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l'analisi del PoliMi

Il 2025 è stato l'anno dell'Ai in Italia: il valore cresce, ma restiamo piccoli. Lo studio

Federico Giorgetti

Da 200 milioni del 2018 a 1,8 miliardi euro oggi: l’intelligenza artificiale cresce del 50 per cento rispetto al 2024 e si diffonde nelle grandi imprese. Ma Pmi, investimenti e capacità produttiva restano indietro rispetto ai principali paesi europei

Nel 2018 il mercato dell'intelligenza artificiale in Italia valeva circa 200 milioni di euro: oggi vale quasi due miliardi, con una crescita del 50 per cento rispetto al 2024. È quanto emerge dai dati contenuti nella ricerca dell'Osservatorio artificial intelligence del Politecnico di Milano. "La grande crescita e l'entusiasmo impone di fermarsi a ragionare – afferma Alessandro Piva, direttore dell'Osservatorio – in particolare sulla necessità di passare dalla semplice adozione individuale dell'Ai che ormai è elevata, alla trasformazione strutturale delle organizzazioni, che è ancora limitata. Servono dati ben organizzati e fruibili, competenze tecniche diffuse, cultura aziendale aperta alla sperimentazione". Se infatti nelle grandi imprese il livello di adozione di strumenti di intelligenza artificiale è pari al 71 per cento, c'è molta più riluttanza nelle piccole e medie imprese (pmi), con un livello di adozione rispettivamente al 7 e al 12 per cento. Non solo, per le 1.010 aziende italiane censite dall'Osservatorio che offrono soluzioni e servizi di Ai è sempre più chiaro che il tema vada gestito in modo strutturato, con il 54 per cento di esse che è nella fase di sviluppo di una governance centralizzata.

 

Sul piano della dimensione di utilizzo personale, secondo l'analisi il 47 per cento dei lavoratori utilizza strumenti di Ai in azienda e, tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui li hanno usati. Inoltre, grazie a questa tecnologia ben quattro lavoratori su dieci svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. Gli effetti del cambiamento sono già rilevanti sulla domanda di competenze: nel 2025 è cresciuto del 93 per cento il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono competenze con l'Ai. Si registra inoltre un vero e proprio exploit di applicazioni di Intelligenza artificiale pronte all'uso: l'84 per cento delle grandi aziende ha acquistato licenze di generative AI (+31 per cento in un anno), ovvero quel ramo che impara gli schemi dai dati di addestramento per produrre nuovi output realistici come testi, immagini, audio e codici. Quelle più diffuse sono Microsoft Copilot, ChatGPT Plus e Gemini Advanced.

 

Insomma, l'Italia ha sicuramente cambiato passo sul tema, mostrando un forte dinamismo. Ma anche se questa accelerazione è degna di nota, il divario con gli altri paesi europei resta per il momento incolmabile. Secondo il Fortune Business Insights, nel 2025 il mercato del Regno Unito tocca i 65 miliardi di euro, con una previsione di crescita di circa 17 miliardi per il 2026. Sempre secondo l'azienda globale di ricerche di mercato, l'anno scorso la Francia ha raggiunto il valore di 12 miliardi di euro, con una previsione per la fine di quest'anno fissata a circa 16 miliardi. Oltre allo scarto attuale, ciò che colpisce è la velocità con la quale gli altri mercati aumentano di anno in anno il proprio valore. Poi c'è la Germania, che dovrebbe arrivare a un valore di mercato pari a 12,5 miliardi nel corso di quest'anno. Discorso a parte per i numeri di Stati Uniti (leader mondiali indiscussi) e Cina, che viaggiano su altri binari.

 

I motivi di questa lenta rincorsa sono molteplici. Il gap più violento riguarda il venture capital, cioè la forma di investimento a medio-lungo termine in imprese non quotate ma con un alto potenziale di crescita. Negli ultimi tre anni, secondo l'Osservatorio del Polimi, sono nate 169 startup Ai in Italia, sintomo del fatto che c'è sicuramente una buona capacità generativa di idee, ma non è sorretta dalla "potenza di fuoco finanziaria" necessaria per farle crescere. Per intenderci, aziende come Mistral AI (Francia) o Wayve (UK) possono raccogliere in un solo round di finanziamenti più di quanto l'intero ecosistema italiano riesca a raccogliere in un anno. Inoltre, il valore del mercato italiano è quasi interamente composto dall'acquisto di tecnologia straniera. Le nostre imprese pagano abbonamenti a Microsoft (Copilot), Google o OpenAI. I soldi "escono" dall'economia italiana per alimentare i bilanci della Silicon Valley. Come sottolineato dal PoliMi, l'Italia è un ottimo consumatore, ma un debole produttore. Un problema di dipendenza dagli Stati Uniti che certamente affligge anche gli altri paesi europei, ma che i vari stati membri stanno affrontando con più o meno convinzione. Infine, come già evidenziato in precedenza, il dato sull'utilizzo dell'Ai nelle Pmi è motlo basso rispetto al panorama europeo. Se la media di adozione degli strumenti disponibili in Italia si attesta attualmente al 10-11 per cento, secondo Eurostat nel 2024 Germania e Francia viaggiavano al triplo della velocità, con il 30-35 per cento delle pmi impegnate nell'uso dell'Ai.

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