Ke Jie durante il suo secondo incontro con il programma di Intelligenza artificiale AlphaGo (foto LaPresse)

Guerra fredda 2.0. Stiamo per perdere la corsa all'intelligenza artificiale

Giulia Pompili

"Fidatevi, questi cinesi sono bravi", dice il capo di Alphabet

Roma. Durante la Guerra fredda la gara tra le grandi potenze si svolgeva nello spazio, ma a distanza di almeno un ventennio gli storici non sono ancora concordi sul vincitore di quella competizione: l’America è arrivata per prima sulla luna, certo, ma poi il suo programma spaziale di esplorazione umana è stato smantellato, e ancora oggi chiunque debba arrivare sulla Stazione spaziale internazionale è costretto a salire su una Soyuz, la navicella russa.

 

Oggi la rivoluzione della tecnica ha cambiato l’oggetto della competizione tra potenze. Le nuove ossessioni sono le energie rinnovabili, i big data, l’ingegneria genetica, e soprattutto l’intelligenza artificiale. Il fatto è che su tutti questi settori, la Cina sta per superare l’America. Lo ha detto ieri Eric Schmidt, chairman dell’azienda madre di Google Alphabet al simposio sull’intelligenza artificiale del Center for a New American Security. Per Schmidt, se vuole restare competitiva nel campo, l’America deve “agire come un paese”, sottintendendo che sulle nuove tecnologie manca una strategia globale – simile a quella che c’era negli anni della Corsa allo spazio. “Credetemi, i cinesi sono bravi. Entro il 2020 ci avranno raggiunto, entro il 2025 saranno più bravi di noi, ed entro il 2030 domineranno l’industria dell’intelligenza artificiale”. La critica di Scmidt non è molto lontana dalla realtà: a fine luglio il governo cinese aveva pubblicato il suo piano programmatico per lo sviluppo dell’AI, mentre in occidente lo sviluppo di certe tecnologie viene affidato semplicemente alle ambizioni dei privati.

 

E’ stato creato da Alphabet il computer che ha sfidato qualche tempo fa i migliori giocatori di Go al mondo, battendo quasi sempre l’essere umano. Ma su Technology review di qualche giorno fa Will Knight raccontava che ad Haijou, sull’isola di Hainan, un programma informatico che si chiama Lengpudashi ha sfidato per giorni i pokeristi a Texas hold ’em, senza la fanfara mediatica che si era tirata dietro Google con AlphaGo. Pur essendo nato in America, Lengpudashi in patria non ha avuto grande successo, mentre in Cina ha canalizzato tutte le attenzioni. “Dalla vibrante capitale cinese alla fabbrichetta del sud fino all’ambizioso centro di ricerca da un miliardo di dollari, una cosa è chiara: l’intelligenza artificiale può essere stata inventata in occidente, ma è possibile che il suo futuro prenda forma nell’altro lato del mondo”. Ieri il Nikkei Asian Review apriva con una ricerca fatta insieme con Elsevier, editore di Amsterdam: contando il numero di pubblicazioni sull’intelligenza artificiale citate da studi accademici tra il 2012 e il 2016, due delle prime dieci posizioni sono occupate dalla Cina. Al primo posto della classifica c’è Microsoft, al secondo c’è la Nanyang Technological University di Singapore, e al terzo la Chinese Academy of Science cinese. Al nono posto la cinese Tsinghua University, subito dopo Google (disastro del Giappone, battuto perfino dalla Francia). Secondo gli esperti, dopo l’impegno del governo cinese, la corsa all’intelligenza artificiale potrebbe essere persa dall’occidente già nei prossimi dieci anni.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.