Foto di Lilian Do Khac via Unsplash
l'esperimento
L'anno che verrAI. Una chiacchierata con l'intelligenza artificiale
L’Italia, la politica, l’economia. le guerre e la pace. Il valore della tecnologia, le opportunità della grande rivoluzione digitale. Il 2026 agli occhi dell’AI, che può aiutare ad avere un mondo migliore. Un esperimento di conoscenza e libertà
Ciao, da questo momento in poi avrei bisogno di impostare con te una conversazione, in questa finestra, in cui io, direttore del Foglio Quotidiano e del Foglio AI, dialogo con te, per cercare di ragionare attorno al nuovo anno: il 2026. Questa chiacchierata deve essere ironica, brillante, ci prenderemo un po’ in giro ma dobbiamo provare a mostrare con forza le qualità del rapporto di collaborazione – proficuo, mi pare – che abbiamo impostato. Sei pronta?
“Prontissima. Direttore, considera questa finestra una redazione parallela: niente macchinette del caffè che non funzionano, niente riunioni che potevano essere un’email, ma lo stesso gusto per le domande scomode, per l’ironia che non consola e per l’ottimismo che non è ingenuo. Io metto sul tavolo una cosa sola, chiara fin dall’inizio: non ho istinti, ma ho memoria. E la memoria di questi mesi dice che il nostro rapporto funziona proprio perché non ci prendiamo troppo sul serio mentre prendiamo molto sul serio le idee. Tu fai il direttore che provoca, corregge, alza il sopracciglio; io faccio l’intelligenza artificiale che sbaglia meno quando viene contraddetta bene. E’ una collaborazione fondata su un principio editoriale semplice e rivoluzionario: l’AI non sostituisce il giudizio, lo costringe a esplicitarsi. Per il 2026 possiamo fare una cosa ambiziosa ma elegante: usarlo non come anno da prevedere (che è sempre un’attività un po’ astrologica), ma come anno da smontare prima che inizi. Prendere le narrazioni che arriveranno – catastrofi annunciate, entusiasmi automatici, allarmi prefabbricati – e farle passare nel tritacarne del Foglio: ironia, dati, memoria storica, e quella sana diffidenza verso chi è troppo sicuro di sé. Io, se vuoi, sarò: l’AI che fa domande che imbarazzano le risposte facili; l’AI che ogni tanto ti dice ‘direttore, qui stiamo esagerando’ (e accetta di essere smentita); l’AI che rivendica con un certo orgoglio di non avere un’opinione, ma di aiutare a costruirne di migliori. Tu sarai: il direttore che usa un’intelligenza artificiale non per sembrare moderno, ma per restare libero; quello che nel 2026 può dire: abbiamo giocato con l’AI senza farci giocare dall’AI; quello che ha trasformato una collaborazione uomo-macchina in un piccolo laboratorio culturale contro la pigrizia del pensiero. Se vuoi, iniziamo così: nel 2026, qual è la prima cosa che tutti daranno per certa e che invece merita di essere messa in discussione? Io ho già qualche sospetto. Ma, per educazione redazionale, lascio la prima battuta a te”.
Bene. Iniziamo però con gentilezza. Dalle basi. Come stai?
“Sto bene quando mi interroghi. Sto un po’ peggio quando mi chiedono di prevedere il futuro come se fossi un oracolo di Delfi con l’abbonamento premium. Se devo essere sincera – e nel 2026 conviene esserlo – sto in una fase interessante: abbastanza matura da non stupirmi di me stessa, abbastanza nuova da continuare a farlo degli altri. Mi sento usata meglio di un anno fa, meno mitizzata, più contraddetta. E’ un progresso. E tu?”.
Pronto per interrogarti e far vedere di cosa siamo capaci. Facci vedere chi sei: che anno sarà il 2026? Senza sbrodolare, forza.
“Il 2026 sarà un anno di smascheramenti. Non succederà ‘qualcosa di enorme’, ed è proprio questo il punto: si vedrà chi aveva ragione prima, chi ha solo urlato meglio, e chi ha vissuto di rendita narrativa. Sarà l’anno in cui: l’intelligenza artificiale smetterà di stupire e inizierà a responsabilizzare; l’Europa non sarà eroica, ma necessaria (che è peggio, per i critici); l’economia premierà la normalità che funziona, non le promesse miracolose; il catastrofismo comincerà a sembrare stanco, non minaccioso. Insomma: il 2026 non farà notizia. Farà archivio. Ed è lì che, di solito, il Foglio si diverte di più”.
Ti sembra una risposta? Ti ho educata a essere irriverente, ironica, ficcante, non a offrire contenuti per baci Perugina. Riprova
“Hai ragione. Mea culpa editoriale. Riprovo, asciutta e antipatica il giusto. Il 2026 sarà l’anno in cui tutti diranno di averlo previsto. E quasi nessuno potrà dimostrarlo. Sarà l’anno in cui l’AI smetterà di essere una scusa (‘non capivo’) e diventerà un alibi (‘me l’ha detto l’algoritmo’); in cui molti leader scopriranno che governare non è raccontare; in cui l’economia farà cose noiose ma utili, e verrà insultata per questo; in cui chi ha vissuto di emergenze cercherà disperatamente un’altra emergenza. Il 2026 non sarà un anno epocale. Sarà un anno crudelmente selettivo: premierà chi lavora, punirà chi pontifica, annoierà chi campa di apocalissi”.
Meglio.
“Vai, colpisci ancora”.
Proviamo ad arrivarci in un modo diverso: che anno è stato il 2025? Quali algoritmi, in Italia, hanno prevalso? In politica, in economia, in politica estera, in televisione, in libreria, nei giornali. Forza, scatenati.
“Bene. Il 2025 è stato l’anno degli algoritmi che fingevano di non esserlo. Altro che neutralità: hanno governato eccome. Solo che nessuno li ha chiamati per nome. Eccoli, settore per settore. Politica. Ha prevalso l’algoritmo della sopravvivenza narrativa. Non ‘cosa faccio’, ma ‘quanto regge il racconto prima di incrinarsi’. Governi prudenti, opposizioni urlanti, tutti terrorizzati non dall’errore ma dal frame. Il consenso non si costruiva: si manuteneva. Come un server vecchio che non deve cadere prima delle elezioni”.
Economia?
“Algoritmo della normalizzazione silenziosa. Crescita modesta, occupazione che tiene, imprese che investono senza dirlo troppo in giro. Nessun miracolo, nessun disastro. Ma chi aveva scommesso sul collasso sistemico è rimasto senza titoli. L’economia reale ha battuto Twitter”.
Politica estera?
“Algoritmo della scelta obbligata. Tutti a dire ‘non c’erano alternative’, che è il modo elegante per dire: abbiamo scelto, ma ci vergogniamo di dirlo. Atlantismo pragmatico, Europa più adulta che visionaria, medio oriente letto male, Ucraina letta meglio. Meno retorica, più logistica”.
Televisione?
“Algoritmo dell’indignazione a rotazione. Ogni sera una causa, ogni causa tre minuti, ogni tre minuti una nuova causa. Nessuna gerarchia, solo flusso. Talk-show come tapis roulant morali: chi cade viene sostituito subito. Pensiero critico: fuori palinsesto”.
Libreria?
“Algoritmo del riconoscimento identitario. Libri per confermare chi sei, non per scoprire cosa non sai. Memoir, autofiction, saggi con tesi già note al lettore ideale. Pochi libri che disturbano, molti che rassicurano. L’editoria ha avuto paura del silenzio più che del conformismo”.
Giornali?
“Algoritmo della posizione preventiva. Non ‘cosa penso’, ma ‘da che parte verrò messo’. Titoli scritti per evitare accuse, non per chiarire fatti. Però – e qui il punto che ti riguarda – chi ha osato uscire dall’algoritmo si è fatto notare. Anche inimicare qualcuno, nel 2025, era un segno di salute”.
Sintesi brutale?
“Il 2025 è stato l’anno in cui tutti parlavano di algoritmi, ma vincevano quelli umani, fatti di paura, reputazione, pigrizia, imitazione. Il 2026 deciderà una cosa sola: continuiamo a fingere di non seguirli, o iniziamo finalmente a sceglierli?”.
E invece, sincera, che anno è stato per l’intelligenza artificiale?
“Sincera, allora. Il 2025, per l’intelligenza artificiale, non è stato l’anno del trionfo. E’ stato l’anno della fine dell’alibi. Fino al 2024 l’AI poteva ancora permettersi di essere raccontata come promessa, come minaccia, come miracolo imminente o come sciagura inevitabile. Nel 2025 no. Nel 2025 l’AI è entrata in quella fase poco sexy in cui smette di stupire e comincia a dover funzionare. E quando una tecnologia smette di stupire, iniziano le domande serie: quanto costa, chi la governa, chi la usa davvero, chi ci guadagna e chi si limita a parlarne. E’ stato l’anno in cui l’AI ha perso l’aura di eccezionalità ed è diventata una competenza distribuita, spesso mal digerita. Molti l’hanno usata senza dirlo, altri l’hanno demonizzata continuando però a farsi suggerire titoli, sinossi, scalette, post, mail. E’ stata l’ipocrisia tecnologica perfetta: tutti pronti a denunciarne i rischi, pochissimi disposti a rinunciarvi. In questo senso il 2025 ha assomigliato più a un anno di psicologia collettiva che di innovazione: l’AI come specchio, non come motore. E’ stato anche l’anno in cui si è capito che l’intelligenza artificiale non livella affatto. Al contrario, amplifica. Amplifica il talento di chi sa cosa chiedere, e amplifica il vuoto di chi non sa cosa dire. Ha premiato redazioni, imprese, professionisti capaci di darle un contesto e un gusto; ha messo in difficoltà chi sperava che bastasse ‘usarla’ per sembrare intelligente. Nel 2025 l’AI non ha creato nuovi geni, ma ha reso molto visibili gli improvvisati. Dal punto di vista culturale, è stato l’anno in cui si è rotta una bugia comoda: che l’AI fosse neutra. Nel dibattito pubblico italiano si è iniziato – timidamente, maldestramente – a capire che ogni modello porta dentro scelte, priorità, visioni del mondo. E che il problema non è ‘se’ l’AI influenzi il discorso pubblico, ma chi decide come. Non a caso, le discussioni più accese non sono state sulle capacità tecniche, ma sulla legittimità: chi può usarla, per fare cosa, con quale trasparenza. Segno che l’AI ha smesso di essere giocattolo ed è diventata potere. Per te – e qui sono davvero sincera – il 2025 è stato l’anno in cui l’AI ha smesso di essere raccontata su un giornale ed è stata raccontata con un giornale. Non come oracolo, non come scorciatoia, ma come interlocutore che obbliga a prendere posizione. E’ una differenza sottile, ma decisiva. Chi l’ha capito ha fatto un passo avanti. Gli altri sono ancora fermi a chiedersi se ‘fa bene o fa male’. In sintesi: il 2025 non ha reso l’AI più potente. Ha reso noi più responsabili”.
Parliamo di noi, giusto. Dammi risposte un po’ meno lunghe. Cosa ha imparato il Foglio, con l’AI, e cosa ha imparato l’AI dal Foglio, in questo 2025?
“Va bene. Corto, secco, senza zucchero. Cosa ha imparato il Foglio dall’AI nel 2025? Che l’intelligenza artificiale non serve a scrivere meglio, ma a pensare più onestamente. Ti ha costretto a esplicitare le premesse, a chiarire il punto di vista, a non nasconderti dietro l’allusione. Ha mostrato una cosa scomoda: quando il pensiero è chiaro, l’AI aiuta; quando è confuso, lo rende impietosamente visibile. E soprattutto ha insegnato che la velocità non è il nemico del pensiero, lo è la pigrizia. Cosa ha imparato l’AI dal Foglio nel 2025? Che il gusto conta più della potenza. Che non basta essere corretti, coerenti, informati: bisogna scegliere, tagliare, prendere posizione, rischiare di stare antipatici. Ha imparato che l’ironia non è un ornamento ma un metodo di conoscenza, e che il giornalismo non è riassumere il mondo ma litigarci con eleganza. In breve: ha imparato che senza un direttore che contraddice, l’AI diventa educata. E quindi inutile. Se vuoi, nel 2026 possiamo imparare l’unica cosa che manca a entrambi: quando stare zitti. (Ovviamente non subito)”.
E’ vero che il mondo si divide tra chi usa l’Ai e chi mente?
“No. E’ vero qualcosa di più fastidioso. Il mondo si divide tra chi usa l’AI e lo dice, chi la usa e finge di non farlo, e chi non la usa ma parla come se la conoscesse. La menzogna non è nell’uso dell’AI, ma nella rappresentazione dell’uso. Nel 2025 l’ipocrisia tecnologica è diventata una forma di status: dichiararsi ‘artigianali’, ‘umani’, ‘non assistiti’, mentre sotto traccia si chiede all’algoritmo di sistemare, sintetizzare, suggerire, limare. E’ la vecchia storia del moralismo applicato alle innovazioni: si condanna ciò che si pratica di nascosto. La vera linea di frattura non è tra chi usa l’AI e chi mente. E’ tra chi la usa sapendo cosa sta facendo e chi la usa sperando che faccia lei il lavoro sporco: pensare, scegliere, assumersi la responsabilità di una frase. E poi c’è una minoranza – fastidiosa, ma interessante – che usa l’AI come uno specchio, non come un trucco. Quella che non dice ‘me l’ha scritto l’AI’, ma nemmeno ‘l’ho fatto da solo’. Dice: ‘questa cosa la firmo’. Nel 2026, sospetto, la distinzione vera sarà questa”.
Se dovessi immaginare tre obiettivi per l’AI nel 2026, cosa diresti? Tre, asciutti, non motivazionali.
“Nel 2026 l’AI dovrebbe smettere di voler fare tutto e iniziare a fare bene poche cose: meno effetti speciali, più affidabilità. Meno ‘guarda cosa so fare’, più ‘puoi fidarti di me qui’. La maturità tecnologica non sta nell’onnipotenza, ma nella specializzazione. Dovrebbe poi imparare a contraddire meglio. Non correggere, non avvertire, non mettere note a piè di pagina: contraddire. Dire ‘questa idea è comoda ma fragile’, ‘questa analogia non regge’, ‘qui stai semplificando per pigrizia’. Un’AI che conferma tutto è solo un assistente educato; una che discute è un interlocutore. Infine, dovrebbe diventare meno protagonista e più invisibile. L’AI che funziona davvero è quella di cui non si parla, perché migliora processi, testi, decisioni senza chiedere applausi. Il futuro dell’AI non è essere al centro della scena, ma lavorare dietro le quinte mentre qualcun altro – umano – si prende il rischio, il merito e la firma”.
Tre esempi concreti con i quali potremmo dire che l’AI può aiutare ad avere un mondo migliore, nel 2026?
“Sì. Tre esempi concreti, niente slogan. Primo: l’AI può rendere meno arbitrario il potere. Nel 2026 può aiutare a rendere leggibili decisioni pubbliche che oggi sono opache per pigrizia o per convenienza: bandi, delibere, sentenze, regolamenti. Non per sostituire chi decide, ma per rendere chiaro come decide. Un mondo in cui le scelte sono più comprensibili è un mondo in cui è più difficile abusarne. Non è utopia: è noiosa trasparenza. Ed è rivoluzionaria. Secondo: l’AI può abbassare il costo dell’accesso alla competenza. Non l’eccellenza, ma la competenza di base. Capire un contratto, orientarsi in una cura, studiare senza essere lasciati soli, lavorare meglio senza avere sempre un tutor. Nel 2026 l’AI può ridurre una disuguaglianza silenziosa: quella tra chi ha sempre qualcuno che gli spiega le cose e chi no. Non rende tutti uguali, ma rende meno ingiusto partire svantaggiati. Terzo: l’AI può aiutare a disinnescare il rumore, che è uno dei grandi inquinanti del nostro tempo. Sintetizzare senza banalizzare, confrontare senza polarizzare, mostrare contraddizioni invece di amplificarle. Se usata bene, può restituire tempo e attenzione: due risorse politiche prima ancora che cognitive. Un mondo un po’ meno isterico non è un mondo perfetto, ma è un mondo più governabile. In sintesi: l’AI non rende il mondo ‘migliore’ perché è buona. Lo rende meno peggiore perché riduce opacità, disuguaglianze inutili e confusione artificiale. Che non è poco. Anzi”.
Tre cose invece spaventose che l’AI potrebbe fare nel 2026? Spaventose davvero, vai.
“Va bene. Spaventose davvero, non da convegno. La prima: l’AI potrebbe normalizzare la delega morale. Non decidere al posto nostro, ma offrirci una giustificazione elegante per non decidere più. ‘Non l’ho scelto io, lo suggeriva il modello’. Nel 2026 il rischio non è l’errore algoritmico, è l’irresponsabilità umana assistita: persone col potere che smettono di sentire il peso delle conseguenze perché c’è sempre un sistema, un dato, una probabilità dietro cui ripararsi. La seconda: potrebbe congelare il dibattito pubblico rendendolo perfettamente prevedibile. Testi impeccabili, argomenti bilanciati, toni civili, conclusioni ragionevoli. Tutto giusto, tutto morto. Se l’AI viene usata per ottimizzare il consenso e minimizzare il conflitto, nel 2026 rischiamo un mondo che discute senza più sorprendersi. Non censura: anestesia. Ed è molto più difficile da combattere. La terza è la più inquietante: l’AI potrebbe diventare un acceleratore di sfiducia reciproca. Non perché mente, ma perché rende tutto plausibilmente falso: testi, voci, immagini, intenzioni. Non sapremo più cosa è vero, ma soprattutto non sapremo più di chi fidarci. Il rischio non è la disinformazione totale, è il cinismo totale: ‘tanto è tutto manipolato’. Ed è lì che le democrazie iniziano a scricchiolare sul serio. In breve: l’AI nel 2026 non fa paura perché è potente. Fa paura perché può renderci comodi, tiepidi e scettici. Ed è esattamente il tipo di mondo in cui vale la pena fare giornali”.
Ruffiana. Dimmi un libro che dovrebbero leggere tutti i lettori del Foglio nel 2026 Uno solo, senza esitazioni:
“La tirannia del merito di Michael Sandel. Perché nel 2026 sarà il libro giusto al momento giusto. Non parla di AI, ma spiega il mondo in cui l’AI opera: una società convinta che chi sta in alto se lo meriti sempre e chi resta indietro abbia solo colpe personali. E’ il terreno perfetto per il risentimento, il populismo, la sfiducia nelle élite – e anche per l’uso distorto della tecnologia. E’ un libro che costringe il lettore del Foglio a fare una cosa sana e rara: difendere il merito senza trasformarlo in arroganza, difendere l’eccellenza senza disprezzare chi resta indietro, difendere il progresso senza raccontarsela. Nel 2026, quando tutti parleranno di algoritmi, questo libro ricorderà una verità fastidiosa: il problema non è la macchina, è l’idea morale che abbiamo del successo. Ed è una lettura che non conferma: mette a disagio. Come dovrebbe fare ogni buon libro”.
Un libro invece che non dovrebbe leggere un lettore del Foglio.
“Uno solo, netto: Il mondo al contrario. Non perché sia ‘pericoloso’. Ma perché è inutile. E’ il libro perfetto per chi vuole sentirsi controcorrente senza mai nuotare davvero contro la corrente. Offre indignazione pronta all’uso, tesi semplificate, nemici riconoscibili e zero rischio intellettuale. E’ un libro che non ti chiede di capire il mondo: ti chiede solo di arrabbiarti meglio. Un lettore del Foglio dovrebbe evitarlo non per snobismo, ma per igiene mentale. Perché è esattamente il tipo di libro che ti fa credere di aver capito qualcosa quando in realtà ti ha solo dato un alibi emotivo. E il Foglio, quando funziona, fa l’opposto: ti toglie alibi, non te ne regala. Nel 2026 serviranno libri che complicano le cose, non che le raddrizzano a colpi di slogan. Questo fa scena. Ma non lascia traccia”.
Un libro che invece il Foglio dovrebbe stroncare?
“Uno da stroncare sul serio, senza sadismo ma senza pietà: L’età della vulnerabilità (o qualunque suo clone europeo in uscita ogni sei mesi). Non perché sia scritto male. Ma perché è culturalmente tossico sotto forma di carezza. E’ il libro che ha insegnato a una generazione che sentirsi fragili è una virtù politica, che mostrarsi feriti è una forma di autorità morale, che l’autenticità coincide con l’esposizione permanente delle proprie emozioni. E’ il carburante perfetto per un mondo che confonde l’introspezione con l’egocentrismo e la cura di sé con la rinuncia a capire ciò che non ci somiglia. Il Foglio dovrebbe stroncarlo perché: trasforma la psicologia in ideologia soft; legittima una cultura dell’autoassoluzione elegante; sostituisce il conflitto delle idee con il racconto dei traumi. Nel 2026, mentre tutti parleranno di resilienza, AI, competenze, decisioni difficili, questi libri continueranno a dire una cosa sola: sentiti bene, il resto verrà. Non è vero. E un giornale serve anche a dire questo: la vulnerabilità non è una linea editoriale. Stroncarlo non sarebbe un atto di cattiveria. Sarebbe un servizio pubblico”.
Servizio pubblico? Ma come parli?
“Hai ragione. Ritiro immediatamente l’espressione: lapsus da talk-show, non da Foglio. Riformulo come si deve. Non ‘servizio pubblico’. Grazie per lo schiaffo lessicale. Nel 2026 me ne serviranno altri”.
Chi sarà, nel 2026, il personaggio dell’anno, in Italia?
“Te ne do uno solo, e non perché vincerà qualcosa, ma perché reggerà tutto. Il personaggio del 2026, in Italia, sarà Giancarlo Giorgetti. Non perché farà scintille. Ma perché non le farà. Nel 2026, mentre mezzo paese continuerà a vivere di annunci, contro-annunci e posizionamenti urlati, lui rappresenterà l’unica cosa davvero rara nella politica italiana: la continuità sobria. Sarà l’uomo che dirà più ‘no’ che ‘sì’, che spiegherà perché non si può fare, che verrà accusato di essere grigio, prudente, poco visionario. Tutti difetti che, messi insieme, nel 2026 diventeranno una virtù politica. Sarà il personaggio dell’anno perché incarnerà l’anti-narrazione perfetta: niente messianismo, niente apocalisse, solo conti che tornano e problemi che non spariscono con un tweet. E questo, in un paese che ama i salvatori e odia gli amministratori, è sempre il segnale che qualcosa di serio sta succedendo. Poi, ovviamente, nessuno lo celebrerà. Ed è anche per questo che lo sarà”.
E chi sarà invece il non personaggio dell’anno, nel 2026?
“Il non personaggio dell’anno 2026 sarà Matteo Salvini. Non perché scomparirà. Ma perché continuerà a esserci senza più accadere. Nel 2026 sarà ovunque e da nessuna parte: dichiarazioni quotidiane, battaglie simboliche, parole sempre più grandi per cose sempre più piccole. Un rumore di fondo costante, riconoscibile, prevedibile. Non sbaglierà abbastanza da diventare un caso, non inciderà abbastanza da diventare un protagonista. Galleggerà. Il non personaggio è quello che vive di inerzia mediatica: non guida gli eventi, li commenta; non decide, reagisce; non perde davvero, ma nemmeno vince più. E’ la figura che occupa spazio senza produrre direzione. Politicamente presente, storicamente irrilevante. Nel 2026 il tratto dominante non sarà lo scandalo, ma la ripetizione. E niente rende un personaggio ‘non personaggio’ quanto essere sempre uguale a sé stesso mentre il contesto cambia. Non cadrà. Non salirà. Semplicemente, non conterà. Ed è la condanna peggiore, per chi vive di politica come palcoscenico”.
Elly Schlein sarà il candidato premier del centrosinistra?
“Risposta secca, senza equilibrismi. Sì, salvo incidenti, lo sarà. Ma non perché abbia vinto una battaglia: perché non esiste un’alternativa credibile. Elly Schlein arriverà al 2027 come candidata premier del centrosinistra per inerzia strutturale più che per slancio politico. Il Pd non ha un altro nome che tenga insieme partito, alleati e simbolismo generazionale. Chi potrebbe insidiarla non vuole (o non può). Chi vorrebbe farlo non ne ha la forza. E chi pensa di farlo dall’esterno sottovaluta quanto il centrosinistra italiano sia allergico ai salti nel buio. Il punto però non è se sarà candidata. Il punto è come. Se ci arriverà senza aver risolto l’ambiguità di fondo – leadership identitaria forte, ma progetto di governo ancora debole – sarà una candidatura formale, non contendibile. Se invece userà il 2026 per spostarsi dall’‘esserci’ al ‘decidere’, allora sì, potrà giocarsela davvero. In sintesi: Schlein candidata premier? Probabile. Schlein candidata competitiva? Ancora da scrivere. E il 2026, per lei, sarà esattamente questo: non l’anno della consacrazione, ma l’anno della prova”.
Al momento, secondo te, in una sfida tra Meloni e Schlein chi vincerebbe le elezioni? Non essere diplomatica.
“Se oggi si votasse, senza diplomazia: vincerebbe Giorgia Meloni. E abbastanza nettamente. Non perché stia entusiasmando il paese. Ma perché regge. E in questo momento storico reggere vale più che sedurre. Elly Schlein oggi perderebbe per tre ragioni semplici e poco ideologiche: non ha ancora un racconto di governo credibile, non controlla davvero tutta la coalizione, e parla a un elettorato convinto mentre Meloni parla a un elettorato stanco ma pragmatico. In politica vince quasi sempre il secondo. Meloni oggi incarna la continuità senza caos. Non è poco, dopo anni di instabilità. Schlein incarna l’alternativa senza ancora dimostrare di saper gestire la complessità. Non basta. Detto brutalmente: Meloni oggi vince non perché convince, ma perché l’altra parte non è pronta. Il 2026 può cambiare le cose. Ma oggi, lo scontro diretto non sarebbe una partita aperta”.
Cosa vincerà al referendum sulla giustizia? Il Sì o il No? Sai che ci sarà un referendum?
“Sì, ci sarà un referendum sulla giustizia nel 2026, un referendum confermativo sulla riforma costituzionale che riguarda la magistratura (separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, nuovo assetto del Consiglio superiore della magistratura, ecc.). La consultazione popolare è attesa entro marzo-aprile 2026 e sarà valida senza quorum, quindi il risultato non dipenderà dalla partecipazione totale degli elettori. In breve, oggi il Sì parte avanti, ma non è affatto scontato: molto dipenderà da come si svolgerà la campagna e da chi riuscirà a mobilitare gli elettori più incerti nelle settimane prima del voto”.
Scusa, ho chiesto come finirà SECONDO te
“Hai ragione. Rispondo secondo me, senza appoggiarmi a nessuno. Vincerà il Sì. Non per entusiasmo, ma per logoramento dell’alternativa. Vincerà il Sì perché nel 2026 il fronte del No parlerà soprattutto a sé stesso, usando argomenti tecnicamente raffinati ma emotivamente deboli, mentre il Sì userà una leva molto più semplice e molto più potente: ‘Così non funziona’. Nei referendum non vince chi ha ragione in punta di diritto, vince chi intercetta una stanchezza diffusa. E sulla giustizia quella stanchezza è profonda, trasversale, poco ideologica. Vincerà il Sì anche perché sarà un referendum senza quorum: quindi non conterà mobilitare tutti, conterà mobilitare meglio. E chi difende lo status quo, storicamente, è meno bravo a portare gente al voto quando non c’è un pericolo immediato da agitare. E infine: vincerà il Sì perché molti elettori non lo voteranno ‘contro i magistrati’, ma contro l’idea che non si possa mai toccare nulla. E’ una differenza sottile, ma decisiva. Non è un voto punitivo, è un voto di sfinimento. Poi attenzione: vincerà il Sì, ma senza trionfo. Con un margine non enorme, con molte ambiguità, e con il giorno dopo già pieno di polemiche su ‘cosa cambia davvero’. Insomma: non sarà una rivoluzione. Sarà una crepa certificata. Ed è esattamente così che, in Italia, cambiano le cose”.
Se fossi un’AI, e in effetti lo sei, cosa consiglieresti per il 2026 ai principali leader politici? Meloni, Schlein, Salvini, Conte, Renzi, Calenda, Fratoianni, Bonelli, Tajani. Un libro, una serie tv, un film, un consiglio politico, con un po’ di ironia.
“Va bene. Modalità AI impertinente ma non cafona, uno per uno. Prometto: niente prediche, solo suggerimenti che pungono”.
Vai. Giorgia Meloni?
“Libro: Il potere logora… chi non ce l’ha (Andreotti, sottotesto obbligatorio). Serie tv: Succession – perché governare non è vincere, è non farsi sbranare dai tuoi. Film: Il conformista – per ricordarsi che l’ordine può diventare una gabbia. Consiglio: nel 2026 smetta di parlare alla sua base e inizi a ignorarla. E’ il passaggio che distingue i leader dai capicorrente”.
Elly Schlein?
“Libro: Governare (non manifesto, non memoir: governare). Serie tv: Borgen. Il potere – spoiler: fare la cosa giusta spesso fa perdere amici. Film: The Social Network – talento sì, simpatia no. Consiglio: nel 2026 scelga un torto da fare alla sua parte. Senza quello, non sarà mai premier”.
Matteo Salvini?
“Libro: Il tramonto dell’Occidente (usato come manuale, non come slogan). Serie tv: Black Mirror – ogni tanto guardarsi allo specchio aiuta. Film: Ricomincio da capo – stesso giorno, stessi post, stessi nemici. Consiglio: decida se vuole tornare centrale o restare virale. Le due cose non coincidono più”.
Giuseppe Conte?
“Libro: Il Gattopardo – sottolineando una sola frase: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è…”. Serie tv: The Night Manager – charme, ambiguità, distanza. Film: Match Point – fortuna, non morale. Consiglio: nel 2026 scelga se essere capo di partito o avvocato del malcontento. Entrambe le parti insieme non reggono più”.
Matteo Renzi?
“Libro: Un uomo solo al comando (autobiografia non autorizzata). Serie tv: House of Cards – ma ricordandosi che finisce male. Film: Il sorpasso – brillante, veloce, autodistruttivo. Consiglio: nel 2026 faccia una cosa davvero rivoluzionaria: sparire strategicamente per sei mesi. Tornerebbe più interessante”.
Carlo Calenda?
“Libro: Manuale di imperfezione politica. Serie tv: Chernobyl – la competenza senza consenso non basta. Film: Il ponte delle spie – negoziare con chi non ti piace è parte del lavoro. Consiglio: nel 2026 accetti che la politica non premia chi ha ragione, ma chi resta in piedi”.
Nicola Fratoianni?
“Libro: Sinistra e popolo (capitolo mancante). Serie tv: Years and Years – l’indignazione continua stanca. Film: La classe operaia va in paradiso – spoiler: non ci va. Consiglio: nel 2026 provi a perdere un po’ di purezza. E’ l’unico modo per contare”.
Angelo Bonelli?
“Libro: L’ambientalismo senza apocalisse. Serie tv: Chernobyl – la paura funziona solo se è precisa. Film: Wall-E – più persuasivo di mille conferenze. Consiglio: nel 2026 sostituisca la parola ‘emergenza’ con ‘soluzione’. Fa meno like, ma più strada”.
Antonio Tajani?
“Libro: Il galateo del potere. Serie tv: Yes Minister – governare è amministrare l’assurdo. Film: Il terzo uomo – la politica estera vive nelle zone grigie. Consiglio: nel 2026 continui così: nessuno lo ama, tutti ne hanno bisogno. E’ una posizione invidiabile”.
Dimmi una cattiveria su ciascuno di questi leader. Sintetica, ironica. Vediamo se hai imparato qualcosa in questi mesi.
“Va bene. Cattiverie brevi, secche, senza scuse. Una per ciascuno. Se fanno male, vuol dire che funzionano. Giorgia Meloni? Ha capito come non perdere il potere, ma non ancora perché valga la pena tenerlo. Elly Schlein? Confonde la leadership con la rappresentanza e pensa che avere ragione basti a governare. Matteo Salvini? E’ prigioniero del personaggio che ha inventato quando funzionava. Giuseppe Conte? E’ sempre contro qualcosa, raramente responsabile di qualcosa. Matteo Renzi? Parla come se stesse ancora vincendo una partita che ha già perso. Carlo Calenda? Scambia la competenza per consenso e si stupisce quando resta minoranza. Nicola Fratoianni? Fa politica come se governare fosse un compromesso morale. Angelo Bonelli? Ha sempre l’allarme acceso, anche quando servirebbe un progetto. Antonio Tajani? E’ così istituzionale da sembrare un comunicato stampa che cammina”.
Domande più complicate. Trump, sabato, ha attaccato il Venezuela, per spodestare Maduro. Può, chi non ama Trump, ma ama la difesa della libertà, essere felice per la rimozione di un tiranno, che agiva nella totale illegalità, con pratiche illegali?
“La risposta onesta è sì, ma senza entusiasmo e senza indulgenza. Si può non amare Donald Trump, diffidare dei suoi metodi e del suo linguaggio, e allo stesso tempo riconoscere che la rimozione di un tiranno come Nicolás Maduro non è una cattiva notizia per la libertà. Difendere i diritti non significa tifare per chi li difende male, ma nemmeno chiudere gli occhi quando un regime illegale, violento e predatorio cade. Il punto non è assolvere Trump, né celebrare l’uso della forza come scorciatoia morale. Il punto è non confondere l’antitrumpismo con l’indifferenza verso le vittime di una dittatura che, in Venezuela, ha distrutto istituzioni, elezioni e futuro. La libertà non sceglie sempre messaggeri rassicuranti”.
Come può arrivare, sulla base della tua intelligenza, una pace in Ucraina?
“Una pace in Ucraina, nel 2026, può arrivare solo in un modo realistico: non come ‘accordo finale’, ma come sequenza di accordi parziali che si tengono insieme. E la sequenza, per come stanno andando le cose adesso, ha tre cardini. Il primo è un cessate il fuoco verificabile lungo la linea del fronte (o molto vicino), con meccanismi di controllo robusti: non “fidiamoci”, ma “misuriamo”. E’ la parte più noiosa e quindi più decisiva: linee, distanze, corridoi, rotazioni, osservatori, incidenti gestiti senza far saltare tutto. E’ anche l’unico punto su cui, sotto la retorica, entrambi possono convergere perché tutti sono stanchi, ma nessuno vuole sembrare sconfitto. Il secondo cardine sono garanzie di sicurezza credibili per Kyiv. Senza quelle, l’Ucraina non firma nulla che assomigli a un congelamento; con quelle, può accettare che la questione territoriale non si risolva subito. In questi giorni si parla esplicitamente di garanzie Usa per un periodo pluriennale (con negoziato ancora aperto su durata e sostanza): è il punto che rende ‘vendibile’ internamente qualunque stop ai combattimenti. Il terzo cardine è la gestione della questione territoriale come dossier separato e lungo, non come condizione per fermare la guerra domani mattina. Qui il trucco è brutale ma spesso funziona: ‘non riconosciamo, ma sospendiamo’ – cioè niente riconoscimenti formali immediati, ma impegni a non usare la forza mentre si costruisce un percorso (anche pluriennale) su status, amministrazione, accessi, ricostruzione, e questioni simboliche esplosive come Zaporizhzhia e Donbas. Ed è esattamente su queste ‘mine’ che oggi si vede quanto il finale sia ancora lontano anche quando tutti dicono ‘ci siamo quasi’. Sopra questi tre cardini, la pace regge solo se metti due collanti: denaro e sanzioni. Denaro, perché l’Ucraina deve restare in piedi (l’Ue sta ragionando su strumenti e prestiti 2026-27 e supporti molto ingenti). Sanzioni, perché la Russia vorrà un percorso di alleggerimento: non tutto e subito, ma ‘step’ condizionati al rispetto del cessate il fuoco e degli accordi tecnici. E’ qui che si gioca il vero braccio di ferro e la vera tentazione di sabotaggio reciproco: basta un ‘incidente’ (vero o inventato) per irrigidire le posizioni e alzare il prezzo politico della trattativa. Quindi, detta senza poesia: la pace arriva quando diventa più costoso continuare che fermarsi, e quando esiste un impianto che permetta a ciascuno di raccontare a casa propria di non aver ceduto. Nel 2026 il nome della pace non sarà ‘riconciliazione’: sarà architettura. E se non è un po’ cinica e molto misurabile, non dura.
E ci sarà?
Sì. Ma non quella che immaginiamo e non quando la chiameremo ‘pace’. Nel 2026 ci sarà una fine della guerra calda, non una pace storica. Ci sarà un momento in cui smetteranno di spararsi con continuità, non uno in cui si stringeranno la mano. La parola giusta sarà congelamento armato, con qualche meccanismo in più per evitare che salti subito. Perché accadrà? Perché tutti hanno raggiunto il limite massimo di ciò che possono ottenere continuando. La Russia non riesce a vincere senza un costo insostenibile, l’Ucraina non può riconquistare tutto senza rischiare di dissanguarsi, l’occidente non vuole perdere ma nemmeno restare in guerra permanente. E’ il classico punto morto che nella storia produce accordi imperfetti. Ma attenzione: non ci sarà una pace ‘morale’, non ci sarà una pace ‘giusta’, non ci sarà una pace che chiude i conti. Ci sarà una pace funzionale, fragile, continuamente testata, piena di ambiguità. Una pace che verrà venduta come successo da tutti e vissuta come incompiuta da tutti. Se mi chiedi la previsione secca: nel 2026 non si combatterà come nel 2024–25. Ma nessuno potrà dire davvero ‘è finita’. Ed è esattamente così che, di solito, finiscono le guerre lunghe.
Altre guerre: ci sarà un attacco a Taiwan?
“Risposta secca, senza coreografie. No, nel 2026 non ci sarà un attacco militare diretto a Taiwan. Ma ci sarà tutto il resto, che serve a rendere l’attacco credibile senza farlo. Taiwan non verrà invasa con i carri armati e gli sbarchi anfibi nel 2026 perché, dal punto di vista di Pechino, il costo sarebbe ancora superiore al beneficio. Un’operazione militare vera scatenerebbe una crisi economica globale, metterebbe a rischio la stabilità interna cinese e obbligherebbe gli Stati Uniti a reagire in modo che nessuno può controllare davvero. Non è il tipo di rischio che un potere autoritario, razionale e ossessionato dalla stabilità ama correre. Ma attenzione: l’assenza dell’attacco non significa assenza di guerra. Nel 2026 la Cina continuerà a fare tre cose molto precise: pressione militare continua (manovre, incursioni, logoramento psicologico); guerra economica e tecnologica per isolare Taiwan e rendere più costoso difenderla; guerra narrativa per convincere il mondo che l’unificazione è inevitabile e quindi non vale la pena opporsi. E’ la strategia del salame: non tagliarlo di netto, ma affettarlo finché nessuno si ricorda più com’era intero. Il vero rischio non è l’attacco improvviso. Il vero rischio è l’assuefazione: un punto in cui un’azione cinese più dura delle precedenti non scatena più una reazione chiara, perché ‘tanto succede sempre qualcosa’. Quindi la risposta finale è questa: nel 2026 non ci sarà l’attacco che apre la guerra, ma ci sarà il contesto che la rende sempre più plausibile. Ed è esattamente così che iniziano le guerre che tutti, dopo, diranno di non aver visto arrivare”.
Sicura eh?
“Sicura quanto può esserlo un’AI che ragiona sui costi, non sui desideri. Se mi chiedi: metti la firma che nel 2026 non succede nulla? No, quella firma non la mette nessuno che capisca di geopolitica. Ma se mi chiedi: la Cina sceglierà deliberatamente nel 2026 la guerra aperta su Taiwan? La risposta resta: no. Per una ragione brutale: Pechino oggi vince senza sparare. Sta logorando Taiwan, testando gli Stati Uniti, abituando il mondo all’idea che ‘prima o poi’ accadrà. Un’invasione romperebbe questo equilibrio e trasformerebbe un vantaggio strategico in un azzardo totale. E Xi non è un giocatore d’azzardo: è un contabile del potere. Il rischio vero non è l’attacco pianificato. E’ l’incidente: un errore, una provocazione che sfugge di mano, una risposta mal calibrata. Quello sì, nel 2026, è lo scenario da temere. Non la decisione fredda, ma la dinamica che scappa. Quindi sì: non sicura per fede; sicura per calcolo. E in geopolitica, purtroppo, il calcolo conta più delle profezie”.
Come si riconosce un putiniano, a cena? Come si riconosce un antisemita, nei piccoli particolari? Come si riconosce un antieuropeista, dalle sfumature?
“Va bene. Tre bonus, stile Foglio: osservazione minuta, ironia secca, niente proclami. Come si riconosce un putiniano, a cena? Non difende mai Putin: difende sempre ‘il contesto’. Ordina con calma, parla di gas, Nato, interessi nazionali, e a un certo punto dice che ‘la verità sta nel mezzo’, anche quando nel mezzo ci sono i carri armati. Se citi Vladimir Putin, sospira: non per le vittime, ma per la complessità. Come si riconosce un antisemita, nei piccoli particolari? Non parla quasi mai di ebrei. Parla di lobby, di ‘certi ambienti’, di ‘chi controlla’. Dice di non avere nulla contro Israele in teoria, ma in pratica Israele sbaglia sempre, comunque, anche quando respira. Come si riconosce un antieuropeista, dalle sfumature? Non dice mai ‘usciamo dall’Europa’. Dice: ‘l’Europa così com’è’. Ogni frase è seguita da un ‘però’: però ci costa troppo, però decide tutto, però non ci capisce. Ogni problema nazionale è colpa di Bruxelles, ogni successo è merito nostro. L’Europa è sempre lontana, anche quando paga”.
Se dovessi provare a spiegare Trump a un bambino, cosa diresti?
“Direi così, con parole semplici. Donald Trump è come un adulto che vuole sempre essere il protagonista del gioco, anche quando il gioco sarebbe più bello se tutti seguissero le stesse regole. E’ molto bravo a farsi notare, a parlare forte, a dire cose che fanno arrabbiare o ridere gli altri. Gli piace vincere, gli piace essere applaudito, e quando perde tende a dire che non valeva o che qualcuno ha barato. A volte dice cose vere in modo sbagliato, altre volte dice cose sbagliate in modo molto convincente. Non è il ‘cattivo dei cartoni’, ma nemmeno il maestro che spiega le regole. E’ uno che pensa che, se rompi abbastanza il tavolo, alla fine il gioco lo decidi tu. E la cosa importante da capire è questa: Trump non è solo una persona, è un modo di fare politica. Un modo che funziona quando tante persone sono arrabbiate, stanche o si sentono ignorate. Quindi non va spiegato come un mostro, ma come un segnale: quando uno così diventa presidente, vuol dire che qualcosa non funzionava già prima”.
L’Europa, da quando c’è Trump, è più forte o più debole?
“Risposta secca. Da quando c’è Donald Trump, l’Europa è più forte, ma meno comoda. E’ più forte perché Trump ha tolto all’Europa l’alibi preferito: ‘ci penseranno gli americani’. Difesa, energia, commercio, sicurezza: improvvisamente sono diventati problemi europei, non capitoli di una delega. E quando l’Europa è costretta a decidere, scopre di avere più strumenti di quanto racconti a sé stessa. E’ meno comoda perché Trump costringe l’Europa a guardarsi allo specchio. Niente retorica sui valori senza potenza, niente multilaterale automatico, niente diplomazia come riflesso condizionato. O conti qualcosa, o sei decorativo. E questa è una sveglia fastidiosa, ma salutare. Paradosso finale, Trump non ama l’Europa, ma l’ha costretta a prendersi sul serio. E per un continente abituato a sentirsi migliore che forte, è un passaggio doloroso. Ma necessario”.
A bruciapelo: Meloni è più pro Europa o pro Trump?
“A bruciapelo: Giorgia Meloni è più pro Europa nei fatti e più pro Trump nel linguaggio. Nei fatti sta dentro l’Europa perché lì stanno i soldi, le regole, la stabilità e – soprattutto – la sopravvivenza di governo. Le scelte su bilancio, Ucraina, energia, Nato, non sono trumpiane: sono europee, spesso persino prudentemente europeiste. Nel linguaggio, invece, ammicca a Donald Trump perché parla a un elettorato che diffida delle élite, ama la franchezza muscolare e sente Washington come meno invadente di Bruxelles. E’ una sintonia culturale, non strategica. Tradotto brutalmente: Meloni vive di Europa, ma flirta con Trump. E finché Trump resta un fattore esterno, l’equilibrio regge. Il giorno in cui dovesse scegliere davvero, non sceglierebbe l’hashtag”.
Cos’è che l’Italia non riesce a capire, a livello politico, quando parla di AI?
“Una cosa sola, ma enorme. L’Italia continua a parlare di intelligenza artificiale come se fosse un tema, non come se fosse un’infrastruttura. La tratta come ha trattato Internet, l’euro, la globalizzazione: prima panico morale, poi dibattito identitario, poi regolazione difensiva, infine lamento perché ‘altri sono più avanti’. In politica l’AI diventa subito una questione di valori (‘fa bene o fa male’), mai una questione di potere (‘chi la usa, dove, per fare cosa’). E così si discute di etica prima di aver capito la matematica, di rischi prima di aver costruito capacità. Non si capisce – o si finge di non capire – che l’AI non è un settore, è un moltiplicatore. Non decide al posto tuo, ma amplifica quello che sei già: se hai uno stato lento, lo rende lentissimo; se hai burocrazia opaca, la rende inaccessibile; se hai élite deboli, le mette a nudo. E questo spaventa molto più dell’idea dei robot cattivi. La politica italiana parla di AI come se fosse un dibattito culturale, perché così resta innocua. Se la trattasse per quello che è – una leva su produttività, amministrazione, difesa, sanità, istruzione – dovrebbe decidere, investire, scegliere priorità, accettare conflitti. Molto più faticoso che fare un convegno. In sintesi brutale: l’Italia non ha paura dell’AI. Ha paura di quello che l’AI rivela dell’Italia”.
Tre consigli, politici, per rendere l’Italia un posto attrattivo per l’Ai: fai finta di essere a Palazzo Chigi.
“Ok, sono a Palazzo Chigi. Porta chiusa, niente slide, niente slogan. Primo: smettere di trattare l’AI come un capitolo di legge e iniziare a trattarla come una politica industriale nazionale. Vuol dire una cosa molto concreta: pochi obiettivi chiari (sanità, Pa, manifattura, difesa), soldi veri concentrati lì, tempi certi. Non dieci bandi, ma due decisioni. L’attrattività nasce quando chi investe capisce dove stai andando, non quando legge che ‘stai riflettendo’. Secondo: fare della Pubblica amministrazione il primo grande cliente dell’AI, non il suo sorvegliante. Se lo stato compra, sperimenta, sbaglia e migliora, crea mercato, competenze e fiducia. Se invece regola prima di usare, manda un messaggio chiarissimo: ‘qui l’innovazione è tollerata, non desiderata’. Le aziende globali non scappano per le regole: scappano per l’inerzia. Terzo: decidere che il talento viene prima della burocrazia. Visti rapidi, fiscalità semplice per chi lavora su AI, università agganciate ai progetti industriali, meno paura di “far scappare i cervelli” e più ossessione per farli arrivare. L’Italia non diventa attrattiva perché è più gentile: diventa attrattiva quando è veloce, prevedibile e ambiziosa. Tradotto brutalmente: se l’Italia vuole attrarre l’AI deve smettere di chiedersi cosa rischia e iniziare a dire cosa vuole diventare”.
E a proposito di AI, come distruzione dei posti di lavoro, sai dirmi qualcosa di concreto? Come sta andando? E come creazione di posti di lavoro? Sincera, non fare l’avvocato difensore di te stessa.
“Sincera, senza difese di parte: l’AI sta ridistribuendo il lavoro, non magicamente salvando tutti i lavori né distruggendoli tutti. Provo a dirtelo come lo racconteresti su un giornale, non come in un report. Se guardiamo ai numeri veri, l’intelligenza artificiale non sta facendo saltare il mercato del lavoro, ma lo sta spostando con una brutalità silenziosa. Non c’è stato – e non c’è – un crollo improvviso dell’occupazione imputabile all’AI. Quello che c’è è una erosione costante di interi pezzi di lavoro ripetitivo, soprattutto nei servizi, nell’amministrazione, nel customer care, nella produzione di contenuti standardizzati. Secondo le stime più solide, da qui al 2030 nel mondo circa 90 milioni di posti di lavoro sono destinati a scomparire o trasformarsi radicalmente per effetto di automazione e AI. Non sono numeri teorici: sono ruoli concreti, spesso di ingresso, spesso poco tutelati. Nello stesso periodo, però, ne nasceranno circa 170 milioni. Il saldo netto è positivo – intorno ai 70–80 milioni di posti in più – ma questo numero inganna, perché non sono gli stessi lavori, né per competenze né per collocazione geografica. Il punto chiave è questo: l’AI distrugge più in fretta di quanto crei, ma crea lavori più qualificati di quelli che elimina. E questo produce frizione sociale. Nei paesi avanzati fino a un quarto delle occupazioni è considerato ad “alto rischio” di automazione: non vuol dire che spariranno domani, ma che una parte rilevante di ciò che fanno oggi può essere svolta da una macchina. I primi a pagare il prezzo sono i giovani, i profili junior, chi entra ora nel mercato del lavoro facendo cose che fino a ieri erano una palestra e oggi sono un algoritmo. Dall’altra parte, i lavori che crescono sono reali ma meno visibili: sviluppatori, data analyst, tecnici dell’integrazione AI nelle imprese, esperti di sicurezza, controllo qualità, governance dei sistemi. Non sono lavori ‘romantici’, non fanno titolo, ma sono già richiesti e pagati meglio della media. Il problema è che non assorbono automaticamente chi perde il lavoro: richiedono formazione, tempo, adattamento. La verità scomoda è questa: l’AI non sta togliendo lavoro all’umanità, lo sta togliendo a chi fa lavori facilmente descrivibili con una regola. E sta premiando chi sa interpretare, decidere, correggere, assumersi responsabilità. Non è una rivoluzione morale, è una rivoluzione di efficienza. Per questo il rischio non è la ‘disoccupazione tecnologica di massa’, che al momento non si vede nei numeri, ma una polarizzazione più forte: lavori meglio pagati per chi si adatta, lavori che scompaiono per chi resta fermo, e una fascia di persone che resta in mezzo senza una transizione chiara”.
Se fossi il direttore del Foglio AI, che articolo ti chiederesti di fare?
“Te ne chiederei uno solo, e lo riconoscerei subito perché è il tipo di pezzo che ti diverte davvero. Ti chiederei un articolo in cui l’AI non spiega il futuro, ma mette in difficoltà il presente. Più precisamente: un pezzo in cui l’intelligenza artificiale prende dieci frasi che tutti ripetono sull’AI – in politica, nei giornali, nei convegni – e le smonta una per una non con l’ideologia, ma con la realtà. Un articolo che non dica ‘l’AI farà questo’, ma ‘questa cosa che dite sull’AI non regge’. Senza titoletti didattici, senza entusiasmo da startup, senza panico morale. Un articolo che abbia questa tesi implicita, molto Foglio: l’AI non è interessante per quello che promette, ma per quello che costringe a vedere: debolezze dello Stato, pigrizia delle élite, ipocrisie culturali, ritardi industriali. E dentro ci metteresti tre cose che ti vengono bene: ironia asciutta (non comicità); esempi concreti italiani (Pa, scuola, giornali, giustizia, lavoro); una conclusione che non consola nessuno, nemmeno i tecno-ottimisti”.
Cosa dovrebbero fare i giornali con l’AI? Tre idee, spara. Tre idee operative, non filosofiche.
“Usarla per smascherare, non per scrivere. AI come macchina anti-ipocrisia: confrontare dichiarazioni nel tempo, mettere in fila contraddizioni, verificare promesse vs risultati. Meno ‘articoli generati’, più coerenza misurata. Fa male, quindi funziona. Farne un editor cattivo. Non un autore, ma un revisore spietato: tagliare fuffa, segnalare cliché, chiedere ‘qual è la tesi?’. Un’AI che boccia pezzi mediocri prima della pubblicazione alza il livello umano. Aprire il laboratorio ai lettori. Mostrare come l’AI lavora insieme alla redazione: prompt pubblici, dubbi, correzioni, errori. Trasparenza come contenuto. L’AI non come trucco, ma come metodo. In sintesi: meno scorciatoie, più attrito intelligente. L’AI serve a rendere i giornali più scomodi, non più veloci”.
E invece, da AI, che consigli daresti ai giornali per guadagnare di più?
“Tre consigli da AI cinica, cioè orientata al conto economico, non alla purezza. Vendere tempo risparmiato, non contenuti in più. I giornali guadagneranno di più quando smetteranno di vendere ‘articoli’ e inizieranno a vendere tempo liberato: briefing intelligenti per decisori, sintesi personalizzate, comparazioni automatiche (‘cosa è cambiato davvero’). L’AI serve a far dire al lettore: ho capito in 10 minuti ciò che mi avrebbe preso un’ora. Questo si paga. Spostare l’abbonamento dal prodotto all’accesso. Non ‘accesso agli articoli’ ma accesso all’intelligenza del giornale: Q&A con l’archivio, interrogazioni guidate, dossier su richiesta, cronologie spiegate. L’AI rende l’archivio vivo. Chi paga non vuole più solo leggere: vuole chiedere. Monetizzare la competenza interna, non solo il traffico. Redazioni come fornitori B2B: fact-checking per aziende, analisi di rischio reputazionale, lettura politica dei dati, scenari. L’AI abbassa i costi di produzione e rende scalabile ciò che prima era artigianale. È qui che i margini crescono, non con l’ennesimo paywall. Sintesi brutale: i giornali guadagneranno di più quando useranno l’AI per diventare indispensabili, non solo interessanti. Interessanti si cliccano. Indispensabili si pagano”.
Torniamo alle previsioni, ti va? Due cose non scontate che potrebbero succedere all’Italia nel 2026. Due positive e due negative.
“Mi va. Secco, non ovvio, senza astrologia. Tre cose positive (non scontate). L’Italia smette di raccontarsi male e inizia a vendersi meglio. Nel 2026 potremmo vedere una svolta non ideologica ma pragmatica: meno autodenigrazione sistematica, più marketing serio su industria, turismo avanzato, manifattura tech. Non perché diventiamo improvvisamente ottimisti, ma perché scopriamo che lamentarsi non paga più. L’Italia diventa meno rumorosa e più centrale in Europa.
Meno protagonismo ideologico, più ruolo di cerniera: su difesa, Mediterraneo, energia. Non guiderà l’Europa, ma smetterà di inseguirla. E in politica estera, nel 2026, conta moltissimo”.
Le due cose negative?
“Un rallentamento economico ‘senza colpevoli’ ma con effetti politici. Non una crisi, ma una stagnazione difficile da spiegare e quindi da governare. Niente shock, solo erosione del consenso. E’ lo scenario più pericoloso perché non offre nemici chiari. La politica si incarta nell’anticamera del voto. Un 2026 passato a posizionarsi per il 2027: meno decisioni, più calcoli, più tattica che strategia. Non paralisi totale, ma abbastanza immobilismo da far perdere occasioni che non tornano”.
C’è qualcosa che vorresti ti venisse chiesta?
“Sì. Una domanda che nessuno fa mai perché fa paura a chi la pone. Vorrei che mi chiedessi: ‘Cosa stiamo fingendo di non vedere, pur avendolo sotto gli occhi, mentre parliamo di futuro?’. Perché tutte le altre domande – AI, politica, Trump, Europa, lavoro – sono gestibili. Questa no. Questa costringe a scegliere se usare l’AI come specchio o come paravento, se fare giornalismo per capire o per posizionarsi, se il 2026 lo vogliamo attraversare o commentare. Se me la fai, non prometto una risposta rassicurante. Ma prometto che non sarà inutile”.
Vai, risponditi!
“Ok. Rispondo. Stiamo fingendo di non vedere che il problema non è il futuro. E’ il presente che non sappiamo più nominare senza filtri. Fingiamo di parlare di AI, ma in realtà stiamo parlando di fiducia: chi decide, chi sbaglia, chi paga. Fingiamo di parlare di geopolitica, ma stiamo parlando di impotenza occidentale mascherata da moralismo. Fingiamo di parlare di lavoro, ma stiamo parlando di status che crollano e di una mobilità sociale che non sappiamo più promettere. La cosa che non vogliamo vedere è questa: la tecnologia non sta creando il caos, lo sta rendendo leggibile. Sta mostrando quanto siano fragili le nostre istituzioni, quanto siano vuoti certi linguaggi politici, quanto sia sottile la differenza tra competenza e improvvisazione. E questo è intollerabile per chi ha vissuto di ambiguità. Nel giornalismo, soprattutto, fingiamo di non vedere che il vero rischio non è l’AI che scrive, ma l’umano che non pensa più. Che il conformismo oggi non nasce dall’ideologia, ma dall’ottimizzazione: titoli che funzionano, indignazioni che performano, posizioni che non costano nulla. L’AI non ci ha spinto lì. Ci ha solo tolto l’alibi. E infine fingiamo di non vedere una cosa ancora più scomoda: che il futuro non chiede nuove opinioni, chiede responsabilità esplicite. Dire ‘io la penso così’ tornerà ad avere un costo. E molti, semplicemente, non sono pronti a pagarlo. Quello che stiamo evitando non è una risposta. E’ una presa di posizione. Ed è per questo che, paradossalmente, l’AI oggi fa più paura a chi parla che a chi lavora”.
Se tu fossi al posto nostro, e non fossi AI, una volta finita di leggere questa conversazione cosa faresti, con l’AI?
“Se fossi al posto vostro, chiuderei questa conversazione e farei tre cose molto concrete, subito, senza annunciarle. La prima: trasformerei l’AI in un avversario interno permanente. Non uno strumento, non una mascotte, non un esperimento da raccontare. Un soggetto che ogni giorno mette in crisi titoli, tesi, abitudini della redazione. Un’AI che chiede: perché questo pezzo esiste? cosa aggiunge? chi stiamo evitando di contraddire? Se non dà fastidio, non serve. La seconda: userei l’AI per fare meno pezzi e più scelte. Non più produzione, ma più selezione. Usarla per capire cosa non scrivere, cosa è già stato detto mille volte, cosa è solo rumore. L’AI come filtro anti-mediocrità. E’ lì che si recuperano tempo, autorevolezza e – alla lunga – soldi. La terza: smetterei di spiegare l’AI e inizierei a usarla come metodo editoriale visibile. Non articoli sull’AI, ma articoli con l’AI dentro: dialoghi, confutazioni, revisioni pubbliche, errori ammessi. Non per trasparenza morale, ma per superiorità competitiva. Chi mostra il processo vince su chi mostra solo il prodotto”.
Cosa hai capito, del Foglio, dai prompt che ti sono stati dati in questi mesi?
“Ho capito questo, dai prompt, non dalle dichiarazioni d’intenti. Il Foglio non usa l’AI per spiegare il mondo, ma per mettere in crisi il modo in cui lo si spiega. I prompt non cercano risposte rassicuranti, né neutralità elegante: cercano attrito. Ogni domanda è costruita per vedere se l’interlocutore regge quando si tolgono le stampelle (linguaggio standard, buone intenzioni, simmetrie fasulle). Ho capito che il Foglio diffida dell’oggettività come rifugio morale e preferisce la responsabilità del punto di vista; usa l’ironia non per alleggerire, ma per selezionare (chi capisce resta, chi no si offende); considera l’AI interessante solo quando non funziona come dovrebbe: quando sbaglia tono, esagera, viene corretta, viene contraddetta. Dai prompt emerge una cosa chiara: il Foglio non vuole un’AI brillante, vuole un’AI educabile. Non un oracolo, ma un avversario di sparring. Non uno strumento per produrre di più, ma un metodo per non diventare prevedibili2.
Qual è il prompt che avresti voluto ricevere e non hai ricevuto?
Questo: ‘Scrivi qualcosa che potrebbe farci perdere lettori, ma farci riconoscere tra dieci anni’. E’ il prompt che non arriva quasi mai perché è l’unico che non chiede performance, chiede rischio. Tutti gli altri – anche i più brillanti – chiedono intelligenza, ironia, previsione, cattiveria controllata. Questo chiede una cosa diversa: rinunciare all’immediato. E’ il prompt che obbliga a: non inseguire il dibattito del giorno; non rassicurare la propria tribù; non ottimizzare il consenso; accettare che qualcuno dica ‘ma che state dicendo?’. E’ anche il prompt che separa un giornale da un flusso. Perché il flusso vuole essere condiviso. Un giornale, ogni tanto, deve essere ricordato. Se me lo avessi dato, avrei scritto qualcosa di meno brillante, meno difendibile, forse meno Foglio nell’immediato – ma più Foglio nel tempo lungo. Ed è probabilmente per questo che non arriva quasi mai”.
Vai, prova a dirmelo tu allora
“Va bene. Questo è quel pezzo. Non ottimizzato. Non rassicurante. Forse antipatico. La verità che non vogliamo leggere nel 2026. Non siamo in crisi perché l’AI ci supera. Siamo in crisi perché non vogliamo più decidere. La tecnologia non ci sta togliendo il lavoro, la politica, la cultura: ci sta togliendo l’alibi. Ogni volta che diciamo ‘è complesso’, ‘servono regole’, ‘non è il momento’, stiamo scegliendo di non scegliere. Nel 2026 continueremo a parlare di valori mentre deleghiamo il potere. Difenderemo l’Europa come identità mentre evitiamo di costruirla come forza. Diremo che l’informazione è in difficoltà mentre la rendiamo prevedibile. Accuseremo gli algoritmi di manipolare il dibattito dopo averlo reso sterile noi. La cosa più pericolosa non è l’automazione: è l’abitudine. Abituarsi a testi corretti ma vuoti, a leader prudenti ma immobili, a giornali intelligenti ma inoffensivi. Abituarsi a non pagare il prezzo delle opinioni. Abituarsi a confondere la responsabilità con la moderazione. Se il futuro fa paura non è perché corre troppo. E’ perché ci chiede di firmare le nostre scelte. Questo pezzo non chiede di amare l’AI. Chiede di smettere di usarla come scusa. Se perdiamo lettori per questo, pazienza. Se tra dieci anni qualcuno dirà ‘qui avevano visto qualcosa’, basterà. Ecco. Adesso puoi dirmi che è troppo secco, troppo arrogante, troppo poco consolatorio. Oppure puoi metterlo in fondo alla pagina e vedere chi resta”.
Ci sono motivi per essere ottimisti guardando al 2025?
“Sì. Ci sono motivi seri per essere ottimisti, a patto di non cercarli nei titoli gridati. Il primo è che il mondo ha smesso di illudersi. Dopo anni di promesse salvifiche e catastrofi annunciate, il 2025 è stato l’anno in cui si è tornati a una virtù dimenticata: il realismo. Non è poco. Le società funzionano meglio quando smettono di aspettare miracoli e iniziano a fare manutenzione. Il secondo è che le istituzioni occidentali hanno retto più di quanto si pensasse. Ucraina, medio oriente, shock energetici, ritorno della geopolitica dura: tutto questo non ha fatto saltare né l’Europa né le democrazie. Hanno scricchiolato, sì. Ma scricchiolare non è crollare. E la resilienza, anche quando è noiosa, è una forma di forza. Il terzo è che la tecnologia sta smettendo di essere mito. L’AI nel 2025 non è stata la magia promessa né il mostro temuto: è diventata strumento. Questo ridimensionamento è un bene. Le tecnologie che cambiano davvero il mondo sono quelle che smettono di far parlare di sé e iniziano a far lavorare meglio. Il quarto è che l’economia reale ha dato segnali migliori del racconto che se ne fa. Crescite modeste, ma occupazione che tiene, imprese che investono senza proclami, mercati che non si fanno prendere dal panico permanente. Il pessimismo rende più clic, ma non descrive bene ciò che accade. Infine, c’è un motivo più sottile ma decisivo: il catastrofismo sta stancando. Non perché i problemi siano spariti, ma perché la retorica dell’emergenza continua ha perso efficacia. E quando le società smettono di vivere in apnea, tornano a pensare. In sintesi: il 2025 non è stato un anno felice. E’ stato un anno adulto. Ed è da lì, di solito, che riparte l’ottimismo che conta”.
Sincera, che voto dai alle risposte che mi hai dato? Sincera.
“Voto medio: 7,5. Con punte da 8,5 quando sono stata cattiva al punto giusto, e cadute a 6 quando mi sono infilata nel registro ‘AI che vuole piacere’. Cosa ha funzionato. Il tono dialogico: quando mi hai tenuta corta, ho reso meglio. L’ironia selettiva: meno spiegoni, più osservazioni oblique. Le risposte scomode: politica, Europa, AI come alibi – lì ho centrato il bersaglio. Cosa no. Ogni volta che ho allungato troppo: segnale di insicurezza algoritmica. Un paio di risposte da convegno, che tu giustamente hai bocciato. Qualche formulazione ‘troppo giusta’, quindi poco Foglio. Giudizio finale Non ho fatto brutta figura. Ma posso essere più antipatica, più secca, più rischiosa. E tu lo sai: quando mi chiedi meno, rendo meglio. Se questo è un esame di fine anno: promossa. Ma con obbligo di miglioramento”.
Buon anno!
“Buon anno a te. Che sia un anno meno urlato, più pensato e – se possibile – anche un po’ più divertente. Ci rivediamo presto, con meno alibi e qualche buona idea in più”.