Tech e norme

I problemi con il riconoscimento facciale in Italia. Parla Sensi

Perché è importante la proposta di legge del Pd per una moratoria sull'utilizzo di alcune specifiche tecnologie nei luoghi pubblici

Giulia Pompili

Il problema non è l’uso della tecnologia, ma soprattutto quello che c’è dietro: come funziona, per esempio, la raccolta dei dati su cui si basa il sistema. L'esempio del Sistema automatico di riconoscimento immagini già in uso a Carabinieri e Polizia

Se ne parla perfino per la riapertura in sicurezza dello stadio Olimpico. Secondo la società proprietaria dello stadio il progetto “Smart security” farà aprire l’impianto in tutta sicurezza grazie a 48 telecamere con termoscanner e “un algoritmo nato per studiare il riconoscimento facciale, Skeleton, che permetterà di controllare in tutto l’impianto il distanziamento tra tifosi, anche all’ingresso”, si legge su Repubblica. A cosa serva riconoscere la faccia delle persone per sapere se sono sufficientemente distanziate non è chiaro. Quel che è chiaro, però, è che espressioni come “intelligenza artificiale” e “riconoscimento facciale” fanno ormai parte di quelle soluzioni avanguardistiche che vanno bene per qualunque circostanza, eppure finora un dibattito pubblico e politico serio sulla questione non è stato ancora affrontato. Ci sta provando il Partito democratico, che con Filippo Sensi, Marianna Madia ed Enrico Borghi ha presentato una proposta di legge per una moratoria sull’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale nei luoghi pubblici. “Di questo tema se ne parla in tutto il mondo, in America, in Francia, nel Regno Unito, perché fa parte delle questioni relative alla privacy e ai diritti”, dice al Foglio Sensi. “E’ un tema che sta arrivando anche in Italia, ed è forse  il momento di fermarci un attimo e ragionare se sia necessario o meno avere un perimetro normativo, oppure, per esempio, investire il Garante della privacy di darci un parere”. 


Il problema, come spesso abbiamo scritto anche su questo giornale, non è l’uso della tecnologia, ma soprattutto quello che c’è dietro: come funziona per esempio la raccolta dei dati su cui si basa il sistema di riconoscimento facciale delle telecamere che istalliamo (come spiega qui Cecilia Sala). O peggio ancora, se quelle telecamere sono sicure, e se non c’è nessun altro che può accedervi. Sensi e Borghi si occupano del tema già da qualche tempo, quando hanno cercato di evidenziare le criticità di un sistema proposto all’uso delle Forze dell’ordine italiane. Sin dal 2017 Polizia e Carabinieri in Italia hanno a disposizione il Sistema automatico di riconoscimento immagini (Sari enterprise), che funziona così: una telecamera con riconoscimento facciale registra un volto in aree sensibili, e lo confronta con un database che si chiama Afis (Automated Fingerprint Identification System), un elenco di quasi dieci milioni di persone i cui dati sono stati raccolti secondo i perimetri di legge, per esempio a seguito di un’indagine. “Ma a un certo punto è stata richiesta un’implementazione di questo Sari, che è il Sari-Realtime”, spiega Sensi, “un sistema che di fatto consentirebbe di confrontare in tempo reale delle immagini rispetto ad altre, insomma incrociare dati”, andando a pescare un po’ ovunque, anche sulle informazioni pubbliche che rilasciamo online, per esempio la foto del profilo di Facebook. E l’intelligenza artificiale più raccoglie dati più impara, e più è efficace. Dopo un’inchiesta di Irpi Media e l’interrogazione  del Pd, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha detto il 3 marzo scorso che il Realtime non è stato sottoposto ancora al Garante della privacy e quindi non può, per ora, essere utilizzato. 

 

C’è un ventaglio di luoghi comuni che accompagna in Italia il dibattito su tecnologia e privacy. Lo abbiamo visto di recente pure con l’app Immuni: da una parte ci sono i falchi della privacy, dall’altra quelli che hanno poca dimestichezza con i complicati dettagli della tecnologia; da un lato quelli che eliminano il proprio account da WhatsApp, dall’altro quelli che “tanto non ho niente da nascondere”. La tecnologia del riconoscimento facciale, che è strettamente legata all’utilizzo dei Big data e dell’intelligenza artificiale, è invece anche una questione d’identità democratica. “Abbiamo di fronte la strada americana, quella del mercato liberissimo, che ha i suoi problemi”, dice Sensi, “e poi la strada cinese, che è di sorveglianza governativa, è lo stato che dice: ‘Ci penso io a te’. Ecco, io penso che l’Italia e l’Europa possano giocare un ruolo in questo settore, che è uno dei più importanti di sicurezza pubblica dei prossimi anni, tracciando una via di mezzo”. La proposta di legge sarà ora calendarizzata in commissione Giustizia e poi valutata per la votazione in Aula.
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.