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Rettangolo America

Oltre lo sport. Ascesa e caduta di un giocatore di football. “La vita pura”, di Eugene Marten

Stefano Friani

Un vecchio quarterback in guerra con se stesso e la sua storia di successo e calvario. Fino al suo viaggio nel cuore di tenebra del Centroamerica prima alla volta di una clinica e poi di uno stregone. Un romanzo

Quasi tutti i giorni passo davanti a un negozio specializzato in prodotti sportivi americani. Quando ero piccolo sembrava una sorta di regno delle meraviglie: un bazar debordante di tutto ciò che si vedeva nei film e in tv, con mazze da baseball, elmetti da football, palloni della Nba, bastoni da hockey, berretti dei New York Yankees, pupazzetti del wrestling. I colori erano sgargianti e i nomi orecchiati in qualche trasmissione condotta dal coach Dan Peterson che, per inciso, ha appena compiuto novant’anni. Nel tempo, però, il destino di quel negozio mi è apparso sempre di più coincidente con quello del sogno americano. Gli oggetti in vetrina prendevano polvere, comparivano le prime scritte sulla facciata e soprattutto non ci vedevo mai entrare nessuno. Che si ostinasse a rimanere aperto, sembrava più che altro un’impuntatura.

Qualche mese fa, un pezzo di Bloomberg si chiedeva come garantire un nuovo pubblico agli sport americani, perché quello di casa non basta più a sostenerli. Tra le discipline meno bazzicate fuori dagli Stati Uniti c’è sicuramente il football americano, se vogliamo, lo sport più americano (c’è perfino bisogno dell’aggettivo). E che sia poco frequentato altrove lo possiamo dire a ragion veduta visto che Dazn prova in tutte le salse a proporlo con sconti anche del 90 per cento, ma niente. Ora, fin dai tempi dell’antica Grecia si usa lo sport come surrogato della guerra, e il football americano, così difficile da esportare, è anche lo sport guerresco per antonomasia. Mi è capitato di pensare a questi uomini pittati e addestrati come marine, bardati di tutto punto per andare in battaglia, e anche al negozietto epitome di un sogno ormai in fase declinante, leggendo La vita pura di Eugene Marten (Playground), autore accostato da nientepopodimeno che Gordon Lish a mostri sacri come DeLillo e McCarthy in un paragone impegnativo ma non campato per aria. Il protagonista di questo suo romanzo dal montaggio incalzante, il primo tradotto in italiano, è un vecchio quarterback oramai ritiratosi da vent’anni. Di questo personaggio in guerra con se stesso non scopriremo mai il nome, ma sappiamo che sulla divisa portava il Numero Diciannove, che era un mancino non troppo dotato fisicamente e che, per arrivare nella Nfl, ha dovuto studiare tutte le notti ogni singola mossa e disposizione sul rettangolo verde. La sua dedizione da nerd verrà premiata e nel “mercato delle vacche” del draft riuscirà ad accasarsi nell’“unica squadra che conta”, quella “nel cuore del cuore del paese” per citare il titolo di un vecchio libro di William H. Gass. Diciannove sposerà la figlia del proprietario del team, stringerà la mano a due presidenti, il suo volto finirà sulle lattine di birra. Come ogni storia di successo, però, c’è sempre un calvario in attesa, e in effetti Diciannove perderà tutto. Nella lista delle sue disavventure annoveriamo l’aver tamponato un cavallo, un trapianto di capelli, la rovina finanziaria e la villa pignorata, un tentato suicidio con una manciata di pillole inghiottite assieme all’ultima birra con la sua faccia stampata sopra. Infine, il nostro eroe si imbarcherà in un viaggio nel cuore di tenebra del Centroamerica prima alla volta di una clinica e poi di uno stregone, nel tentativo di porre rimedio al suo declino cognitivo dovuto alle troppe botte in testa subite negli anni in cui calcava i campi. Durante il viaggio Diciannove non saprà resistere al richiamo della bottiglia e si ritroverà in Honduras, un posto che nel 1969 era entrato in guerra con El Salvador per questioni di pallone. Lì assisterà da sbronzo a una partita di soccer: “il gioco numero uno al mondo”.

Senza svelare il resto del libro, in cui la palla ovale resterà solo un ricordo vista la discesa negli abissi di questo everyman posto di fronte a ogni turpitudine dell’animo umano, la realtà preme e ci impone un brusco ritorno negli Stati Uniti che fra milizie private e minacce espansionistiche dovrebbero ospitare i Mondiali di calcio quest’estate, fra un bombardamento e l’altro. Il tutto mentre si ventilano boicottaggi e già sappiamo che alcune nazionali si ritroveranno senza tifosi al seguito per via della politica sui visti. Ecco, il presidente che, almeno a sentir lui, si è più adoperato per la pace nel mondo, avrà pure solo sfiorato l’agognatissimo Nobel, ma in compenso ha ricevuto il prestigioso Fifa Peace Prize dal solerte Gianni Infantino. Il presidente della Fifa, dal canto suo, ha ottenuto un prezioso riconoscimento: Trump ha lasciato intendere che la finiranno una buona volta di chiamare il calcio “soccer” per passare all’espressione accettata nel resto del mondo, ovvero “football”. Anche in questa sua preferenza si vede che Trump è uomo di pace, ora chi glielo dice però al titolare del negozio di articoli sportivi.

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