discoteche chiudono perché la Gen Z preferisce stare a guardare TikTok nella cameretta. Il libro di Jonathan Haidt, “La generazione ansiosa”, è un best seller, è il “Secolo breve” di oggi. E ci dice che i livelli di depressione, ansia, solitudine e nichilismo dei giovani sono alle stelle e la colpa è tutta dei like e dei reel e dei post. Il governo italiano, con il ministro Valditara, ha vietato i device nelle scuole, come ai tempi di Cuore si faceva con le fionde. La lega di Matteo Salvini propone alla Camera una legge simile a quelle dei nemici europeisti – divieto di social ai minori italiani – proprio quel partito che ha creato la sua fanbase con la Bestia. E ci si chiede quindi se vietare Instagram sia una cosa di sinistra o di destra, una cosa liberal – perché la democrazia così si salva, o almeno così dice Sánchez – e si mette un tappo sull’hate speech, oppure se il divieto si può considerare una politica restrittiva e illiberale, una mossa liberticida perché schiaccia i canali della libertà di espressione, una controriforma luddista.
Carlo Verdelli, già direttore di Repubblica, ora al Corriere, ha scritto un libro sul tema, dal titolo azzeccato, "Il diavolo in tasca", in uscita per Einaudi, dove mette insieme storie e dati, tra Byung-Chul Han e Walter Veltroni, manosfera e Brain Rot – un po’ “i danni dell’iPhone spiegati bene”. “E’ stato stimato che per verificare la presenza di chiamate perse, messaggi o like ricevuti o attesi dai social network, in media facciamo scorrere il visore del telefono una volta ogni sei minuti”, scrive Verdelli, ricordando che ormai lo smartphone è il regalo più gettonato per la prima comunione, e che esiste la “nomofobia”, cioè una vera dipendenza fisica da questi device. Ma qual è la soluzione, caro Verdelli? Tornare indietro? Fare appelli per sostituire l’iPhone 13 con un Nokia 3310? Invocare, come ha fatto il senatore Filippo Sensi, un “diritto alla disconnessione”? Fare campagne nazionali per scollegarci tutti e tornare a scoprire le news dai giornali?
Possiamo elencare a lungo i mali di questo “diavolo” ricaricabile, ed è utile farlo, ma come liberarcene davvero? E poi ci concentriamo sui teenager, ma siamo sicuri che invece ai boomer i social facciano bene? A vedere quel pot-pourri antiestetico sulle bacheche tra cospirazionismo, filo-putinismo, selfie in montagna, click-baiting, Lercio.it preso come vero e, soprattutto, le immagini – ora fatte con l’AI – dei “buongiornissimo kaffé”, anche ai sessantenni sembra che i social non facciano benissimo. Certo, non è un caso che l’idea ottimista di “fine della storia” sia morta mentre nascevano Facebook e compagnia, ma i giovani di adesso erano in culla, o non ancora nati.