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Quelle montagne senza oro: la lunga attesa della Spagna

Andrea Trapani

Prima di Oriol Cardona Coll, solo un mito dello sci iberico come Ochoa aveva primeggiato alle Olimpiadi. Cambierà la geografia dello sport spagnolo? Presto per dirlo. Là, come del resto in Italia, non si parla di sci, pattinaggio e hockey tutto il giorno. Anzi, come qua, il pallone occupa quasi tutta la giornata degli appassionati. Eppure le montagne non mancano, e nemmeno gli sciatori

La Spagna non era abbastanza piccola e geograficamente improbabile per essere annoverata tra le nazioni minori dei Giochi di Milano-Cortina 2026, ma fino a ieri mattina il comitato olimpico iberico contava appena 5 medaglie negli sport invernali. Meno del Liechtenstein per intendersi.

Poi in un quarto d’ora la storia è cambiata sulla neve di Livigno. Merito di un nuovo sport, lo scialpinismo, che ha regalato prima un bronzo e poi un oro che mancava addirittura dal 1972.

 

Un paese con tante montagne

Trentasei stazioni sciistiche, oltre cinque milioni di giornate di sci vendute ogni stagione, investimenti per 66 milioni di euro nell’ultima stagione e un fatturato che sfiora i 154 milioni di euro con l’impiego di circa tremila addetti. Gli impianti vanno da Baqueira Beret nei Pirenei, dove sciare costa quanto a Cortina e l’après ski si fa in aranese, fino a Sierra Nevada, che con i suoi 3.300 metri è la stazione più alta d’Europa e dove si può sciare la mattina e fare il bagno nel Mediterraneo il pomeriggio. Insomma la Spagna sulla carta avrebbe tutte le credenziali per dire la sua, ma nei giochi invernali è sempre stata l’invitata che arriva tardi, si siede in fondo e non dice una parola.

Come mai? La risposta più facile è: perché non gliene frega niente. Ma è una risposta pigra. La Spagna pratica la neve, eccome. Seicento chilometri di piste solo in Catalogna, oltre un milione di pass giornalieri venduti a Baqueira Beret nella scorsa stagione, 861mila in Andalusia. Sono numeri da industria seria, da movimento consolidato, da gente che in montagna ci va davvero.

 

Gli Ochoa e l’oblio sulla neve

Francisco Fernández Ochoa, Paco per gli amici e per la leggenda, vinse l’oro nello slalom a Sapporo 1972. Un’eternità. Paco divenne un’icona, certo, ma di quelle un po’ vintage, come i calciatori degli anni Sessanta. Sua sorella Blanca portò a casa un bronzo vent’anni dopo ad Albertville, nel 1992, anno delle Olimpiadi estive di Barcellona, quando la Spagna guardava sé stessa come potenza globale e moderna. Ma nemmeno quello bastò a creare una tradizione, una scuola, un movimento strutturato. Eppure Blanca fu la prima donna spagnola a vincere una medaglia olimpica invernale. Poi più niente per altri ventisei anni, fino ai due bronzi coreani di PyeongChang 2018, Javier Fernández nel pattinaggio e Regino Hernández nello snowboard cross, e l’argento di Queralt Castellet a Pechino 2022. Sette medaglie nella storia dei Giochi invernali. Il Liechtenstein ne ha vinte otto. Anche il Belgio, che è piatto come un tavolo da biliardo, ne ha otto. Eppure la Spagna ha i Pirenei, ha la Sierra Nevada, ha impianti moderni e un’industria turistica che fa soldi. Forse il problema non è la geografia. È l’indifferenza.

 

Il calcio è una “dittatura dolce”

In Italia a volte ci lamentiamo che il calcio occupa troppo spazio. In Spagna non se ne lamentano nemmeno, perché è un dato di fatto accettato come la gravità. Il calcio spagnolo non è solo dominante: è egemonico. Real Madrid e Barcellona non sono solo club, sono alla stregua di “religioni di stato”. La Liga è il campionato più seguito al mondo dopo la Premier League. E quando la Nazionale vince un Mondiale o un Europeo, cosa che ha fatto quattro volte dal 2008 al 2024, il paese si ferma per giorni. Tutto il resto dello sport esiste ai margini, come nicchia per appassionati. Rafa Nadal e Carlos Alcaraz sono eccezioni, ma sono Nadal e Alcaraz. Gli altri, se non vanno in moto, devono accontentarsi delle briciole mediatiche, compresi i ciclisti di un movimento tra i più floridi del mondo.

   

  

Insomma, come tanti altri paesi, la Spagna “vende” la neve ai turisti, ma non la coltiva per gli atleti. Fino ad oggi. Perché quelle due medaglie di Livigno hanno fatto più rumore mediatico in Spagna di tutte le altre messe insieme. Perché sono arrivate in quindici minuti, perché sono arrivate inaspettate – Ana Alonso ha vinto un bronzo dopo essere stata investita da un’auto lo scorso autunno, un miracolo sportivo! – e perché per una volta la narrazione non era “abbiamo fatto quello che potevamo”, ma “abbiamo vinto, punto”. Esattamente come nel calcio e nel tennis.

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