Foto ricordo per l’Italia del rugby che il 7 marzo ha battuto all’Olimpico per a prima volta gli inglesi (23-18) dopo 32 sconfitte in 32 partite (foto Getty Images)

il foglio sportivo

Come l'Italia del rugby è arrivata a battere l'Inghilterra

Marco Pastonesi

Un viaggio nella trasformazione di chi perdeva sempre. I meriti di Quesada, il ct filosofo. Ora il Galles

Due vittorie: con Scozia e Inghilterra (e in questo caso la prima vittoria dopo 32 sconfitte su 32 incontri). Due sconfitte: con Irlanda (ma si poteva anche pareggiare se non addirittura vincere) e Francia (comunque con onore). Oggi la quinta e ultima partita del Sei Nazioni 2026: con il Galles (alle 17.40 al Principality di Cardiff, su Sky e Tv8). Chi si sarebbe mai aspettato un’Italia così? Ma noi – dicono al bar (fino allo scorso Sei Nazioni avrebbero detto voi) – non eravamo quelli che le beccavano sempre? Ma noi non eravamo quelli che lottavano per evitare il cucchiaio di legno?

 

“È un ciclo favorevole – spiega Massimo Giovanelli, 60 volte azzurro, di cui 37 da capitano, oggi architetto – Come negli anni Novanta c’era stato un ciclo favorevole con commissari tecnici francesi, prima Bertrand Fourcade, poi Georges Coste, con lo stesso linguaggio e filosofia, e una squadra che ci portò allargando il Cinque a Sei Nazioni, così adesso c’è un altro ciclo cominciato con un ct neozelandese, Kieran Crowley, e proseguito da un argentino, Gonzalo Quesada, con lo stesso linguaggio e filosofia, e una squadra in continuo progresso, tant’è che lo scorso novembre è riuscita a battere i Wallabies australiani. E la nostra squadra, ancora giovane, è più lunga e forte che in passato, e con alcune eccellenze: penso alla prima linea (Fischetti, Nicotera, Ferrari), tra le più solide e organizzate al mondo, penso a un mediano di apertura fisico e intelligente con un buon calcio da fermo e in movimento (Garbisi), penso a un centro devastante (Menoncello), penso anche a chi va in panchina ma è capace di ergersi a protagonista (Marin con l’Inghilterra)”. “Grande merito va a Quesada e al suo staff – aggiunge Marcello Cuttitta, 55 partite e 25 mete con l’Italia, nelle librerie con il biografico “Tre cuori e una palla ovale” –, non solo per la parte tecnica, ma anche per come sanno gestire il gruppo. Me ne sono accorto quando mi è stato chiesto l’onore di consegnare le maglie prima del match con la Scozia. Ho visto giocatori solidi, umili, consapevoli, preparati, pieni di voglia, ho respirato un’atmosfera ricca di energia positiva. Non dimentico che questo processo era già cominciato con la precedente presidenza federale, quella di Marzio Innocenti. E non dimentico neanche che tra gli infortunati ci sono ragazzi che avrebbero giocato da titolari, da Negri a Vintcent, da Page-Relo a Capuozzo, o emergenti, come Todaro”.

 

La migliore Italia, ma le altre? “Bisogna considerare – sostiene Vittorio Munari, già giocatore, allenatore e dirigente, oggi telecronista e opinionista – che l’anno del tour dei Lions i migliori britannici s’imbolsiscono e si stressano (Maro Itoje non avrebbe mai commesso una sciocca infrazione come quella che gli è costata il cartellino giallo e 10 minuti di espulsione), che gli inglesi (e anche i francesi) disputano campionati estremamente impegnativi, e che il Galles da anni vive una crisi economica che ha limitato la quantità e minato la qualità”. Munari prova a guardare avanti: “Il mondo del rugby sta profondamente cambiando, resteranno Inghilterra e Francia che possono contare su sponsor, dunque tornei, dunque club, dunque giocatori, invece tutti gli altri, compresa la Nuova Zelanda, devono affrontare grossi problemi, e detto in due parole, devono trovare i soldi a babbo morto, perché il sistema non regge più, e prima o poi si affoga nei debiti”. “Inutile nasconderselo – continua Giovanelli –, questa Inghilterra è modesta e sembra avere questioni di spogliatoio, intendo i rapporti fra giocatori e staff, tant’è che l’Italia ha vinto pur sbagliando, una condizione che in altri tempi ci avrebbe portato alla sconfitta; l’Irlanda appare in leggero declino; e il Galles soffre. A questo punto il nostro obiettivo deve essere dare continuità ai cicli favorevoli, sovrapponendoli, una continuità che proprio al Galles non è riuscita, tanto da trovarsi senza ricambi, senza sostituti, senza alternative, come se gli fosse mancata un’intera generazione. Ma per avere continuità bisogna avere anche programmazione e base”.

 

Già, la base. Non è tutto oro quello che luccica, in casa Italia. “Il Covid è stato una mazzata al movimento ovale italiano – dice Cuttitta – con un calo drastico dei tesserati. E la ripresa è lentissima, invisibile. La base sta sparendo”. Munari è drastico: “Benetton e Zebre disputano un torneo europeo minore, il campionato è stato sfasciato, i club sopravvivono, alcuni naufragano, fra i casi più eclatanti Noceto, Colorno e Verona. La salvezza starebbe nel promuovere il nostro campionato, ma bisogna investire, e senza ritorni pochissimi lo fanno”. “Dopo una vittoria storica come quella con l’Inghilterra – confessa Giovanelli – mi sarei aspettato di vedere i nostri giocatori in tv, sui giornali, nei manifesti, celebrati come quelli che hanno saputo battere i maestri. Invece niente. La verità, amara, è che non siamo entrati nel cuore degli italiani”.

 

E allora? “Intanto godiamoci questa Nazionale – prosegue Giovanelli – Quesada ha perfezionato un sistema di difesa aggressiva, in avanzamento, che non dà tregua agli avversari. Adesso sembra che la situazione si sia rovesciata: una volta eravamo noi italiani che, al primo errore, pagavamo dazio, adesso succede anche agli altri contro di noi; una volta eravamo noi italiani che, dai e dai, offrivamo un buco e venivamo infilzati, adesso succede che se si manca un placcaggio, c’è sempre qualcuno che immediatamente rimedia. La prova del nostro valore si è avuta proprio contro l’Inghilterra, che ha cercato di sfondare, ma è andata a sbattere contro un muro e, guadagnato un calcio, ha preferito tre punti sicuri a sette ipotetici”. “Intanto godiamoci giocatori come Tommaso Menoncello – sospira Munari –, che vuole sempre essere e dimostrare di essere il migliore, un vero animale da rugby”. “Ma guai a sottovalutare il Galles – avverte Cuttitta – Ha meriti superiori ai punteggi. Giocherà nella sua fortezza. Vuole vincere. Deve vincere”.

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