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il progetto
Il caso Esperia e la comunicazione “grassroots” a destra in Italia
Quello diretto da Gino Zavalani è un progetto basato, in prevalenza, sulla dimensione social. Insieme a Galt Media, Poveri Comunisti o Welcome to Favelas, mobilita i giovanissimi e presenta un messaggio alternativo al flusso informativo progressista
In principio è stato Wired, con un articolo di fine gennaio 2026, e poi Report che dedica un servizio a Esperia Italia, un progetto di comunicazione orientato a destra e basato, in prevalenza, sulla dimensione social. Canale media giovane sia perché giovani sono i suoi comunicatori e gestori, sia perché nasce, nella dimensione attuale, nel 2025. E se Report imbastisce la sua solita narrazione sospettosa e suggestiva, è più interessante rilevare, dal pezzo precedente di Wired, la cooperativa di sigle messe assieme per analizzare la fenomenologia di Esperia Italia: “Wired Italia, IrpiMedia e Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights. Il progetto è stato realizzato anche grazie al sostegno dell’Investigative Journalism & Civil Society Collaboration Grant, un fondo promosso da Edri, Ecnl e Lighthouse Reports”. Intelligenza collettiva che trova appendice in un altro articolo, di complemento, apparso sulle pagine di IrpiMedia, dal titolo assai significativo “Chi c’è dietro gli ‘influencer indipendenti’ della destra sovranista”. In realtà, e con buona pace delle dietrologie, Esperia è nei fatti la traslazione in Italia di quella comunicazione digitale grassroots che negli Stati Uniti ha rappresentato un punto di svolta della narrazione mediatica e comunicativa, tradotta nella vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016 e nel 2024.
La piattaforma, diretta da Gino Zavalani, non iscritto all’ordine dei giornalisti ci tengono a far sapere dalle parti di Wired, non è una testata registrata, e ci mancherebbe che un dispositivo grassroots possa assurgere a testata giornalistica. Report ci fa anche sapere che Zavalani è nato in Albania, dettaglio che ha suscitato ironie larvatamente xenofobe di commentatori vari sulle pagine social di Sigfrido Ranucci e della trasmissione, sotto il post di presentazione della puntata. E poi ovviamente una oceanica carrellata di offese e insulti. In certa misura, un trionfo. Perché la ragione vitale della comunicazione grassroots è esattamente quella di mobilitare l’attenzione, producendo un contro–canto rispetto ai dispositivi narrativi ritenuti dominanti. La viralità e l’amplificazione dei contenuti, che devono essere fisiologicamente lineari e modellati su “catchphrases”, si basano su questo principio di mobilitazione. Secondo l’autorevole Encyclopedia of Political Communication, la comunicazione grassroots fa leva sulla pietra angolare della disintermediazione, elidendo la riconducibilità diretta di un commentatore a una realtà partitica e puntando alla messa in circolazione di un messaggio presentato in maniera irregolare e difforme rispetto la comunicazione istituzionale. Negli Usa, sin dal 2016, una galassia decentralizzata di podcaster, influencer e commentatori Maga si è tenuta unita nel nome del messaggio comune, senza reali vincoli e senza una organizzazione strutturata, generando un ecosistema dell’informazione parallelo rispetto la comunicazione istituzionale. A differenza dell’Italia, naturalmente, in America la dimensione grassroots ha tradizione più risalente, consolidata e precedente l’emersione dei media digitali: in fondo, Richard Viguerie, padre morale della New Right repubblicana negli anni Sessanta e uno degli artefici della nascita di una piattaforma nazional–populista legata prima a Barry Goldwater e poi a Ronald Reagan, è stato campione di questa comunicazione, a mezzo postale e porta a porta. Con il digitale, cambia anche il target di riferimento: i giovani e i giovanissimi.
Si parla loro cesellando un linguaggio ad hoc, e con strumenti ad hoc. E soprattutto si cerca di rovesciare i rapporti di forza, penetrando tra le maglie di social considerati più progressisti, come ad esempio Instagram. E per fare questo, diventa necessario affiancare una sorta di rumore di fondo alle pagine istituzionali dei movimenti politici, senza intrecciarsi direttamente a queste. Negli stessi Stati Uniti, le nuove generazioni di comunicatori Maga sono sempre più giovani e usano in maniera massiva TikTok. D’altronde i leader politici sono ormai essi stessi influencer e mobilitano dibattito pubblico, come riconosciuto nell’analisi “Leader Trend” curata da Arcadia e da Domenico Giordano. Avrebbe scarso senso, nel cuore delle ‘guerre culturali’, esserne la copia pop. Le realtà comunicative disintermediative di destra, da Esperia e Galt Media fino a Poveri Comunisti o Welcome to Favelas, seguono direttrici diverse rispetto alla comunicazione dei partiti: la loro ragion pratica è mobilitare i giovanissimi, coinvolgerli e presentare un messaggio antagonista rispetto il flusso informativo progressista.
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