I media e la verità? Le conseguenze di una malintesa idea di relativismo

Sergio Belardinelli

Dibattito intorno all’èra della “post-truth”, del giornalismo e dell'obiettività che negli anni è diventata una delle parole più discreditate nel discorso pubblico.

Che cos’è la verità per un giornale? Quand’è che un giornale o un giornalista smettono di essere obbiettivi? Su queste domande succulente ci invitava a riflettere lunedì scorso Claudio Cerasa, in un Foglio peraltro splendido (affermazione obbiettivissima!), facendomi anche pentire di non aver reagito subito. Quando poi però, sempre sul Foglio, ho letto la colonna di Antonio Gurrado sulla “post-truth”, eletta dagli Oxford Dictionaries parola dell’anno, ho pensato che valesse la pena riprendere in qualche modo il tema, incominciando da una premessa.

Da anni la parola “verità” è una delle parole più discreditate nel dibattito pubblico. Chi ancora ne fa uso viene considerato con sussiego come un nostalgico delle società chiuse o delle sublimi prediche ratzingeriane, ma certamente non un cittadino all’altezza del tempo in cui ci è dato di vivere. In un mondo plurale come il nostro, così si dice, contano le opinioni, non la verità; l’unico uso adeguato che possiamo fare della ragione è quello scettico, neutrale; dobbiamo mettere tra parentesi le nostre convinzioni più profonde, rinunciando a qualsiasi pretesa che possano essere migliori o “più vere” di quelle di altri: questo il mainstream che alimenta la melassa del politicamente corretto, peraltro piuttosto incline a liquidare come impresentabili le opinioni che non rientrano nei suoi parametri e quindi in stridente contraddizione con se stesso. Se infatti non esiste alcun criterio “obbiettivo” di validità, perché certe opinioni sarebbero impresentabili? Solo perché non ci piacciono o perché ci sentiamo forti abbastanza da tenerle fuori? Certamente no, ma allora perché?

Si tratta in realtà di una cattiva filosofia, la quale potrebbe essere estremamente pericolosa proprio per il pluralismo e le pratiche anche istituzionali delle nostre liberaldemocrazie. Queste ultime, infatti, traggono la loro forza e il loro valore non dal relativismo del politicamente corretto, bensì proprio dall’assimilazione teorica e pratica di alcuni princìpi, primi fra tutti la verità e la dignità degli uomini, considerati alla portata della nostra ragione e, soprattutto, indisponibili per chicchessia. La neve è bianca perché è bianca. Punto. Non dipende da me il fatto che lo sia. Idem per la dignità di ciascuno.

Ovviamente non tutte le verità hanno la stessa evidenza del bianco della neve. Quando, come fanno i giornalisti, dobbiamo raccontare ad esempio i fatti della politica, tutti siamo consapevoli di quanto i nostri racconti siano prospettici, selettivi, parziali. La realtà è troppo ricca perché qualcuno possa dirne la verità completa. Né possiamo pretendere che i “fatti” vengano guardati a prescindere dalle nostre “opinioni”, dato che, il più delle volte, sono proprio queste ultime a guidare i nostri sguardi.

Ma questo non significa nemmeno che in materia politica l'"obbiettività" sia impossibile o che un discorso valga l’altro; significa semplicemente che chi racconta i fatti deve esserne consapevole. Quali che siano le opinioni, le passioni, i punti di vista o le inquadrature che ci guidano, non dobbiamo mai dimenticare che il vero banco di prova della validità di ciò che raccontiamo sta nella realtà, non nelle nostre opinioni. Il che significa che per un giornalista c’è una sola cosa che egli non dovrebbe mai fare: mentire intenzionalmente o usare una verità come se fosse una menzogna. “Gambizzato un giornalista”, titolava il Corriere della Sera quando spararono a Indro Montanelli. E’ questa adesione alla realtà e alla verità a rappresentare il confine deontologico invalicabile della professione giornalistica, non l’obbiettività neutrale, peraltro impossibile, tanto cara ai filistei del politicamente corretto. Oltretutto ci sono cose, e la politica è una di queste, di cui è letteralmente impossibile parlare, senza che il parlare non sia anche un prender partito, un “fare” politica. Posso raccontare di calcio o di belle donne, senza che questo significhi giocare a pallone o fare all’amore, ma quando racconto di politica, in qualche modo, io “faccio” politica. Tanto vale dirlo espressamente, anziché coprirsi sotto parrucche sempre più inguardabili. L’importante, lo ripeto, è non perdere di vista la realtà e la verità. Quest’ultima non si offende per il fatto che, inevitabilmente, la raccontiamo sempre in modo parziale e prospettico, ma non tollera che la si guardi con sussiego, nella convinzione che non esista, né che la si metta cinicamente a servizio dei nostri punti di vista, come se ne fossimo padroni. Altrimenti prima o poi si vendica, facendoci magari vergognare di ciò che abbiamo scritto e scriviamo. Trump docet.

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