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Il gol da centrocampo, il difetto del calcio perfetto
In un gioco sempre più governato da dati, posizioni e scelte corrette dagli algoritmi, il tiro da cinquanta metri resta un’anomalia. Non dovrebbe esistere, e invece continua a esserci. Ieri sera è arrivato in Conference League con Pongracic, ma Arda Güler l’aveva fatto pochi giorni fa in Liga. La storia di un tiro in cui la fortuna non c’entra niente
Ieri, al 97’ di Raków-Fiorentina, Marin Pongračić segna dalla propria metà campo il 2-1 che chiude la partita. Alza la testa, sa che il portiere è rimasto in avanti e calcia. Cinquantacinque metri, il pallone rimbalza più volte ed entra. È uno di quei gol che il calcio moderno, teoricamente, ha espulso dal proprio lessico. E invece continuano ad accadere.
Una magia tra intuito e coraggio
Non spesso, certo. Sono una minoranza statistica, un errore di sistema più che una categoria. Ma proprio per questo restano. In un calcio che chiede sempre la scelta giusta tra controllo e appoggio, ogni tanto qualcuno guarda la porta da lontano e decide che è abbastanza vicino da provare a segnare.
È una scena che si ripete, con variazioni minime. Qualcuno recupera palla oltre il centrocampo, alza lo sguardo e vede qualcosa che gli altri non vedono. A Napoli, nel 1985, Diego Maradona notò Claudio Garella fuori posizione e lo scavalcò con un pallonetto che sembrava pensato prima ancora di essere possibile. Nel 1978, nei mondiali in Argentina, Arie Haan aveva fatto qualcosa di simile contro l’Italia: una conclusione da abbastanza lontano tanto da non essere presa sul serio, finché per Zoff non fu troppo tardi. Negli anni il gesto cambia, ma l’idea resta. Non sempre è genio, a volte è solo lettura. Wahbi Khazri, nel 2021, in forza al Saint-Étienne, partì dalla propria metà campo e calciò quasi senza transizione, come se il campo nella sua mente si fosse improvvisamente accorciato.
Arda Güler, domenica scorsa, ha fatto lo stesso: tiro da centrocampo su portiere alto, una parabola che dura più di quanto dovrebbe durare un tiro. In tutti questi casi non c’è costruzione, non c’è sviluppo. C’è una decisione.
Altre volte, invece, è l’errore a creare lo spazio. Nayim, nella finale di Coppa delle Coppe 1995, calcia da dietro il centrocampo e trova David Seaman fuori posizione: il pallone lo scavalca, la partita finisce lì. Più che un’invenzione, è una punizione. La Coppa, infatti, venne vinta proprio dal Real Saragozza contro l'Arsenal che si arrese alle leggi della fisica.
Anche Roncaglia ha segnato da oltre cinquanta metri contro il Napoli, ma quel gesto somigliava più a un lancio che a un tiro. La differenza, in questi casi, sta tutta da un’altra parte. Due anni prima, il 5 aprile 2011, Stankovic aveva aperto le marcature dell’Inter contro lo Schalke 04 con un favoloso tiro al volo da circa 50 metri. Era voluto, è entrato nella storia di YouTube.
I gol da lontano della Serie A
In Italia, questi gol hanno una loro piccola genealogia. Mascara, nel derby tra Palermo e Catania del 2009, calcia al volo dal centrocampo senza controllo: la palla si alza a palombella, scende e finisce dentro. Anni dopo dirà che era un gesto provato. Forse. Ma in quel momento nessuno, né in campo né in panchina, avrebbe potuto suggerirglielo. Marcolini, con il Chievo, ha fatto qualcosa di simile contro il Bologna nel 2011: un sinistro improvviso da oltre quaranta metri. In questi casi è una possibilità che si apre per un secondo vedendo il portiere fuori dai pali.
È tutto così irrazionale che proprio la Fiorentina, in questa storia, torna più spesso di quanto dovrebbe. Il primo a conquistarsi gli annali fu un gol dalla metà campo firmato da Monelli a gennaio 1987 contro il Napoli di Maradona, poi Roncaglia nel 2013 sempre contro i partenopei, Biraghi nel 2023 e Pongracic ieri. Non è una filosofia dei viola, ovviamente. È piuttosto una coincidenza che si ripete in una squadra abituata a vivere sugli eccessi emotivi. I gol da lontano fanno parte di questa indole.
Il punto, però, è un altro. Non è che questi gol siano belli, anzi molti non lo sono. È che non dovrebbero esserci. Il calcio di oggi, con il baricentro alto, la riduzione degli spazi, la statistica elevata a religione, ha teoricamente cancellato l’idea di tirare da cinquanta metri. Eppure, ogni tanto, qualcuno lo fa. Vuol dire che dentro il calcio algoritmico sopravvive ancora uno spazio minimo, imperfetto, in cui un giocatore guarda la porta da casa sua e pensa: perché no?