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Il venture capital e le start up in Italia: dove siamo (lontani) e cosa fare (qualcosa subito)

4 Giugno 2015 alle 06:18

La Banca d’Italia nella sua relazione annuale, si sofferma brevemente sugli investimenti in start up ad alta tecnologia: si sono fortemente ridotti ed è aumentata la distanza dagli altri paesi industrializzati. I dati (la Banca d’Italia li cita ma non li riporta) sono, senza dubbio preoccupanti: meno di 44 milioni di euro investiti nel 2014 dai fondi di venture capital italiani in circa 100 start up. Nel 2013 erano stati investiti quasi 81 milioni: nel 2014 siamo a poco più della metà. Ma quali sono gli elementi chiave (misurabili) che predicono il successo per un ecosistema di start up? Semplificando molto: il livello di educazione superiore della popolazione; i capitali di rischio disponibili per investimenti in start up attraverso tre fonti – business angel, venture capital e fondi aziendali – la remunerazione dei capitali investiti in start up (le exit); l’attrattività totale di un paese in una classifica mondiale.

 

Proviamo a capire cosa accade nel nostro paese comparando questi elementi chiave tra Italia e Silicon Valley.

 

1) Laureati. La Silicon Valley ha una popolazione di circa 3 milioni di persone (meno dell’1 per cento della popolazione residente negli Stati Uniti, quasi la popolazione di Roma) ma con elevatissimo livello di educazione (il 46 per cento è laureati) e una fortissima presenza di stranieri (il 36 per cento della popolazione). In Italia i laureati sono il 22 per cento della popolazione (una delle più basse in Europa): ci mancano molti laureati, soprattutto in discipline scientifiche e informatiche.

 

2) Business angel e numero di start up create. I business angel sono imprenditori che investono personalmente nelle primissime fasi di creazione di una start up: spesso reinvestono profitti generati da altre start up. In Silicon Valley si creano ogni anno circa 15.000 start up high tech finanziate con circa un miliardo di dollari (fase detta micro seed) da business angel che in America sono circa 300.000. In Italia si creano circa 1.500 start up high tech (dette innovative) ogni anno e vengono finanziate per circa 30 milioni di euro da circa 1.000 business angel. E’ evidente che in Italia ci sono pochi business angel (nel Regno Unito sono 18.000) che investono in start up. Servirebbero misure incentivanti a questo tipo di investimenti per aumentare il loro numero.

 

3) Venture capital e numero di investimenti. I fondi di venture capital investono nelle start up della Silicon Valley per circa 24 miliardi di dollari (circa il 40 per cento di tutti gli investimenti fatti in un anno da fondi di venture capital negli Stati Uniti) in 1.400 start up, e ben 5,5 milardi di dollari in sole dieci start up. In Italia 44 milioni di euro in 100 start up, cioè una media di 400 mila euro a start up. Anche rispetto agli altri paesi europei, i nostri 44 milioni diventano poca cosa: nel 2014 la Spagna ha investito 302 milioni di euro in start up, la Gran Bretagna 1,4 milioni, la Francia piu di un miliardo di euro, così come la Germania. In sintesi mancano gli investimenti di venture capital (20 volte in meno rispetto alla Francia) e quindi anche la possibilità di investire decine di milioni di euro nelle start up stesse. In America una start up in media riceve 41 milioni di dollari prima di fare una exit , da noi qualche milione di euro. Qui servirebbero una serie di azioni: investimenti dello stato, come in tutti i paesi europei, per aumentare la disponibilità di capitali, e una meccanica di raccolta di capitali in Borsa come i venture capital trust in Inghilterra, che raccolgono circa 300 milioni di sterline anno

 

4) I fondi di corporate venture capital, cioè i fondi di grandi aziende come Google, Intel dedicati alle start up hanno investito nel 2014 circa 6 miliardi di dollari in 656 start up della Silicon Valley. In Italia i fondi di corporate venture capital sono sostanzialmente inesistenti. Le grandi aziende italiane dovrebbero essere tutte fortemente incentivate a creare dei fondi di venture capital tramite apposita legislazione.

 

5) Exit. Circa 500 start up della Silicon Valley hanno fatto una exit: il 90 per cento è stato acquisito da altre imprese (M&A) il 10 per cento hanno debuttato in Borsa (Ipo) offrendo un ritorno medio o pari a 13.1 volte l’investimento effettuato con circa 70 miliardi di dollari di valutazione. In Italia si sono fatte una decina di exit di cui la metà in Borsa (Aim) con circa 200 milioni di euro di valutazione. All’Italia quindi manca soprattutto un mercato delle aziende medio grandi che acquistano le start up, cosa che necessita di tempo.

 

6) Attrattività paese. Siamo al 34° posto al mondo per capacità di creare start up e attrarre capitali per finanziarle, secondo lo studio dell’Università di Navarra che è il più completo e autorevole al mondo. Ovviamente la Silicon Valley è al primo posto. Qui il lavoro sul sistema Italia per rendere il paese piu competitivo e’ molto grande.

 

E’ evidente il ritardo italiano, ma è possibile recuperare agendo sulle variabili chiave, quelle a maggior effetto immediato e più velocemente attivabili: la prima fra tutte è la maggiore disponibilità di capitali per le start up. E’ chiaro che per invertire la tendenza di mercato serve un intervento dello stato, come del resto accade in questo settore in tutti i paesi europei. Se lo stato di Israele mette a disposizione delle start up 450 milioni di dollari, forse lo possiamo fare anche noi.

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