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Deve essere bello, ma pure intelligente. La rivoluzione si chiama Bim

Idee sul futuro dell'abitare al Salone del Mobile. Parla il capo della divisione servizi energetici di Edison, Paolo Quaini 

8 Aprile 2017 alle 06:00

Deve essere bello, ma pure intelligente. La rivoluzione si chiama Bim

Paolo Quaini

Milano. Anche se non siete amministratori pubblici o sindaci con le amministrative fra due mesi e gli elettori da convincere con progetti di giardini pensili e piste ciclabili a bordo riviera, tenete a mente questo acronimo: Bim. Vi verrà molto utile alla prossima riunione di condominio, per tenere testa al vicino che si rifiuta di sottoscrivere la spesa per l’installazione di una nuova caldaia a condensazione, oppure se intendete acquistare un appartamento in uno stabile di nuova costruzione e vi piacerebbe che fosse anche efficiente dal punto di vista energetico, quella caratteristica che negli anni Settanta si sarebbe definita “risparmiosa” e che ora significa molto di più, e molto di diverso.

 

Bim sta per Building Information Modeling, “modello di informazioni di un edificio”, un metodo per ottimizzare la pianificazione, la realizzazione e la gestione delle costruzioni con l’aiuto di un software – integrando cioè processi architettonici e di manutenzione e sostenibilità. E’ il metodo alla base dei progetti mondiali di smart city, le città della tecnologia applicata alle esigenze di chi ci vive: un concetto leonardesco di umanesimo abitativo che debuttò meno di dieci anni fa a Rio de Janeiro e che oggi punta a una democratizzazione su scala anche in Italia dove, in effetti, sarebbe nato. Come sempre, infatti, la questione cardine è di ordine culturale, e quando il capo della divisione servizi energetici di Edison, Paolo Quaini, parla con il Foglio di indissolubilità “del legame fra il bello e il tutto”, evoca un tema che tocca tanto la progettazione quanto l’accettazione, se non la richiesta da parte dei cittadini, di un’urbanistica che tenga conto di molte esigenze ma di un unico scopo: la qualità della vita in contesti urbani qualificati o riqualificati, di cui l’energia è fattore e motore, in tutti i sensi.

 

Spiega Quaini: “Una tecnologia innovativa, che consenta di tenere sotto controllo il ciclo di vita di un edificio, sapendo quando, come e se intervenire, va ben oltre l’edificio stesso, perché permette alla città di riappropriarsi di aree degradate, lavorando per la comunità. Con risultati misurabili”. Conoscete la teoria della panchina che va coprendosi di graffiti e segni mentre quella accanto resta intonsa: accanto a un edificio fatiscente, trascurato, ne seguono immediatamente altri, e il degrado si amplia in tempi sorprendentemente brevi a tutto il quartiere. Lo stesso funziona all’opposto, ed è per questo che Quaini, economista da una decina di anni in Edison (la più antica azienda dell’energia europea, controllata dal colosso francese Edf dal 2012), porta l’esempio virtuoso di Issy-les-Moulineaux, agghiacciante satellite della banlieue parigina da tempo in via di riqualificazione grazie a un progetto green sugli ex terreni delle Poste. La sua strategia di “energy service network” è inedita per l’Italia: nel quadro di una trasformazione energetica che è in atto ovunque, proporsi come facilitatore e “integratore di competenze” su tavoli pubblici e privati in una logica di network professionale.

 

“Progettare di concerto con professionisti dell’ingegneria e dell’architettura significa proporre soluzioni che partono dallo studio della morfologia di un terreno fino al dettaglio del sistema di chiusura di una finestra. Il bello del tutto, appunto”. Quaini lo sta dimostrando in questi giorni al Salone del Mobile, dove sostiene il progetto espositivo Space&Interiors, mostra evento sul futuro possibile dell’abitare organizzata a The Mall da Federlegno, e dove ha parlato di “democrazia digitale e Bim” con l’architetto Gian Carlo Magnoli Bocchi, che ha già realizzato con questo metodo un milione di metri quadrati, fra cui il progetto di housing sociale CasaAmica di Bergamo. Rendere il Bim uno standard è impresa che prenderà qualche tempo in un paese poco abituato alla liberalizzazione non solo dei servizi, ma anche delle idee, come l’Italia. Per farlo, Edison potrebbe prendere spunto anche dalla propria storia: la centrale idroelettrica Angelo Bertini di Porto d’Adda, sul Naviglio Grande, capolavoro di architettura protoindustriale di ispirazione rinascimentale, costruita nel 1895 per alimentare i tram a cavalli della città, funziona ancora oggi e vale una visita. Leonardo aveva tentato di far funzionare così anche le cucine di Ludovico il Moro. Purtroppo, però, aveva tenuto i cavalli vicino ai tavoli per impastare, e quelli sporcarono in giro.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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