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l'uso e il significato

Vedi l'AI e pensi a un modello non antropocentrico del linguaggio e del sé

Riccardo Manzotti

Secondo il filosofo Claudio Paolucci non è vero che i modelli di linguaggio si limitano a eseguire un codice. Al contrario, estraggono dai testi su cui si addestrano quelle strutture relazionali che, se fossero estratte dagli esseri umani, definiremmo conoscenza

ChatGPT dice io, ma sarà davvero un io? D’altronde l’io esiste o è stato un’invenzione del linguaggio per ancorare le nostre frasi a un presunto centro di gravità narrativo? Il protagonista invisibile di ciò che diciamo? E’ la domanda che ha caratterizzato il 2025 e che continuerà a porsi quest’anno. Dietro le parole c’è un pensiero o ci sono solo altre parole? Questa domanda non nasce con l’ultima generazione di modelli di linguaggio (di cui ChatGPT è il più popolare), ma è stata al centro delle riflessioni filosofiche e semiotiche di una grande tradizione del Novecento che ha visto in autori come Umberto Eco ed Émile Benveniste le voci più autorevoli. E’ quanto mai significativo che il testo appena pubblicato di Claudio Paolucci, Nati Cyborg (Luca Sossella, 2025), riprenda proprio questo tema che oggi è quanto mai concreto: quando l’intelligenza artificiale parla, fa qualcosa di intrinsecamente diverso da noi?

 

Sorprendentemente, la posizione di Paolucci e altri filosofi del linguaggio è più copernicana di quella di molti informatici e mette in discussione quella banale riduzione dei modelli del linguaggio a semplici predittori statistici. Innanzitutto perché non c’è niente di banale nel saper predire ciò che sta per succedere, e tanto meno nel saper predire ciò che uno dirà. Ma soprattutto perché, come giustamente nota Paolucci, i modelli più promettenti della mente umana sono proprio quelli che, come sostiene il filosofo scozzese Andy Clark (cui si deve la citazione nel titolo), sono basati sulle capacità predittive dei nostri neuroni. Paolucci si diverte a smascherare l’antropocentrismo di quegli informatici e filosofi della mente che difendono una forma di essenzialismo del pensiero umano, senza però saperlo definire in modo preciso, ma soltanto descrivere. D’altronde, come nota l’autore, “nella tradizione della semiotica e della linguistica, la teoria dell’enunciazione sostiene [che] la soggettività nasce e ha il suo fondamento proprio nell’enunciazione”. Semplificando un po’: non è l’io che parla, ma il parlare che crea l’io. Viene prima il pronome e poi il sé. Con una serie di esempi che vanno dall’Ulisse dell’Odissea fino all’intelligenza artificiale AlphaZero, capace di sconfiggere i più grandi campioni orientali di Go, Paolucci scompone il pensiero e il sé nella capacità di prevedere gli altri e di saper rispondere alle loro provocazioni linguistiche. Nello spirito della tradizione della semiotica, mette in discussione il mito del significato e propone un modello non antropocentrico del linguaggio e del sé.

 

Il linguaggio, quindi, non sarebbe l’espressione di un modo di pensare privato e interiore, di cui soltanto gli esseri umani sarebbero capaci, ma coinciderebbe con l’uso pubblico della parola, giocando con il vero e con il falso. Come aveva anticipato Eco negli anni Settanta, non si possono separare pragmatica e semiotica, ovvero l’uso e il significato, divisione che Paolucci definisce “l’errore di Floridi”, ovvero la tesi (spesso sostenuta dal filosofo eponimo) secondo cui le stesse frasi sarebbero, se usate dell’intelligenza artificiale, prive di significato e, se usate da esseri umani, dotate di significato.

 

In modo preciso, l’autore, entrando nel merito dei meccanismi dei modelli del linguaggio, fa notare come non sia vero che i modelli di linguaggio si limitino a eseguire un codice, ma, al contrario, estraggono dai testi su cui si addestrano quelle strutture relazionali che, se fossero estratte dagli esseri umani, definiremmo conoscenza. Per spiegare questo punto, Paolucci usa una metafora arguta: per molti l’intelligenza artificiale sarebbe una specie di re Mida che fa diventare stupido, o a “intelligenza zero”, tutto ciò che tocca. Come dire: se lo faccio io, che sono un uomo, è intelligente; se lo fa l’intelligenza artificiale, allora è stupido. Questo è barare. Ed è andare contro tutta la tradizione che ha cercato di spiegare l’intelligenza cercando di appoggiarsi a un privilegio antropocentrico. Per questo il termine del titolo, Cyborg, suggerisce una comprensione più ampia dell’intelligenza, oltre umano. Questa è la sfida di questo volume e vedremo, nei prossimi anni e forse mesi se può essere raccolta dall’intelligenza artificiale.

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